corporale

 

Certe volte ho un’impressione di leggerezza. Come oggi per strada col bambino. Non è che c’entri il bambino. E’ una felice combinazione fra la qualità del passo e l’aria, fra la camicia e la pelle, una precisione estremamente economica della presa delle dita sulla cosa afferrata – in questo caso la mano del bambino.
Mi sto preparando a parlare dei corpi, la leggerezza è premessa.

Oggi, dopo un documentario su Manet (ritraeva Victorine per l’Olympia – Victorine, la sua faccia appesa al niente) ho preso un foglio e una matita e sono andata in camera da letto, con l’intento di disegnare la curva inferiore dell’ovale di Vincenzino, appoggiato al cuscino e col dito in bocca. Solo la curva inferiore, quella indelimitata, ovvero delimitata esclusivamente dalla luce. Ho disegnato in fretta, metà copiando dal vivo metà copiando dalla memoria. Ho sbagliato curva cinque volte. L’ho rifatta poi, come esattamente è, col dito – non con la matita – sulla carta. Poi ho seguito con la matita il tracciato del dito, mentre lui si toglieva il dito dalla bocca, e la luce delimitava quindi una nuova forma.
Giusto in tempo.

Il braccio emerge dallo scalfo dell’abito senza maniche, nel camerino. Lei mi parla, io non so cosa dica, vorrebbe dei consigli. Non riesco a staccare gli occhi dalla nascita del suo braccio, denso, bruno, liscissimo, sembra evadere dalla stoffa di cotone con un sorriso di sufficienza, se mai l’inizio di un braccio possa esprimere un sorriso. Lei parla mentre la curva del suo braccio si divincola dal vestito e cambia forma, proprio lì, all’attaccatura, torcendo impercettibilmente le fibre di cotone. La rivedo d’un tratto con due buste pesanti in una mano e una valigia nell’altra, il collo eretto, la fatica distribuita così equamente in ogni fibra del corpo da darle solo l’aspetto di una donna in forma, funzionale, forte, senza alcun accenno di sforzo. Allora, l’attaccatura rotonda delle sue braccia fa un tutt’uno con l’espressione paziente e risoluta del volto e le nocche delle dita schiarite dalla forza della presa.
Verrebbe voglia di coniare una moneta nazionale, con questa figura.

La fronte chiara. Non perché sia libera dai capelli: è chiara costituzionalmente. Verrebbe da dire “aperta”, se non fosse che è un’apertura che intimidisce. Pare di vedere il cervello, che a radar assembla dati all’orizzonte per farne una catenaria di dettagli, senza passare per gli occhi. Cerchi di sottrarre alla fronte radar la linea delle tue sopracciglia, assurdamente mobile, dato il gran parlare che fai, e la birra che continuamentie sorseggi, e le sigarette che continuamente accendi. D’un colpo vorresti avvicinare, la fiamma dell’accendino alla sua fronte, per vedere se rischiarandosi si allarga ancora. Ma in un sorriso, quasi indovinando, corruga la fronte in quattro solchi rettilinei e paralleli, rendendone la superficie più verosimile, più tattile, meno siderea.
Puoi poggiare finalmente il boccale, appoggiarti allo schienale della sedia e osservare l’uomo.

Larga mano pallida, dalle dita coniche, leggermente appuntite. All’interno del pollice, nel punto in cui la pelle si schiarisce e si assottiglia in una sottile membrana – e penso a uccelli palmipedi, a un gabbiano – si apre la piaga. Accesa come una stimmata, erosa di pensiero in pensiero, di agitazione in agitazione, senza che mai davvero i denti affondino nella carne (solo le estremità degli incisivi, con la precisione di una lama, scarniscono un po’ per volta lo strato di pelle, quasi a volerne assaporare all’infinito una specie di condimento residuo). Ne risulta: una carne di scarsa consistenza e rosso vivo, quasi come l’osso crudo di una bistecca, la superfice granulosa intrisa di sangue attraverso la quale traspare un biancore, una specie di luminescenza priva di linfa.
Nasconde in fretta la mano quando si accorge che guardo.

Il torace, a lungo accartocciato, si distende incerto. La qualità della pelle è offuscata dalla sorprendente disposizione dei peli, grigi esattamente per il cinquanta per cento, sottili e lunghi, che si dipartono ad ali di farfalla dallo sterno. Tutti i suoi anni, risucchiati dall’allegra espressione degli occhi, dalla bocca da ragazzo, dala prontezza di riflessi del corpo intero, si annidano nei peli grigi del suo torace, che si sottraggono a ogni gesto, a ogni carezza, porgendosi allo sguardo con una specie di umiltà, se non proprio di pudore.Credi ai suoi peli e lascia perdere il resto, mi dico, mentre con una mano cerca di coprirli, allargando quanto più è possibile i polpastrelli, come potesse bastare.
Poi si rovescia prono, di scatto.

