ascoltami non mi ascoltare
- Te la ricordi quella foto della gallina nella tenda?
- No. E se la cerco naturalmente non la trovo, è così?
- Sì è così. Aspetta che vado a ripescarla e te la metto in chiaro.
- Oh, grazie... sì, me la ricordavo.
aviaria
Alle galline libere (ruspanti, si dice), ci raccontava Karl, è stato tirato il collo (dai pakistani, che prima facevano una preghiera - "come, una preghiera?", "beh tipo: scusami gallina se ti devo ammazzare, che tu vada in pace nel paradiso delle galline, una cosa così"), perché la rotta degli uccelli migratori passa (come quella di una quantità di aerei) per là, giusto al di sopra di casa Karl, dunque può darsi che gli pisciassero in testa alle galline, quelli, i migratori, almeno così secondo l'ufficio igiene di quell'area, che ha dato disposizione di ammazzare le galline "senza casa", ovvero senza un tetto perenne sulla testa. E per una settimana dopo il tiro dei colli, hanno mangiato solo pollo tutti, a mezzogiorno e la sera. Dunque è morta nel forno (o cucinata alla pakistana) la gallina che vegliava sul sonno di Vincenzino, in tenda quest'estate ("Mamma, tu invece di salvare la vita a tuo figlio, vai a prendere la macchina fotografica!!" - "Figlio, una gallina non ha mai ammazzato nessuno").
- Ho sempre cercato di fare uguale a come faccio dal vivo, con le persone in rete: ascoltarle, stupirmi, raccontare, preoccuparmi, sorridere, incupirmi, drammatizzare, sdrammatizzare, cercare di... ballare, soprattutto. Prenderle di peso e accompagnarle a dormire, o farmi accompagnare se l'ubriaca ero io.
- Com'è che si chiamava, quel tumblr fesso che ti apristi?
- Si chiamava (si chiama) "dormi".
- Lo trovo?
- Certo che lo trovi, vai a dormi.tumblr.com. Ho pensato di cancellarlo tante volte, ma non me la sono mai sentita. Quel tumblr, quel post, dice una piccola cosa vera - una sola una volta tanto. Poi sì, è l'unico post che ho reso pubblico, in quel tumblr.
- Perché, c'è qualcosa che non hai messo in chiaro?
- Sì, un post sulla Drosophila.
- Che è la Drosophila?
- Il cosiddetto moscerino della frutta. Pare che le dinamiche sonno/veglia della Drosophila siano identiche a quelle dell'uomo - è per questo che ci fanno degli esperimenti: per l'insonnia, sai?
- E che c'entra con "dormi"?
- E come che c'entra? c'entra che mi ero sognata una storia... di due persone... delle quali, sempre, una parlava e l'altra dormiva - poi si scambiavano di posto, e la cosa continuava così, una specie di storia d'amore molto triste, dove i due non si incontravano mai davvero, ma l'uno amava l'altro solamente quando l'altro non l'ascoltava, perché in effetti dormiva... era una storia che volevo scrivere, anzi la stavo scrivendo, l'avevo quasi scritta, "dormi" era una specie di quaderno degli appunti... posso dirti una cosa?
- Cosa?
- Sto scrivendo tutto questo direttamente. E' quasi come parlarti, chiunque tu sia. E' parlarti, prenderti per le spalle. E ovviamente non è esatto il "chiunque tu sia"... Ti faccio rileggere quella cosa:
una conversazione da ricordare *
Il palmare sul tavolo, tracce di una lauta cena, i bambini a letto e la sua donna pure. Certe volte, all’improvviso mentre parliamo, prende in mano il palmare e me lo spiana davanti, dicendo “continua a parlare, questa la registro!”. E ogni volta io gli dico “no!”, accompagnandomi con un gesto ultimativo con la mano (a tergicristallo): non se ne parla, chiudi quel coso, se mi registri non riesco più nemmeno a pensare…
“Ma di questa discussione”, mi dice, ubriaco sfatto, rassegnato al non poter inaugurare la funzione registratore vocale del suo palmare nuovo di zecca, “ce ne ricorderemo? no perché vedi, stasera, stiamo dicendo cose importanti!”. “Io mi ricordo tutto”, gli dico, tanto per fargli piacere. E poi forse è vero.
