mettiamoci una pietra sopra 4

Di neve, di moda e di architettura sofisticata

 

 

primo giorno
Arrivo a Torino sabato sera alle cinque, e non ho nulla da fare e non conosco nessuno. La Torino che vedo è uguale a quella che conosco e che mi ricordo, anche le facce. Decido di fare al volo una cosa che mi va e non mi va di fare: telefonare a biandbo dal treno, mezz'ora prima di arrivare. Dice che mi verrà a prendere al binario.
Biandbo - che comincerò subito a chiamare Mario - è un bel signore piemontese molto sorridente ed elegante. Cammina elasticamente e parla molto, con una voce piacevolmente cantante. Lascio le valigie, mi porta a vedere il suo studio, e giacché c'è anche i luoghi dove l'indomani lavorerò, e un luogo economico per mangiare discretamente.

secondo giorno
Salendo in ascensore nella sede dei laboratori, l'IRES Piemonte nell'ex convento di San Salvario, conosco Luciana, una mia coetanea che ha scelto di partecipare al mio stesso laboratorio. Lei si presenta subito e mi tocca con confidenza - si ride, io sbaglio naturalmente piano, ed entriamo finalmente nella sala riunioni dove tutti ci conosceremo.
Prendiamo posto intorno a una tavola rotonda e si fa un giro di presentazioni - tranne qualche stravagante che aggiunge un paio di parole più criptiche, ognuno degli architetti presenti dice sostanzialmente nome e cognome e provenienza, seguito dalla semplice frase "sono architetto". Veniamo poi instradati verso le salette che ospiteranno i singoli laboratori, quello che ho scelto io si chiama "Winter Obsession". I nove partecipanti al mio laboratorio sono tutti architetti più o meno della mia età, sicché non è un laboratorio per neolaureati agguerriti. Bene.
Nella saletta conosciamo l'architetto Italo Rota, cinquantenne, milanese, che sarà il nostro tutor. Parla con voce sottilissima, e movimenti molto precisi delle mani. Non è molto alto e tiene la testa un po' incassata nelle spalle, ha un’attitudine "saltellante", sorride poco benché ogni tanto lasci affiorare un'espressione cordiale. Ci reintervista, e poi chiede a ciascuno delle nostre abilità al computer. Per la prima volta non so bene che dire: parto dalle parole "confusa" e "confusionario", e in poche frasi le ripeto più d'una volta. Una ragazza alta vicino a me mi allunga una mano calda sulla gamba, e me la stringe ridendo. Non capisco se mi stia consolando o se sia un segno di complicità - sarà complicità, il suo nome è Sabina e diventerà l'altra mia "amica". Per me che non ho amiche, due in un'ora mi pare eccezionale. Siamo peraltro in maggioranza donne, come al solito. Di fronte a me, un architetto lungo e magro di Aosta, con una faccia molto aperta, cerca complicità con me a una distanza maggiore, e ci riesce quasi subito, condividendo una smorfia e uno sguardo interrogativo in risposta a una certa cosa detta dal tutor. Si chiama Roberto e sarà da subito l'altro mio amico. Partiamo dunque per i sopralluoghi.

