Balla con Paredes
Eh, ti portiamo solo via un po' di terra da sotto i piedi. Da farti meno stabile, chiusa, da farti ballare un po'. Ti mettiamo su un po' di musica nuova, giovane, perfetta. E lascia stare le sigarette, che non si fuma mentre si balla. A questo punto, tu instabile, tu che non sai che cosa ti aspetta, noi dall'altro lato della stanza, prendi, balla, e raccontaci una storia. Racconta qualsiasi cosa, inventa pure, noi ce le beviamo, le chiacchiere, le menzogne, le schifezze, ma senza esagerare, non siamo dei fessi.
Stava, José Paredes, steso lungo su un muretto di pietra, con gli occhi chiusi, senza muovere un muscolo. Misuravo i coperti sui tavoli, poi i sentieri, i gradini delle scale, la distanza fra una macchina e l'altra.
L’unico momento che lo persi di vista, non vidi in realtà più nessuno. Persa tra le montagne, dove sei dove sei, dove siete, ouh. Di nuovo sole accecante, e non era una meraviglia, faceva paura adesso, non mi sentivo più i piedi.
Lo vidi provenire dal fiume, a capo di un drappello di tre donne e due uomini, aveva un berretto in testa, la battuta di caccia era per cercarmi. Eccoli, pensai, e poi: eccolo. Quasi piangevo che m’avevano trovata, mi ero vista già sola, di notte, una luna sconosciuta, nessuna idea di dove l’est, dove l’ovest, dove una casa e un letto, dove il posto. Quasi mi scaraventavo addosso a lui. Lui sorrise come dire, cosa ti vuoi perdere tu, ma ti giuro mi ero persa, mi ero persa, ridi tu. E in effetti: rideva. Alle sue spalle, una delle ragazze spagnole, che la sera sicuramente la davano.
Stava poi, José Paredes, steso lungo su un piccolo divano, nella stanza fotocopie dell’ayuntamiento. Saranno state le tre di notte, il lavoro non era ancora finito, io arrivai cauta, lui si alzò, andò a versarmi un po’ di whisky in un bicchierino di carta da caffè, se lo versò pure lui. Sorseggiammo con calma, con cautela, almeno io con cautela e lui era calmo. In quel momento ho pensato che mi volesse, in qualche confuso modo, ma siccome era calmo il suo modo non doveva essere confuso, la confusa ero io.
Latitudine uguale, longitudine diversa, mi venne da pensare. Alicantino, disse lui, e che l’aveva lasciato la fidanzata, secondo lui disse molto, io che dovevo dire? Io dissi bene adesso torniamo, e riprendemmo il cammino, prima una grande curva sulla strada provinciale, poi di nuovo precipitati in un sentiero in discesa, di nuovo sassi appuntiti, rumore d’acqua, acqua da attraversare coi piedi dentro, poi bosco, poi fratture nelle rocce, poi salite faticose, erbe urticanti, il panino avanzante morso in fretta camminando, poi un camion a salvarci, tutti quanti a cassone. E ci fotografarono lì sopra, quando arrivammo al paesino, coi cappelli e io le trecce sotto al cappello e sudata.
Ci accolsero come eroi, ci misero nel cortile della scuola e ci dettero un bicchiere di orchada e una specie di coso lungo, di cannello di pasta di brioche, ma fritto, da bagnare in quella cosa fresca e bianca, e la merenda la facemmo per terra. Lui fumava sigarette pesanti, giocava a trivial pursuit, aveva i capelli marroni tagliati pari sul collo e li portava legati, un orecchino, una barba rada e vent’anni meno di me. Era bassino, intimamente arrogante, gentile, portava sempre una maglietta blu-grigia, forse per sembrare più magro perché magro non era, gli occhi erano sottili solo perché li teneva spesso chiusi, non si capiva bene da che lato guardava o verso cosa si stufava di guardare, a volte mi sono accorta che dormiva.
Quando stava steso lungo sul muretto di pietra, io, José Paredes, due erano le cose: o lo baciavo in bocca, o lo picchiavo. Invece lo additai agli altri, con un dito: quest’uomo, dissi… E poi no non dissi niente di memorabile. Anzi no: dissi. Dissi qualche cosa del tipo: cos’altro deve fare una donna? quest’uomo… Ma sì, dissi senz’altro qualche cosa di scomposto, in spagnolo fra l’altro. Lui, correttamente, fece finta di dormire del tutto, salvaguardandomi. Ma io non mi sentii salvaguardata, mi sentii come se mi avesse schiaffeggiato per dire: riprenditi. Che non so come si direbbe in spagnolo, riprenditi non è cosa da spagnoli, cosa si devono riprendere.