I piccoli piedi dal malleolo evidente, mai nudi, mai dentro a un sandalo o a uno zoccolo ma sempre calzati in tomaie di pelle leggera, procedono con lentezza menando a ogni passo la punta all’infuori. Il lancio della punta, che si divarica all’ultimo istante, tracciando di volta in volta una specie di elle estroversa, sottolinea ritmici innalzamenti di voce, accentuazioni, scoppi di risa, alzate di sopracciglia. Tutto ciò che avviene nella sua faccia avviene poco più in basso (non è alta di statura) nella propulsione alternata delle punte dei piedi: sempre brevemente all’infuori, sempre a elle. All’arrestarsi della passeggiata, nel punto di sosta dove ci saluteremo, i piedi si piazzano paralleli, mentre le punte leggermente aperte continuano a fremere in attesa di riprendere il moto collaudato.
Se fosse una statuina di presepe, avrebbe ora un piccolo basamento a trapezio, e sarebbe un pastore diffidente.


 

Non mi stanco di guardare gli uomini. E le donne, anche, e i bambini e le bambine, ma più gli uomini e non è questione di sesso. O cioè: non nel senso diretto che pensate voi. In questo mondo asessuato desensualizzato eccetera. In questo traboccare di volgarissime e ilari costrizioni - un mondo più sensuale nel senso anche di più plastico, a partire dalle posture, ci avete mai pensato?

 

Mentre ci penso guardo, con una certa insistenza. Immagino cavi di mani e di braccia, consistenze di gomiti e di tutti quei pezzi di corpo di cui tanto non parla nessuno che sembrano espulsi dal corpo comune, nel senso di così-come-ne-parliamo. Cerco un uomo con dei gomiti ragguardevoli, cerco camicie che ben s'intonino ai gomiti, alla loro qualità. Cerco un gomito diverso da un altro.

 

Poi: come metti la testa? come porti le mani avanti, quando cammini? quanto peso sposti sui talloni, quando aspetti fermo? e infine, porti comode scarpe? comode quanto? quanto cerchi di stare comodo, e quanto di sembrarlo? e cosa ti succede se ti guardo?

 

Brutto uomo. Nel senso di: poco umano. Un ammasso di elementi accrocchiati che non sono in grado di riconoscere come "uomo". Eppure sei curato e benvestito, hai perfino capelli e piedi, tutto. No non sei umano abbastanza, per i miei gusti. Se ti chiamo chinandomi e spolverandomi un sandalo, non rispondi: non conosci la parola "sandalo" e non mi guardi, quindi fottiti.

 

Uomo bello. Non "bell'uomo" che è diverso, lo sanno tutti, ma uomo bello da osservare e da chinarsi leggermente al passaggio. Uomo agile senza ostentazione, non ha faccia quasi, o no: ha la faccia stampata su tutto il corpo. Ti guarda con le punte degli alluci. Tiene gomiti, e non ha paura di usarli. Va sempre a comprare, con calma, qualche cosa di urgente.

 

Una volta scrissi delle cose pensando di fare un libro (o una specie di raccolta di francobolli) da chiamarsi "corporale". Iniziai insomma una specie di collezione, di questi dettagli umani, ma nessuno di questi pareva interessare a nessuno (a me pareva materia molto sexi), quindi smisi. Però parlai dell'elegante disposizione dei peli sul torace, di un uomo con diversi gomiti e un bel po' di paura (ma pure con una certa sfrontatezza, cose che vanno insieme) nelle ginocchia.

 

Il corpo di un santo sarebbe abbastanza umano per me: pieno di gomiti e ginocchia, teoricamente pieghevole ("come un doppiometro"), l'anima nel cedimento dell'anca, lo sguardo al cielo senza occhiali da sole.

 

Gli uomini umani hanno la pelle argentea, spesso. "Tengo alle tue pallide mani". Uomini strofinano punte di dita asciutte e bianche sulla superficie di fianchi stirati, i muscoli allungati fino a tracciare intera la diagonale del materasso. E lui dove sta?

Lui sta sulla terrazza.

 

Non ci posso pensare che un uomo di quarantasette anni mo lo chiamano un ragazzo, e invece prima si chiamava "un uomo di mezza età". Anche noi ci chiamiamo ragazze fra noi, però facciamo ridere e lo sappiamo, difatti nessuna protesta se la chiamano signora signora, o se dicono alla fila di un negozio "stava prima la signora", quando magari "la ragazza" si era fatta di lato per lasciare passare una più vecchia di lei, o magari più giovane ma incinta, oppure in procinto di. Ma è pure vero che siamo decisamente più ragazze delle ragazze che si vedono in giro (incinte o in procinto di). Certo se fosse vero che sono incinta ("a quasi cinquant'anni!", così dico di me, col punto esclamativo d'ordinanza) la questione s'affloscerebbe, e i capelli all'istante si vivificherebbero. "Ma sono già, vivificati!" (col punto esclamativo). "Quello è il mare, il salino". Salino, questa parola mi fa venire una cosa allo stomaco.

 

Come fanno certi uomini al mare a non essere per nulla salini. Io mi ricordo: delle statue di sale, capelli così salati da avere riflessi olivo. Adesso niente, si fanno tutti la doccia, diverse volte al giorno, perennemente idratati.

Mi metto alla ricerca di un uomo elegantemente disidratato, riflessato olivo.