i sopralluoghi
Su di un piccolo autobus, ci rechiamo prima alla GAM (Galleria d'Arte Moderna), edificio piuttosto brutto fine anni sessanta dove non vedremo le opere di Balla sulle quali alcuni di noi potranno scegliere di lavorare. Comincio a scattare le mie prime foto in giro. Bisognerà costruire qualche cosa lì fuori. Sollevo la mia prima questione, che cade miseramente a terra nell'interesse generale e totale disinteresse del tutor – non sollevare troppe questioni, mi dico. Avvio per qualche attimo e in privato un secondo discorso con la sua assistente, riguardo al tema dell'"esporre collezioni" (donazioni, per esempio, nella loro interezza). È che ho proprio voglia di scambiare opinioni.
Coltre. Non solo sui miei tentativi di discorso, ma anche sull'architetto Rota, che per andare al Museo della Montagna, prossima tappa del tour illustrativo, si infila un (immagino trendy) maglione di lana grossissima tricottato a mano con ferri giganteschi, di un melange sull'arancione. Se lo infila sopra alla giacca e sembra un omino michelin. Lo fotograferò più tardi al museo della montagna, accanto a una specie di stambecco impagliato. Di spalle all'occhio pensoso di questo stambecco, ci parla dell'altro tema possibile, "from the tree to the ski". Io dichiaro a chi mi sta vicino che non potrò dire nulla a riguardo, non essendo mai andata in montagna a sciare. Il mio nuovo amico Roberto Rosset, sciatore aostano, si avventura nella sua prima opposizione al tutor: Rota parla di Sisifo che continuamente risale per scendere, Rosset parla invece del "godimento", e sorride con decisione. E' assolutamente chiaro che Rosset scia e Rota no, ma intanto vince Rota e il godimento della discesa viene immediatamente messo in cantina. Faccio delle foto dall'alto, Torino è una scacchiera impressionantemente fitta e piatta, perfino il fiume sembra avere un andamento rettangolare.
Finalmente siamo al Museo Egizio, sul quale si lavorerà contrapponendo la staticità delle statue nere alla dinamicità dei disegni di Carlo Mollino nel suo famoso Manuale sul Discesismo. Il tema mi diverte, fotografo qua e là statue egiziane "dinamiche", che naturalmente non mi serviranno. Tutti a casa infreddoliti, quindi. L’albergo è buono.

terzo giorno
Giorno di convegno. Scelgo di mettermi il mio lungo cardigan multicolore, col quale svolazzo per le moquettes. Prendo un sacco di appunti, si scherza e si ride ma soprattutto si discute animatamente - io e le mie due amiche. Ascolto l'intervento di François Confino, l'architetto svizzero al cui laboratorio ho deciso all'ultimo momento di non partecipare, e penso che cazzo era lì che dovevo andare. Durante l'intervallo vado in fibrillazione e mi chiedo se non sarà il caso di farmi cambiare. Le mie nuove amiche mi convincono dei motivi di interesse del nostro atelier, e perfino di una specie di "simpatia" di Rota (avevo appena dichiarato che mi stava sostanzialmente antipatico). Sì l'atelier è molto interessante, dico io, lui non so, e decido di aspettare gli eventi.
Alla fine del convegno c'è già il primo scazzo fra i relatori, e quello che comincia a sparare a zero è Rota. Dice cose interessanti e condivisibili effettivamente, di grande sottigliezza e lucidità. Ciò che mi appare meno condivisibile sono, dopo cotanta teoria, gli esiti dei suoi lavori: sono due giorni che ci illustra con gran tripudio di notazioni critiche la mostra che ha allestito sulla moda di Roberto Cavalli, che mi pare mediamente risolta male e un poco sciatta, nonostante la dovizia di mezzi e il lusso quasi imbarazzante dei materiali. Dice che non avrebbe mai fatto una mostra su Armani perché non ha mai comprato un suo vestito. Naturalmente non ha parlato al folto pubblico nel suo mirabolante maglione, limitandosi a una modesta giacchettella blu.
Dopo il convegno ci buttiamo sul tavolo in casa di Luciana (che è di Torino) a disegnare e a discutere. Le mie due amiche sono architette di grande intelligenza, tiriamo fuori entusiaste alcune buone linee di partenza, poi ci rechiamo alla cena, dove ci sarà Rota, che mi intervisterà stavolta sul piano più personale: abbiamo conoscenze comuni, si avventura in pettegolezzi, non gli dò corda su questo piano ma si ride comunque un po’, e poi si parla, certo, anche di architettura e non solo di architetti.
I suoi due assistenti sono una bella ragazza bionda, sottile e dallo sguardo stupito, e un ragazzo giapponese molto simpatico, entrambi vestiti molto alla moda. Molto. In fine cena Rota apprezza la mia vestaglia colorata – l'ho messa apposta per lui, in fin dei conti. "L'hai fatta tu?", mi chiede. Ovvio che no, è di Gaultier. Si andrà avanti per qualche giorno a colpi di "moda" – affilo il coltello, ho degli occhiali straordinari che valgono da soli un intero abbigliamento, me li giocherò al momento opportuno. Rota è proprio un bastardo ma sa essere anche cordiale, concludo, sospendendo il giudizio sul suo valore in quanto architetto.

