il vero scopo di questo post...
niente, è quello di aggiornare i feed, così gli interessati possono leggere la nota a fianco :)
complicatamente...
...complicatamente e allo stesso tempo, cioè con due o tre schede del browser aperte e una bella cuffia in testa: sto leggendo il post-riassunto di maria sulla già complicata questione della parrucca altissima, poi sto ascoltando (in diretta) Annibale Delia in diretta dal barcamp di matera, sto ricevendo posta, sto rispondendo a posta, quando mi stanco ascolto musica indiana e poi la faccio ascoltare, mentre si è risolto un problema con del.icio.us, adesso stanno facendo un intervento dal tono energico vado a sentire meglio, si sta alzando la voce nelle orecchie e insomma basta, per ora, magari faccio poi un aggiornamento...
autoreverse
Allora cosa fai: scrivi sempre di più altrove, al margine, sotto il tavolo. Allora cosa fai: cerchi interstizi per le tue stesure, per distenderti, rispondere alle tue urgenze, senza troppo comprometterti. Allora che fai: non appena ti sei creato un'immagine pubblica di te, impegni sei otto mesi a distruggerla minuziosamente, perché un'immagine pubblica di te ti dà fastidio. Allora che fai: ti stanchi di guardarti con gli occhi del tuo pubblico, o più radicalmente ti dici no, non ne voglio pubblico, voglio dirmi le cose mie, sentirmi risuonare e dirmi che questo tipo di risuono va bene, cioè scorre, cioè mi rappresenta - ma mi rappresenta a chi? Allora che fai: cambi pubblico, provi nicchie nuove, diventi amico di qualcuno, eleggi qualcuno a nuova tipologia di pubblico, cerchi di nuovo un pubblico che non ti faccia vergognare del fatto di avere un pubblico. Perché allora qual è il problema: avere un pubblico è male, avere un pubblico fa schifo, stare su un palco o su un palchetto fa schifo, voglio tenere le mani libere, i piedi liberi, il cuore libero, preoccuparmi di ciò di cui davvero mi preoccupo - e di cosa ti preoccupi? No non te lo posso dire, non te lo posso più dire, sono già sceso dal palco e questi sono, solamente, affari miei. Ma la passione che ci metto, fra me e me, a trovare parole giuste per questi "affari miei". E poi per trasformare, di nuovo, gli "affari miei" in "affari tuoi", e poi in "affari degli altri", per vedere se sono "affari" credibili, se funzionano come affari, se qualcuno ci crede. Perché in fondo dai cos'è, l'importante è che mi credano, e l'importante è che io stesso, mi creda. Cosa non automatica per niente. Quindi allora che fai: continui tutto sommato ad allenarti a questa cosa che sai fare, trasformare il tuo respiro in parole, l'educazione che hai ricevuto (verbale, di pensiero) tutta a servizio di una musica che fortemente, ancora vuoi suonare. Ma manco t'interessa il suono delle tue parole: a te t'interessa il suono del tuo ragionamento, il suono e il senso del tuo essere al mondo, e dio mio a chi, a chi, farlo vedere? qual è la sala giusta per questo tipo di concerto? e poi diciamolo: le tue preoccupazioni, come i tuoi ragionamenti, come le le tue parole e infine forse pure le tue passioni, sono spesso impresentabili, disordinate, devianti. Mi diceva un amico l'altro giorno: non c'è motivo di dotarsi di stile, se devi solo mostrare dei fatti in cambio di sentimenti, può bastare registrare"sentimentale" fra i registri possibili, in pratica ripetersi come stai, come sto, fino alla fine dei giorni e con chiunque. E serve un palco per ripetersi come stai come sto? serve un balcone? serve cosa? E allora adesso che fai: decidi in una frazione di secondo se questa cosa te la copi nel blog, o te la copi in una bozza di mail, o te la copi nella scaletta della lezione facendo finta che l'abbia detta qualcun altro, o te la copi in un foglio, o in un figlio. Purché di nuovo non ti fermi a guardarla e non ti domandi: cos'è questo? cosa ho fatto? è solo questo, che son capace di "produrre"?
Ieri con erica ci parlavamo: per mail , per chat, per messaggi nei documenti di google, per telefono fisso e per telefono cellulare, per voce e per sms, e attraverso tutti quanti questi mezzi cos'era, che doveva passare? dovevi passare tu, ubiqua e multitasking. Anche stamattina sono passata io, e pure ieri sera, sono passata qua e là, volendomi mostrare e avendo noia di mostrarmi, perché "l'opera" che faccio si risolve pur sempre più o meno tutta in me stessa, come mi muovo nello scenario e nello spazio - e tu? tu che mi racconti di nuove apocalissi che per un poco hai scoperto come fare, e che per un poco penserai "può andar bene", lo sai benissimo in fondo, che oltre che a mostrarmi panorami complessi, sei già tutto impegnato a mostrarmi te stesso. Poi dici che di mostrare te stesso non t'importa, e lo capisco, capisco questa nausea, ma se non seduciamo cosa cazzo facciamo? E questa la radice di tutti i mali del mondo, la vanità, o quell'assurda sensazione della camicia che scende bene e del tuo sudore che profuma - chissà per chi, ma qualcuno ci dev'essere. E in tutto questo cosa va a capitare? Squilla il telefono della casa editrice, e una signora ti dice "pronto? è il ministero della salute?". "Oh, no!", rispondi tu. Per un attimo ridi, mentalmente scrivi uno smile, per dire che all'improvviso volevi metterti a chiacchierare, così giusto per dire com'è buffa sta cosa. Ma "oh mi scusi", dice lei semplicemente, tu pensi dalla cornetta non è passato niente, il mio sorriso di benvenuta non è passato, che peccato (o "sono fuori allenamento", o "la camicia mi scende male" o "non profumo").