Della città, poi, ricordo il palazzo di specchi. Una facciata ricoperta di specchi, specchi piccoli, incorniciati di legno, appesi fino a saturare la facciata, fra un finestrone e l’altro. Fotografamela, dissi alla ragazza che era con me, poi me la mandi, e così infatti fece, solo che quella foto poi l’ho persa. Ma che c’entra la facciata con gli specchi. Che c’entra la Casa Negra, sul mare. Che c’entrano gli uccelli, quella volta che ti dissi se passano altri dieci anni prima che ci vediamo un’altra volta, io avrò cinquant’anni e buonanotte, in spagnolo, lo dissi. E che c’entra quella partita a flipper e che c’entra quando arrivò con la bicicletta all’autobus il giorno dopo. Che salutarsi è salutarsi, mica il giorno dopo si torna a salutare, cosa vuoi, cosa pensi, cosa volevi dirmi.
Mi abbracciò con un abbraccio virile, hasta luego, chissà se disse, o adiòs, che ne so, io lo spagnolo non l’ho mai saputo.
Quando ormai era sera, e avevamo bevuto ben bene, mica solo birra anche qualcosa di più forte, qualche amaro terrificante, e fatte le piste sulla tovaglia, di carta o di lino, con l’unghia, raccontandoci i sogni o ridendo scompostamente, che sembravamo bambini a una gita, tutti e quattro che ci misero insieme, a mangiare e chissà cosa mangiammo di non memorabile, ci avviammo verso l’alto, dove stavano quella specie di case. Due erano le stradine possibili, tutt’e due irte di pietre, due erano le combinazioni possibili e scegliemmo senza dire una parola la combinazione sbagliata. La ragazza aveva capelli stranamente raccolti, io un vestito straordinario, moltissimo inappropriato, gli uomini si fecero piccolissimi e la luna grandissima, la chiave che avevamo in mano era quella di un grosso lucchetto, e poi ci chiudemmo dentro.
Nella macchina stavamo io, l’ingegnere, l’alcalde di Montegrosso, e Pino. Capitammo in una casetta, la vegetazione sul retro era tropicale, un piccolo cane bianco col pelo sporco ci seguiva difidente, qualcuno ci spiegava la vigna, la recinzione e certi frutti. L’acqua fredda del canale era lontana lontana, l’acqua dentro la quale, verso mezzogiorno, sudata per avere costruito un muro (sì, un muro) con le pietre e la calce, m’infilavo col mio costume verde lucertola a strisce verde più chiaro e trasparenti, ma insomma un po’ olimpionico o che cosa, e nuotavo verso quella specie di ponte e quella piccola, piccolissima rapida. Sembrava l’allestimento idraulico di un piccolo presepe di plastica, nuotando mi sentivo felice, e l’acqua era freddissima e certamente c’era qualcuno che mi guardava. Non ricordo neppure se avevamo un asciugamano, e l’intero paese ci osservava.
Il canale stava vicino a una specie di strano bar, ai piedi delle radici delle case – più in alto le ragazze più brave più certamente professionali, che in realtà non capivo cosa avessero in testa, analizzavano l’andamento dei corsi d’acqua, che a noi non ce ne poteva importare. E di corsa poi si faceva sera, e una sera andammo a bere proprio a quel bar, mi ricordo che Pino era ubriaco e aveva qualcosa di importante da fare: seduti sopra un masso di cemento, all’orlo del canale irregimentato, parlammo ridendo di quello che avevamo in mente di fare, poi entrammo in quel bar, dove a furia di whisky pessimo e bottigliette di san miguel ruscimmo a metterci a ballare e io ballai con l’architetto più anziano, quello diciamo più poeta, che il giorno dopo arrivò la fidanzata, una bella donna bionda vitale, che ci regalò a tutti una matita da muratore, rossa.
La sera si leggeva, cioè io leggevo, La cognizione del dolore. Lei che stava nella mia stanza l’aveva studiato bene, Gadda, ma ero io che a cena facevo il riassunto per tutti, un po’ italiano un po’ spagnolo, e chissà cosa raccontavo, ma soprattutto la descrizione delle villette. Il vento debole serale, faceva dondolare le lampadine paurosamente, slittare paurosamente asfalto e terra battuta sotto i piedi, la piazza gigantesca era illuminata e di forma a castagna, pareva l’interno di una borsa, tipo di raso crema, leggermente rilucente, nessuno dei retri delle case tutt’intorno scendeva a livello zero ma ci dovevi salire, alle case e al paese, e sotto ai piedi in ogni direzione sentivi scorrere acqua, l’acqua del lavatoio, e per il resto erano buio e civette. Di sicuro, avevo un maglione a righe, e mi arrampicavo scattante su certe strade gradonate, avanti a tutti gli altri, oppure se rallentavo mi appendevo al braccio di Pino e si scherzava in italiano, ma forse anche in dialetto, in modo che non ci capissero, così finimmo a mangiare lumache sotto il cielo stellato, e a cantare canzoni di patty pravo, fino a quando ci radunammo tutti quanti in una piazzetta del centro, sotto casa di certi signori che se ne stavano affacciati al balcone, seduti in cerchio su sedioline da tressette, a fare gare di canto, ma vinceva la squadra che aveva lui, una specie di tenore mezzosoprano, che alzava una voce acuta inusitata da dentro un corpo da bambino cresciuto, e terrorizzava noi e deliziava le donne dei balconi, perché loro avevano idea, di quelle processioni con la madonna, e quelli erano canti arrabbiati per processioni della madonna, o per feste religiose tzigane, o canti di toreri.