quarto giorno, martedì
In orario, eccoci in sede. Ho il computer, un blocco di carta da disegno e una matita. Il tecnico dei computer, un ragazzo sempre serio con leggero accento tedesco, tenta di connettermi alla rete con scarsi risultati. Decido di lasciarlo lì a fare in pace i suoi tentativi. Io e le mie due amiche comunichiamo a Rota che abbiamo riflettuto moltissimo e che ci sono venute alcune idee su come connettere i vari e diversi luoghi di esposizione. Una idea, in particolare, ci sembra interessantissima. "Sivabè", dice lui, "adesso però sceglietevi un tema per ciascuno, e in un'ora (QUESTA È UN’ESERCITAZIONE) formulate il vostro progetto. Poi ne parliamo". Ah. Vabè. Donne architette molto elastiche rotte a tutto e soprattutto alle più diverse forme di collaborazione ai cambiamenti di programma e agli umori prevalenti, si mettono coscienziosamente all'opera, come gli altri d’altronde. Io scelgo il tema Museo Egizio / Carlo Mollino. Ho in mente una foto di Man Ray, una statua velata con un ramo leggero in bilico sulla testa, una faccenda d’ombra e di luce, il b/n, uno sfondo di stele con geroglifici mollino-egiziani, gli schemi di scarico delle forze sugli sci del manuale sul discesismo – ce n'è abbastanza. Schizzo il mio embrione di progetto davanti allo schermo del computer, nel quale campeggiano le forme straordinarie di un sovrano Thutmoside in basalto. Osservando l'immagine ricavo il contorno della mia statua velata, che si staglia prima su un velocissimo disegno di Mollino che illustra schematicamente il meccanismo di una volta in discesa, e poi sulla stele mollino-egiziana. Comincio a progettare un sistema di illuminazione alternata, in primo e secondo piano.
A uno a uno, tutti spiegano il proprio progetto. Nessuno va bene, neanche il mio, per il quale la laconica diagnosi è "sindrome dell’intellettuale meridionale". Il tutor lancia l'idea di progettare un muro di ghiaccio vero con dentro cinque pesciolini tropicali proiettati e animati (in cinque colori, quelli dei cerchi olimpici; devono essere tropicali perché i pesci verdi e blu sono tropicali). Un segno contemporaneo, "molto sofisticato". "Sofisticato" è la parola che udremo più spesso in questi giorni.
Lo staff tecnico di Rota comincia a progettare il muro, insieme ad alcuni altri oggetti analogamente geniali, tutti di diretta invenzione rotiana. Il giapponese, molto gentile, dice che monterà delle scansioni per me "dopo aver sistemato una statua per Italo". Udita, vengo immediatamente tacciata d'incapacità a farmi le scansioni da me. Deboli proteste da parte di tutti i laborantes, sottofondo di sbuffi. Io mi alzo e dico: vado al museo egizio a fotografare. Dovrei rientrare all'una, non tornerò invece che l'indomani. Appena messo piede fuori difatti, un pensiero chiaro mi si è formulato in testa: FUORI DI QUI. (Il lavoro, prima al museo egizio, poi in piazza Carignano, e poi finalmente nella stanza d’albergo sul mio computer, è consistito nell’approfondimento del mio schizzo iniziale. È durato svariate ore di notevole concentrazione, ed è terminato verso le undici di sera. In serata mi telefona Rosset per sapere cazzo di fine ho fatto).

