
"Ogni volta che provavo a darle lezioni di aritmetica o di danese", diceva, "vedevo dai suoi occhi che si trovava da tutt'altra parte. E mi accorgo che comincia a scrivere degli strani simboli sulla carta davanti a lei, o addirittura sul tavolo. Se veniva lasciata sola poteva andare avanti ore con quella strana scrittura. Sua madre mi disse che se riusciva a trovare ago e filo si metteva immediatamente a ricamare dei simboli sui suoi fazzoletti, e anche sui vestiti, se non c'era niente di meglio a portata di mano. Mi sono impegnato a cercare di imparare qualsiasi alfabeto probabile e improbabile nella speranza di riuscire a interpretare quei simboli, ma niente"
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Forse non mi venne in mente sul momento, ma l'ho pensato spesso da allora, che se in Islanda fosse mai rinata la dea che nei tempi antichi portava la Cornucopia, rinomata per l'abbondanza e cresciuta come un corno su una famosa capra, sarebbe stata questa donna; oltre al fatto che era una principessa di lingua lepsky vissuta quattromila anni fa sulle montagne himalayane, una pastorella che badava alle capre con il giovane Dafne e quella Cloe che il grande poeta Orazio pregò con tanto fervore la dea dell'amore di fustigare. Eppure era la donna più disgraziata di cui io abbia mai sentito parlare, la donna nuda senz'arte né parte, talmente nuda, talmente senz'arte né parte che non esiste nemmeno un proverbio su di lei; e se mai fosse venuta in possesso di un pezzo di stoffa per coprire le sue nudità, l'avrebbe tagliato a pezzi e ci avrebbe ricamato un'opera d'arte con i fili dei calzini dipanati di suo marito.
Haldòr Laxness, Il concerto dei pesci, Iperborea