Ci ripenso oggi che è passato un mese, eravamo ubriachi entrambi e c’era qualcosa che ci premeva dire, anzi di più: argomentare. Con forza, con determinazione, ed era con foga infatti che, chini l’uno verso l’altro come due tuffatori, non facevamo che interromperci a vicenda, per precisare, per negare parzialmente, per correggere il tiro, per aggiungere finalmente la cosa importante – e la cosa importante era, sempre, il disegno netto di una visione del mondo (forse politica., chissà come si può dire). Un disegno che assomigliava alle foto che facevamo, alle cose che coglievamo entrambi con la stessa attitudine sintetica e barbara, all’oggetto sul quale entrambi ci saremmo appuntati, fotografando da due punti di vista diversi la medesima scena: se era un mercato, sarebbe stata la faccia e l’espressione della stessa persona, in terzo o quarto piano, al margine del banco della verdura, che faceva tutt’altro che comprare verdura, che guardava a quel vendere e comprare e volere (questo, quello) come a qualcosa di incomprensibile… Ma noi eravamo solo due ubriachi in una notte tranquilla, amici di certo ma pure pervicacemente distanti, e per di più parlavamo in due lingue diverse, sovrapponendole rovesciandole ammatassandole l’una sull’altra per riuscire a dire di più, o meglio, per dire benissimo e forte. L’esito era una sfogliatella di lingue inefficaci, fra l’una e l’altra uno strato grasso di esclamazioni espressioni teatrali picchi di voce. Come se fossimo lì lì per cavare, da quei resti di cena da quella sala da pranzo silenziosa dalle nostre voci tumultuose, la verità che ci avrebbe raddrizzati, a tutt’e due.
“Ci ricorderemo di questa conversazione?”, mi chiese di nuovo ad alta voce, e stavolta in un perfetto italiano, chissà come recuperato da quell’imbroglio ubriaco di lingue.
“Mah. Tu che dici?”
“Ennollosò. Balliamo”.
E si alza in piedi e mi prende, prima di qualsiasi protesta, e mi porta a ballare al centro della stanza, su una bella vecchia canzone trasmessa alla radio. Balliamo e parliamo, parliamo e balliamo, questo soggiorno è piccolo penso, e che dovremmo esser vestiti da festa…
“Dovremmo esser vestiti da festa, però”, gli dico, appoggiandomi alla sua spalla.
“Ah sì, dovremmo fare delle feste da ballo, e vestiti da sera”, conferma convinto. “Nessuno sa più vivere”, aggiunge poi, dopo una pausa.
“Noi due, sappiamo vivere?”, gli chiedo ridendo.
“Sì, noi sappiamo vivere”, mi risponde serio.
Poi all’improvviso mette il piede male, sta proprio per cadere, mi chiede di accompagnarlo di peso su per le scale, a raggiungere la sua donna che dorme, “perché non ce la faccio da solo”, mi dice con semplicità.
Bene. Ubriaca anch’io come ho detto, ma un bel po’ meno di lui, spengo la radio e le luci, lo faccio appendere a me, e così ci trasciniamo su per la piccola scala torta. Lui attento al respiro della sua donna (come se davvero potesse udirne il respiro fin dalle scale, di lei che dorme o invece sta sveglia e lo aspetta), per capire se adesso lo sente salire, io attenta piuttosto a che non cada giù per la ripida rampa di scale.
“Forza”, gli dico alla fine, e lo spingo in camera sua. “A nanna!”.
“Beh”, mi dice sottovoce, e sorride, “abbiamo affrontato molti argomenti capitali”. Di nuovo in perfetto italiano.
“Beh: ‘notte, basta eh? ci vediamo domattina, e questo è tutto”.
“Ma ti ricorderai? ne scriverai?”
“Sì, ne scriverò. Non so quando, ma vedrai che lo farò. Dormi adesso, fai piano, a domani mattina”.______
* (A un amico. A tutti gli amici con cui discuto).