Quinto giorno, mercoledì
Rientro in sede, cercando di prepararmi una spiegazione sufficientemente chiara per il mio comportamento di ieri. Concludo, prima di varcare la soglia, che "avevo bisogno di riflettere un po’ per fatti miei" può essere la spiegazione migliore.
All’interno, una ragazza milanese lavora sbuffando alla progettazione di una mantellina (praticamente un cartamodello in scala 1:1) decorata con geroglifici-alla-mollino: non solo sciatori, ma anche prospettive di chalet di montagna realizzati da Mollino. La visione dello chalet sulla mantellina mi mette addosso un’ansia insostenibile. Il ragazzo di Aosta non c’è, Sabina è malata, Luciana ha buttato nel cestino un bellissimo progetto di installazione degli acquerelli di Balla "Compenetrazioni di luce" e sta lavorando in Autocad 3D, su consiglio o meglio per ordine del tutor, a delle strane torri violacee generate dalla rotazione dei cinque cerchi olimpici intorno a un asse. È UN’ESERCITAZIONE, precisa ridendo.
Presento velocemente gli esiti del mio lavoro solitario, rifiutati prima ancora di cominciare a parlarne. "Tu hai un problema con l’architettura", mi dice. "Sì, forse, effettivamente….", comincio ad ammettere. "E allora cambia lavoro e sii felice", è la conclusione. Non ho mai sentito tante conclusioni in così poche ore. Esco di nuovo, vedo il pensiero "FUORI DI QUI" che si staglia con estrema precisione, in caratteri Bold Maiuscolo, nero brillante su bianco.
Cammino per le strade in leggera apprensione. Ieri sono stata abbordata da una zingara di nome Donna Maria. Non ho saputo dirle di no, non riuscivo a non risponderle, mi ero già vista darle tutti i miei soldi e fare per una settimana gli incantesimi col sale e lo zucchero, e solo dopo buoni dieci minuti di inquietanti letture del mio passato del mio presente e del mio futuro sono riuscita a scappare. Scappavo per via Roma e la zingara mi rincorreva, gridando “Anna, Anna!”. Mi sono rifugiata nel ristorante self service "Brek", con cinque euro in meno nelle tasche.
Den non mi ha telefonato.
Biandbo mi chiama e mi comunica un invito di Angela (l’Angela del Forum) per cena a casa sua, in campagna, domani. Dico di sì senza nessun entusiasmo, e torno in albergo.
La proprietaria dell’albergo è un’anziana signora molto minuta. Parla moltissimo con me, con piacere o almeno così mi pare.

Sesto giorno, giovedì
Ieri non ho prodotto niente. Cominciano a fioccare le telefonate. "Io mi sfilo", annuncio ai miei amici. Ma dai, ma qua, ma là. "Dai vieni", mi fanno alla fine. Il tono è perentorio dunque ci vado. Nel tardo pomeriggio.
Rosset ha acquistato un cristallo swarowski, lo ha montato su un congegno per farne uno Scompositore di Luce Tascabile, lo ha buttato sul tavolo e se n’è tornato ad Aosta. Mi aggiro fra i fogli, negli schermi alcuni piedi diventano sci. Un fascinoso socio di Rota parla di architettura sensoriale. Con lui e la mia amica Luciana, ci sediamo in un angolo e parliamo di "Tempo fuori luogo" di Philip Dick. Rota mi acchiappa di peso, "è possibile che devi fare l’uditrice?", "Lasciami stare, va benissimo uditrice", gli rispondo, ma vieni siediti che facciamo sto progetto, insiste. Mi siedo. Filosofeggia sulle mie attitudini, chiama la mia architettura "scultura". Non se ne cava nulla, mi alzo perché alle sette ho appuntamento con biandbo e la sua signora per andare in campagna da Angela.
A casa di biandbo (bella casa di artisti borghesi, elegante e anni quaranta, illuminazione calda, quadri ben disposti), comincio a raccontare quello che sta succedendo. Prendiamo barbera e sformato, e partiamo per la campagna con la kangoo. Fuori è gelido.
Angela vive in una casetta a due piani. Ci accoglie con suo marito e suo figlio. Sembra una sciatrice inglese, vederla mi dà lo stesso effetto che leggerla: mi piace e non mi piace. Ha lunghi capelli lisci biondo miele, un sorriso largo e determinato, un maglione irlandese aderente, un culo da madre-di-figli sportiva, piazzato nei pantaloni di velluto con evidenti i segni dello slip. Ci mostra la casa, ovvero (non so come dirlo) i suoi ninnoli. Dopo una cena luculliana a base di piatti piemontesi casalinghi e molto barbera, nel corridoio, mi tira fuori le sue poesie. Apprendo allibita che prima di scrivere una poesia scrive "pagine e pagine critiche". Mi mostra i suoi quaderni, ho modo in effetti di apprezzare le dimensioni scioccanti delle "pagine critiche" propedeutiche a ciascuna poesia. Ha una scrittura rotonda, come quella di molte mie amiche alla scuola elementare. Legge un’altra poesia (che ricordavo) con tono elevato, ispirato. Quando legge una delle sue chiose ironiche o provocatorie, scoppia a ridere sonoramente da sola, e l’uditorio si adegua immediatamente, echeggiando con gentilezza alla sua risata.
Sempre per gentilezza (non ne ho così voglia) le mostro la mia scrittura, sulle pagine del taccuino che tengo in borsa. "Leggici qualcosa", mi fanno. È un reading. Leggo qualche riga a caso, tipo che la lettura di proust fa benissimo alle donne e malissimo agli uomini, che ne so, una scemenza qualsiasi. Plaudono, soprattutto il figlio di Angela.
Mario e Anna sono persone gentilissime, sono riuscite a dire "che bello" anche davanti a una conchiglia, a una tazzina di limoges, a un quadro a olio un poco imbarazzante fatto da Angela medesima, al perfetto funzionamento delle paraboliche attentamente orientate dal marito di Angela, tarantino emigrato sessantenne con la passione per le antenne.
Il cibo tirato al barolo presidierà il mio stomaco fino alla colazione di domani. Fuori, uno spesso strato di ghiaccio si è formato sul parabrezza. Anna, l’Anna di Biandbo, si offre di andare lei a levare il ghiaccio. Ho l’impressione fugace che si riferisca a uno stato di cattiva salute del compagno, oppure alla sua età avanzata. Infatti Mario esce dicendo eroicamente "ma scherzi? vado io!". All’improvviso, ho paura che non sia perfettamente in grado di riportarci a Torino.