“Guarda, Paredes!”, gli feci. Era uno strano strumento, un regolo piccolissimo, no non l’avevo in mano glielo descrissi, guadando un piccolo rivolo, verso la vegetazione scura. Fu allora che gli dissi, Paredes, diventerai un grande architetto, e lui mi raccontò della sua famiglia, e notai che aveva i capelli mogano.
Caro Demetrio non si tratta di architettura, come tu dici, ma di potere io credo. E di potere si parla con cose, fatti e seduzioni, acqua e mogano. Mi manca l’altro, che mi dia oltre che prendere, che mi guardi mentre parlo e guardandomi mi conduca a dire, cose che non so e che mai avrei pensato di sapere. L’altra faccia della medaglia di Torino, ti ho detto, mi chiedo chissà se capisci, ma mi tieni così, ore al telefono, per cazzeggiare un po’, dici, ma tu sei più in forma e più furbo di me, questi i racconti del potere e dell’aria e della terra e dell’acqua e del mogano, io “prediche” invece, come quelle che dici che sapevi fare tu, non ne so fare, perché sono una che si spaventa, e che cos’è il potere in mano a una che si spaventa?
In ogni modo: con una mano stendevi la carta, segnavi e risegnavi un contorno co una matita grassa, blu, e in qualche modo ridisegnavi qualche pezzo di panorama. E sempre c’era una radio ad allietare il lavoro, mai disegno senza radio, mai tavolo senza pancia appoggiata sopra, mai quaderni americani senza una pancia di appunti e figurine incollate, dove venivano a spiarti, ma dove volentieri ti mostravi. Facciamo una scansione del quaderno? ma facciamola, sì. Così potete tutti quanti vedere come il sole fosse vero e l’energia e le figure ricordate, che esisteva davvero un lavatoio e una fila di edifici con radici. Ma non erano radici era uno strano basamento cavernoso, buio e in cemento armato, che a passeggarci dentro ti sentivi in un sistema di tombe, e fuori l’acqua e l’acqua dappertutto, distese di verdura, e cardi a non finire. Così infine si usciva dal costruito, per entrare nell’irregimentato, per sboccare nell’agricolo, per finire ai ruscelli naturali e alle rocce, un intera enciclopedia del paisajismo.
Il posto invece dove mangiavamo conteneva un lungo tavolo a ferro di cavallo, e a turno ci servivano gli allievi, grandi padellate di polpette sugose, patate, qualsiasi cosa, che tutti avevamo fame. Una serie di piccole finestre quadrate decorava le pareti, e inquadravano il cielo vuoto, neanche un pezzo di panorama. A un angolo una lesione profonda, diagonale, diceva che la parete verso il fiume, quella verso la quale stavo sempre seduta io, un giorno o l’altro si sarebbe distaccata, e sarebbe crollata, precipitata al fiume, e una tale quantità di architetti nulla avrebbe potuto, fuorché stare a guardare a bocca aperta, il proprio tavolo con le proprie patate e le proprie polpette, affacciarsi sullo scoscendimento, che invece di trovarti nel salone di una Casa Sociale, ti trovavi di botto su un enorme balcone esposto a sud. La donna dell’architetto-poeta aveva riccioli biondi e degli hot pants e delle scarpe inadatte, ci precedeva insieme a lui lentamente in una lunga passeggiata, si prendeva un vialone e poi subito una specie di ponte e si andava sotto l’ombra finalmente degli alberi verso il piccolo albergo in costruzione progettato da José Manuel.