Amleto ricorda solo il monologo.
[da: Vincenzo Agnetti, Progetto per un Amleto Politico, 1973]

[Vincenzo Agnetti, Autotelefonata (yes), 1972]
sta tutto nell'hd
E' da un po' che in campagna mi dedico all'allestimento e alla cura del fuoco. Ieri poi ho bruciato un sacco di giornali dell'anno scorso, con molto gusto, bruciare tutti quei discorsi, racconti, reportages, terzepagine, nuove collezioni autunno-inverno, superenigmatici risolti in sei notti, topolini, minicataloghi d'arte, ognuno dà fiammate diverse, le pagine patinate si ricoprono prima di bolle e corrugamenti, come una specie di lebbra petrolchimica, mentre quelle dei quotidiani s'incendiano allegramente, insieme alle pigne, uno spasso e una liberazione, mentre lo faccio mi dico che sarà perché sono di un segno d'aria, che so perfettamente che le riviste di carta liscia e a colori smaglianti, con poca aria fra una pagina e l'altra, s'incendiano come si deve (e molto spettacolarmente) solo se le metti verticali, in bilico sulla costa, e più sono smaglianti e patinate più spettacolarmente bruciano, mentre l'aria dentro casa si ripulisce e quella fuori dal camino s'impesta (mi dicono da fuori) ma per poco, mescolandosi rapidamente all'odore dei crescioni e dei fiori di cipolla.
Poi mi sono stancata, mi sono presa un giornale vecchio e me lo sono riletto - ricordandomi di tutto peraltro, esattamente così come accadde, cioè nessuna sorpresa o scoperta rovistando nel recente passato. E insomma: gli archivi di Repubblica (dal 1984) sono da poco online, i nostri lo sono da un pezzo, i crescioni crescono.
Detto questo. Mi son letta un po' di post e di commenti sul 25 aprile, quello di caracaterina quello di brianzolitudine quello di suzukimaruti, e pensavo ma guarda un po', di nuovo ci troviamo alle prese con qualcosa su cui nemmanco dovremmo essere "d'accordo" o "non d'accordo", dato che non si tratta di posizioni ma di fatti istituzionali (e bene fa caracaterina a concludere la relazione sul suo 25 aprile con uno stupito, ma quantomai appropriato, "istituzionale non l'avevo mai fatto"). E però vedi? quante persone, nel proprio piccolo, o dal piccolo del proprio blog, si trovano oggi a dover ribadire l'ovvio, cioè ricordare alle cosiddette giovani generazioni (ma per dire, mica soltanto a loro: anche alla sempre amplissima e ciclicamente riabilitata componente fascista dello stato italiano) cose che più che ricordarle dovremmo avercele stampigliate nel dna, oltre che sulla carta d'identità e su tutti i documenti che ci permettono di partecipare a una qualche forma di vita civile. Cioè è così: certe libere conversations son finite a far le veci della scuola ( e benissimo fa sphera, proprio in un commento da brian, a dire che il 25 aprile, le scuole, dovrebbero stare aperte).
Ma allora dico, è proprio che siamo affetti da una specie di morbo da bambini deficienti, che se uno non ci ricorda con uno schiaffo nella nuca le cose cose come stanno, restiamo inebetiti a cincischiare inutilmente coi nostri media, con la nostra attualità, con la nostra perfinanco cultura, stupendoci ogni giorno di ogni cosa, come teneri selvaggi che ogni giorno si stupiscono di non essere ancora morti, ma solo per un attimo e vagamente, perché tutto dice loro che vivranno e consumeranno e saranno presi per il culo (ma pure tutto sommato felici, così persempreggiovani equidistanti ed equipollenti) in eterno.
Allora mi piacerebbe che oltre a fare purificatori falò-stampa, si potessero ridurre in cenere tutte le discussioni che non aggiungono e non tolgono, e un sacco di documenti d'identità. Perché a certe persone, a un certo punto, quella andrebbe levata, l'identità, e farli diventare tutti quanti sans papier, ma veramente.
Allora all'improvviso capisco, l'acidità di stomaco che mi sta procurando, tutto questo parlare di politica che ci è risalito in bocca all'improvviso, e con un certo brutto sapore - un parlare della cui necessità ci pareva, a un certo punto, di esserci giustappunto liberati, un parlare contro il quale (ciclicamente e a turno) ci scagliamo noi stessi che lo facciamo (con un cheppalle a mezza bocca, di cui poi puntualmente ci vergogniamo). Un parlare che ci annoia profondamente perché in fondo lo sappiamo, lo sentiamo, che non dovrebbe esserci nessuna necessità di ricordare l'ovvio infiorandolo ogni volta di inedite e ficcanti parole. E quindi, oltre a bruciare un mazzo di giornali dell'anno scorso, oggi brucerei pure, e volentieri, quei "necessari" post di cui ho parlato, e lo farei davvero come gesto augurale: che di questi mementi (del tipo"il Presidente è più importante di lei", o "ma perché, ci può essere un'altra parte?") non avvertiamo più questa necessità così stringente, e che tutto ritorni a conservarsi intatto nel cassetto di un comune sentire, come una carta d'identità che ci serve, perché senza non vai da nessuna parte.