sottofondo 1: internet e telefonia
Fin dal mio arrivo, provo a collegarmi a internet dall’albergo. Via centralino, ho capito come si fa. Non riesce. Per due giorni provo incessantemente, impostando un numero imprecisato di opzioni avanzate: non riesce. Alla reception la proprietaria dell’albergo e suo figlio mi dicono che forse è colpa del vecchio centralino dell’albergo, che prima o poi dovranno cambiare.
Il terzo giorno faccio un tentativo nella sede degli atelier, dal mio computer finalmente collegato in rete. Non riesce. Il tecnico del computer mi comunica dopo due ore che il mio computer può accedere a internet ma non alla posta. Scarico allora la posta dal sito di tiscali: due messaggi clubtiscali. Dallo stesso sito, mando un messaggio a den chiedendogli di contattarmi via cellulare.
Il mio cellulare è prevalentemente spento, se è acceso ha la suoneria esclusa. Il controllo costante delle telefonate senza risposta e dei messaggi in arrivo mi getta quotidianamente nello sconforto più nero: sono inseguita da molti, soprattutto dal signor Fortunato, delle Tremiti, che aspetta un esecutivo da prima che partissi. Riconosco il prefisso delle Tremiti e mi guardo bene dal rispondere.
Il quarto giorno mi viene l’idea di verificare se la presa telefonica dello scrittoio nella mia stanza d’albergo sia attiva. Cazzo non è attiva. Quattro giorni di tentativi inutili quindi. Provo a collegare allora il mio computer a una doppia presa telefonica che ho intravisto nella hall. Non riesce. "È il centralino", concludono madre e figlio, "dovremo cambiarlo".
Il quinto giorno, scendendo dalla mia stanza, vedo ai piedi delle scale una montagna di telefoni rossi, del tutto uguali al mio. Stanno cambiando il centralino e l’intera rete. "Forse stasera riuscirà a collegarsi", mi dicono madre e figlio.
La sera riprovo, il collegamento sembra partire, poi fallisce per mancato riconoscimento della password. All’eccitata domanda dell’anziana proprietaria dell’albergo ("ALLORA, FUNZIONA?"), rispondo (evitando di guardarla in faccia): non è colpa del vostro centralino, sono io.