José Manuel. Fosse stato un attore americano, di sicuro avrebbe
interpretato un pilota di aeroplano, il pilota dell’aereo del presidente o qualche cosa del tipo. Bello che non aveva nessuna voglia, di sentirselo dire, così nessuno glielo diceva, e aveva cinquant’anni ma come un americano, cioè sembrava un ragazzo ed era serio quantunque sorridente e per niente seduttivo non voleva piacere particolarmente a nessuno. Quando andammo a Valencia andai a dormire a casa sua, disse a tutti: ci vengono Anna e Polo a dormire a casa mia, perché in giro per locali non ci vado, ho un età (sorriso), e vado a dormire presto, ed evidentemente voleva dire (naturalmente in spagnolo) che io e Polo eravamo gli unici, ad avere un età (sorriso), e a voler andare a dormire presto, benché io non ne avessi minimamente l’intenzione – andammo a dormire dunque a casa sua, o meglio a casa di sua madre, in un palazzo altissimo in mezzo al niente e dalle parti del mare, e chiacchierammo un poco sul balcone, con lui, e con la madre, e come sempre la televisione accesa, che c’erano le olimpiadi, che al paese le guardavamo nel bar. Polo in effetti se ne andò a dormire presto, José Manuel pure, io mi misi nel letto e rimasi così, sveglia al buio a considerare che ero nei pressi del mare, in un palazzo altissimo in mezzo al niente, lontano dai ragazzi e non capivo perché. Quando poi il giorno dopo ce ne andammo, ci fermammo a un certo punto sul ciglio della strada a guardare non so che cosa e all’improvviso, Josè Manuel mi fa, avvicinandosi e stringendomi il braccio: non ti voltare adesso, quella lì è la mia ex moglie. Non mi voltai dunque ma osservai di straforo e non la vidi, perché se n’era già andata, vidi lui rabbuiato, più tardi appresi che aveva un figlio, coetaneo del figlio dell’architetto poeta, perché lui e l’architetto-poeta avevano fatto tutto sempre in contemporanea, laureati insieme, sposati insieme, avuto un figlio insieme, poi separati insieme, e adesso come ben vedevamo, lavoravano ancora insieme. Mi venne un colpo ad apprendere come avessero tutt’e due, José Manuel e l’architetto-poeta, un figlio di vent’anni, anche se ovviamente avrei potuto averlo anch’io, mentre invece ne avevo uno di tre anni era per questo che sembravo più giovane, e anche che la sera non avevo nessuna voglia di andarmene a dormire, e me ne stavo sveglia in un letto grande in una casa verticale, senza saper che fare spiando nel cassetto del comodino, dove qualche preservativo, un accendino bic, il notes di un hotel e poco altro.
Insomma a me piacevano tutti: José Manuel il pilota americano, l’architetto-poeta Tito, José Paredes soprattutto, perfino Pino, per dire, e l’alcalde di Sot de Chera che sembrava uscito direttamente da un film di Zorro. Un’esplosione di vitalità si sarebbe detto, e man mano che venivano le sere mi allontanavo da casa mia, m’immaginavo di andare a letto ora con questo ora con quello, e cosa e come sarebbe potuto succedere, solo che poi nessuna sera successe niente, era una specie di eccitazione così, da canottiere, pantaloncini, doppimetri, muscolature al vento.
Mentre intanto progettavo e insegnavo, come fare a progettare con le parole, e la progettazione a parole il nostro gruppo la concepì, e teatralmente, quando si trattò di presentare il progetto, nella sala consiliare dell’Ayuntamiento, ci mettemmo davanti a tutti io e Pablo Bosch, una da un lato e uno dall’altro, e come due testi a fronte viventi recitammo questo progetto-poesia, mentre gli altri alle nostre spalle appiccicavano le tavole alle pareti, e alcune donne anziane in prima fila, quasi piansero quando capirono all’improvviso, di che cosa si stava parlando, mentre Paredes pensava al suo futuro appoggiato a uno stipite della porta, già vicino alle scale. Demetrio non ti distrarre!
Ti sto raccontando di una specie di ultimo fuoco, no che il sesso non c’entra, nemmeno il sentimiento, ma qualcosa che riguarda la ragione, il mio lavoro il potere, la mia capacità di stare all’aria, l’efficienza muscolare totale, il mettere figli al mondo, il ragionare di muri e terre, il chiedersi perché – o invece no, non chiederselo, non chiederselo affatto se non serve. Ho ritrovato il quaderno.
Mead-Composition, legato, gonfio di roba incollata, l’oggetto del desiderio di tutti i miei allievi, il simbolo del potere la seduzione e la sciocchezza, il gran parlare che facevo stava tutto lì dentro in forma scritta, e illustrato da figure e biglietti, fogli lucidi incollati, cartoline. Promisi a Pablo e a José, se mi finite la tavola per le cinque di domattina, ve ne regalo uno uguale – e la consegna avvenne, al bordo della piazza, davanti all’Ayuntamiento, sotto gli occhi dell’Alcalde e di una funzionaria del GAC, Grupo de Acciòn Comarcal.