settimo giorno, venerdì

È venerdì, giorno di chiusura dei lavori. Per prima cosa chiudo il cellulare.
Nella sala della colazione, all’improvviso vedo molti partecipanti agli atelier. Prima una ragazza iscritta all’atelier di François Confino, non architetta, che si lamenta di non aver trovato su internet l’immagine di una carovana "come quella del caffè Paulista", o qualcosa del genere. Poi, il tecnico immagini di Confino, Stephane Moullet, molto simpatico, al quale racconto immediatamente in francese l’intero sviluppo delle mie vicissitudini. Poi, al tavolo più lontano da me, il socio fascinoso di Italo Rota.
Mi alzo e vado da lui: "Visto che hai capito cosa voleva dirmi Rota", gli chiedo con decisione, "me lo dici anche a me?". "Sta giocando al gatto col topo", mi dice.
Decido allora coraggiosamente di recarmi in sede. Cerco di smaterializzarmi mentre giro intorno al grande tavolo, tutti sono molto indaffarati, vado a fumarmi una sigaretta nelle scale con le mie amiche. Evito di incrociare gli sguardi del tutor, dell’assistente, del giapponese. Essere invisibile è un'impresa superiore alle mie forze, quindi me ne vado.
Raggiungo il centro, vedo da lontano Donna Maria e le sue due trecce rossicce, lei non mi vede, heureusement, mi rifugio nell’Upim. Al piano interrato, comincio a guardare i giocattoli, un sacco di diavolerie, compresa una "famiglia di rane viventi da adottare" che prende vita mescolando il contenuto di una misteriosa bustina nel liquido contenuto in una scatola: il liquido dovrebbe diventare verdastro, rana-mamma, rana-papà e rana-figlio, tutti e tre con una misteriosa coroncina in testa, dovrebbero cominciare a muoversi, e sopravvivere per due anni se il bambino adottante avrà l’accortezza di nutrirli con costanza, versando a pizzichini il contenuto di una ulteriore bustina. Il bambino adottante potrà ricevere inoltre un diploma ufficiale di Allevatore di Rane. Non è un regalo adatto a Vincenzo, concludo.
Passo al banco cartoleria, e le mie mani iniziano a pensare per me. Prelevano: dieci gomme da cancellare, due tipi di colla, un paio di forbici da carta, un taglierino da cartone, due pennarelli uniposca neri. In una cartoleria fuori, acquisterò del cartone pesante.
Mi precipito in camera d’albergo: inizierò a fare il mio PLASTICO DI PROGETTO.
Taglio sul pavimento del bagno, realizzo al computer la superficie dei muri da stampare (giù c’è un service), riutilizzo un’immagine stampata ieri, "scolpendo" le gomme da cancellare col taglino ne ricavo una trentina di piccole statue egizie stilizzate, con l’uniposca nero le trasformo in statue di basalto, hanno tutte un’unica forma, quella della dea Sechmis, con la testa di leonessa. Stampati i muri, uno a sfondo bianco e uno a sfondo nero, con scritte tono su tono MUSEO EGIZIO / CARLO MOLLINO, passo alle delicate operazioni di incollaggio, che terminano con l’applicazione sul muro bianco di una serie di francobolli molliniani di argomento discesistico – non ho immagini di chalet da utilizzare, peccato. Peccato infine che ho appena rotto i miei strabilianti occhiali bianchi e neri a farfalla, che dovevano servirmi per accompagnare la consegna del mio plastico b/n. Bestemmie.
Alle nove di sera infilo il mio intervento monumentale in piazza Carignano, leggero e solido, in una busta di plastica, e lo porto in sede.
Lo lascio lì, attraversando lo sguardo interrogativo e interessato del giapponese, "che eleganza!” dice Sabina e non sono sicura che lo dica sul serio, insomma lo lascio lì nell’armadio aperto senza pensare assolutamente alla presentazione di domani e vado via con le mie due amiche. Cena al ristorante cinese lì di fronte, risate e tranquillità. L’appuntamento è per tutti alle due di pomeriggio di domani. "Ci raggiungi domattina?", mi chiedono. "Con comodo, sì", rispondo. Ciao, ciao.

ottavo giorno, sabato
Questa mattina mi dedicherò agli acquisti: giocattoli per i bambini e baci di dama per mia sorella. I giocattoli li trovo dopo un paio di chilometri, mentre per i baci di dama devo percorrere a zig zag l’intero centro di Torino: paiono spariti dal commercio. Alla fine tutto è acquistato. Parlo con Gianni al telefono, "te lo dicevo io, Rota è veramente un ciuccio, sono così antichi". Sì sono antichi, mi ripeto. Sono antichi, e lui in particolare è proprio un ciuccio. Pranzo in un self service affollatissimo, a fianco di due architetti forse sessantenni, un uomo e una donna, che parlano in libertà della direzione di un cantiere. Provo l’impulso di aprire un tavolo di discussione immediato sul tema "il mestiere dell’architetto", poi mi limito a prestar loro il portacenere. Mi reco in sede, con studiata lentezza, alle ore tredici e trenta.
Sono tutti talmente indaffarati che non mi guarda nessuno. Mi sento in estrema tensione, quello che devo fare ora è estremamente difficile: sarò l’unica persona che non consegna, e devo non-farlo con estrema precisione.

la presentazione dei progetti, sabato pomeriggio
Saliamo tutti al quarto piano, saletta riunioni. In cinque minuti ben tre persone mi chiedono se ho voglia di presentare il mio progetto: l’assistente, la mia amica Luciana in veste di portavoce di Rota, e il giapponese. In tutti e tre i casi inspiro, sorrido e dico NO. I tecnici televisivi prendono posto, i funzionari della regione, i dirigenti della fondazione, tutti i partecipanti esclusi quelli del gruppo che esporrà per primo, e io. Cerco di assumere una postura congrua, ma non capisco quale possa essere. Mi dispongo a osservare con discreta attenzione. La mano sotto il mento, un accenno di sbadiglio trattenuto, uno sguardo che plana con indifferenza sullla saletta: ecco qui.
Davanti a me, su un lungo piano espositivo (la superficie di cinque tavoli poggiati di taglio su altri cinque tavoli, sulla quale è stato steso un rotolo di moquette nera), le tavole omogenee del lavoro dell’atelier Confino: NO-MAD, si chiama. Uno scherzo di due milioni di euro per una mostra spettacolare della durata di tre giorni, all’interno del forte di Vinadio. Dio come avrei voluto/dovuto lavorarci. La faccia sorridente i capelli bianchi gli occhiali dal riflesso argenteo di Confino illustrano rapidamente, fra una battuta e l’altra, il senso del progetto. Poi i partecipanti, un ragazzo e il resto donne. Una di queste comincia a leggere piano e con un certo pathos: è la descrizione drammatizzata della scena che accoglierà il visitatore, il racconto del suo avvicinamento al forte (è la ragazza che cercava la carovana del caffè Paulista). Alla fine della presentazione, sul maxischermo in alto, il video di qualche minuto realizzato da Stephane Moullet: effetti speciali, e molto fuoco, fiamme, scoppi, scie luminose di omini fosforescenti che si arrampicano sulle mura, un nastro trasportatore sul quale scorrono bagagli gonfi. Ripenso all’improvviso alla serie di pannelli che realizzai dieci anni fa per il negozio Finisterrae: tanti oggetti incastrati in una superficie di fibre di palma, tutti ordinati, ognuno con la sua didascalia, e in cima a ogni pannello il nome di un viaggiatore immaginario – fu bello, immaginare quei signori.
È il momento di Carmen Bueno, una donna piccola di forse cinquant’anni, tondina e bionda, sorridente e abbronzata, che commenterà ciascun progetto in termini di fattibilità e (come dire) desiderabilità pubblica, in qualità di chef d’ouvrage d’eccezione. In effetti è lo stesso ruolo che ha svolto nella valutazione dei pre-progetti per l’esposizione internazionale di Siviglia. A suo parere il progetto di Confino (che si dovrebbe realizzare quest’estate) è fattibile – chiede solo, rivolgendosi al gruppo di lavoro, se ritengono ipotizzabile una durata maggiore della kermesse. Confino risponde per tutti alla domanda: "non".
Ma ecco il gruppo di Rota che attacca le tavole alla moquette verticale. Non ci stanno tutte: la produzione è cospicua. Il serpeggiante nervosismo fa crollare più di una punes. Poi i laborantes si accatastano in un angolo e il tutor comincia a parlare, guardando in terra e pencolando leggermente sui piedi, come fosse sempre in procinto di spegnere una cicca con la punta della scarpa. "Innanzitutto", comincia a dire con la sua voce sottilissima, "devo premettere due cose. La prima, è che nessuno dei miei studenti è riuscito a raggiungere quel minimo di astrazione, di concettualizzazione, di precisione nel proporre il proprio progetto. Preciso che in questo gruppo c’è stato anche chi non ha prodotto nulla".
Bisbigli. Resto immobile in una posizione scomoda.
"La seconda cosa che volevo dire, è che ho riscontrato nei miei studenti un livello di conoscenza degli strumenti informatici e digitali assolutamente insufficiente, per cui alcuni di loro hanno presentato una tavola disegnata addirittura a mano. Questo è a dir poco imbarazzante al giorno d’oggi. In ogni caso nessuno, dico nessuno dei miei studenti, è riuscito a dare una risposta ai temi proposti. Eppure erano temi abbastanza semplici…". Eccetera.
Sta gettando merda su tutti. Le facce dei suoi studenti (dai trentacinque ai cinquant’anni) sono indecifrabili. Gli sguardi bassi, le dita intrecciate. Forse a qualcuno viene da ridere e sta resistendo, non so, voglio sperare. Poi ciascuno di loro va a spiegare velocemente la propria (a sto punto) impresentabile tavola. E cede il posto al prossimo, riaccatastandosi senza applausi contro la parete.
Alla fine della presentazione degli studenti, dal pubblico un signore dice un "grazie!", a voce alta, rivolgendosi chiaramente ai poveretti. Carmen Bueno, alzandosi dal suo posto ma senza darsi pena, stavolta, di raggiungere il centro della scena, dichiara l’esito dell’atelier di Rota impossibile da valutare in quanto esercitazione accademica. Bisbigli. "Interessantissimo comunque", conclude sottovoce, sedendosi.
È la volta del terzo atelier. Sabelli, antropologo, coordinatore del museo di Neuchâtel, inizia la sua performance denominata "l’homme charmant". Charma un po’ tutti, in effetti. Segue presentazione narrativa e teatrale del lavoro svolto – un lavoro secco, omogeneo, una proposta unica in cinque tavole. Forse esigua, ma charmante. Carmen Bueno dichiara la cosa fattibile, con qualche verifica illuminotecnica. L’apice dello charme è raggiunto nella dichiarazione finale di Sabelli: "e se questo lavoro si farà", dice innalzando il tono della voce, "dichiaro qui davanti a tutti che non sarà con un’equipe, ma con questa equipe". Applausi. Commozione del gruppo. Si alza Rota e spara a zero su Sabelli, su Confino, sui loro progetti, sui rispettivi gruppi e via così. Sabelli risponde. Qualcuno si solleva dalle sedie a mezz’aria. La serata continua fra polemiche neanche tanto sottili: organizzatori contro tutor, tutor contro organizzatori e l’un contro l’altro armati, anche a caso.
Segue buffet nella sede del nostro atelier. Carmen Bueno mi intervista in un angolo. Riassumo in breve, vergognandomi un po’, la mia posizione nell’atelier, per poi passare immediatamente a parlarle della Spagna, e di un laboratorio a Valencia dove ho fatto da tutora. Sorrido con decisione, e lei mi risponde cordiale, stringendomi il braccio. Appuntamento per tutti alla cena sociale: gran fritto misto in campagna.

Gran fritto misto in campagna

Fra una zucchina e un amaretto fritto, Rota m’interroga su quel che faccio laggiù di bello, io gli rispondo leggiadra. Più tardi Confino mi tira da parte, con Carmen Bueno e il fido Moullet, e m’intervista anche lui: mi chiede se per caso sono io – come se appunto non lo sapesse - quella che non ha presentato il progetto.
"Oui", rispondo sorridendo, "sono io, quella che non ha prodotto niente". "Quella che non ha voluto produrre niente, doveva dire Rota, e non l’ha detto", precisa lui con semplicità.
Oh sì, vabè, n’a pas voulu. Saluti, abbracci, promesse di e-mail.


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