bianco

Posted on martedì, luglio 22, 2008 at 07:32 by Registered Commenteruntitled io | Comments Off

secco

Posted on domenica, luglio 20, 2008 at 13:23 by Registered Commenteruntitled io | Comments Off

Da anni, la mia vacanza è effettivamente vacanza. Cioè vuoto. O meglio: frammenti di diversi qualcosa che galleggiano nel vuoto. Potrei raffigurarmela come una serie di disegni, o di quadri. Per esempio: "latte-pietra", oppure: "rarefatti efficaci", oppure: "ricostruzione del guscio mediano"...

sono foto e titoli di foto, sì - niente di trascendentale. Il fatto è che non c'è altro, nella vita come negli occhi, e nel cervello nient'altro che un susseguirsi di titoli, ai quali assegno una consistenza spropositata, quasi fossero definizioni del mondo com'è.


Sto leggendo un saggio di Frank Furedi, ormai vecchio di qualche anno, "Il nuovo conformismo", sottotitolo "troppa psicologia nella vita quotidiana" - ecco un esempio di titolo del cavolo, fa pensare a un panflettino per lettrici di amica (con tutto il rispetto, che sono stata per anni lettrice di femminili), mentre invece è un saggiozzo di sociologia con una tesi piuttosto temeraria fondata su assunti ambigui, che per di più (al solito) non possiamo valutare alla perfezione, non avendo patito in profondità (in quanto italiani dico) una vera e generalizzata tendenza alla terapeutizzazione della cultura - per quanto...

Per quanto. Le caratteristiche spartane di questa casa, la promiscuità con ogni tipo di bestia, la polverosità della terra, la poca o nulla importanza data all'igiene prima ancora che all'allestimento della persona, fanno oggi da sottofondo stravagante alle incombenze solite (banca, posta, spesa, tasse, pagamenti, manutenzioni - traffico dunque, e benzina) e ai soliti legami (ormai naturalizzati, non so come dire) con le tecnologie d'uso corrente. In sintesi, è da una settimana che cerco di concepire una rendicontazione, e allo stesso tempo di sfuggire a una "forma di post" che in qualche modo mi sembra tradire l'estrema luminosità, l'articolazione complessa e in qualche modo afona di quello che mi vedo intorno. Perché quello che mi sta intorno non è solo sterpi sassi cicale e sporco di terra e sterchi, ma sterpi sassi cicale e sporco di terra e sterchi associati alla lettura di quotidiani alternati alle narrazioni di un sociologo anglo-ungherese, sterpi sassi cicale e sporco di terra e sterchi associati alla televisione, televisione per giunta che ci raggiunge in versione preistorica e sommaria, attraverso un apparecchio minuscolo collegato a un antennina di poca o nulla efficacia, mai sostituita perché siamo (siamo sempe stati) sotto montecaccia, ovvero a poca distanza da una collinetta irta di ripetitori, sulla quale peraltro una volta si andava essenzialmente per raccogliere funghi (ma non è tempo ancora...

vabbè, sto divagando. Nel vuoto appunto, ma pur sempre andando a sbattere con questo o quel brandello di mondo così com'è, ed è proprio questo meccanismo di navigazione, molto simile al navigare nell'aria di un paponno, a darmi spesso la sensazione di cogliere nessi improvvisi, spiegazioni di tutto, empatie non volute col pianeta in ogni minima perturbazione della sua superficie...

Prendi la malattia per esempio. Vengo ieri da un centro diagnostico - il mondo della sanità più o meno convenzionata, delle pratiche e delle accoglienze, del privato e del pubblico, delle strane riservatezze e delle miserie umane nel cerchio delle quali davvero sì, gli uomini sono tutti uguali, come davanti alla giustizia dicono, come gli animali diversamente robusti sotto il governo del sole e di una stagione... clemente, o inclemente? beh dipende... molti italiani vivono in questi giorni attaccati alle previsioni del tempo, che un maltempo improvviso non infici la risicata settimana di ferie nell'affollato e sempre più indifferente villaggio - indifferente sì, ma comunque sempre assai differente dall'ambiente di lavoro e dalle case sempre più costose (intrinsecamente costose, non sto parlando di valore degli immobili) nelle quali normalmente si vive... oddio mi sto perdendo davvero, ma continuo perché... aspetta...

portiera...

è arrivato qualcuno...

sì. Poi mi raggiungono notizie di morti, malattie, quel che è peggio consunzioni, non riesco più a guardare a tutto questo se non attraverso visioni di insetti, vermi, residui di organismi disseccati al sole, e alla televisione o sui giornali ancora parlano di staccare sondini, è tutto uno staccare riattaccare sondini, ribellarsi cedere e cadere, mescolato a preoccupazioni assai più piccole, direi microscopiche, nervosismi ingiustificati, insieme ad accessi di energia pure ingiustificati, e tutto sempre esposto al sole, al vento, all'assordante ondata delle cicale... le cicale di cui anche lei parlava... fino a quando anche le cicale, sommandosi armoniosamente al silenzio in uno strano tipo di aria-miele, densa, protettiva, contribuiscono ad attutire i dolori, a silenziare gli allarmi, a quietare l'ipersensibilità dei nervi...


In tutto questo ti chiedi se ha qualche senso comunicare. Avendo perso frequentazoni all'improvviso come d'estate succede, e non potendole (non volendole) ricostituire con miseri sms, o cartoline di svariato e sempre inadeguato tipo, anche per il fatto di essere abituata ormai a un tipo di comunicazione meno superficiale - mica parlo di abissi, che me ne tengo debitamente lontana, ma qui la falda freatica (nonostante il seccume) non è poi così bassa - mi sento sola e da questa solitudine cerco di recuperare prima di tutto la forza. Una specie di forza primordiale, una forza organica. Perché penso che il mondo sia in disordine e gli allarmi giustificati, ma poi mi guardo le braccia, le gambe, vedo muscoli e pelle in salute, pure mi sembrano buffe e in qualche modo inutili le sigarette che fumo, le mie piccole cicche bianche disseminano qualche viale qui intorno, opportunamente pestate per evistare incendi ma anche per evitare la visibilità accecante del bianco in mezzo alle foglie secche e alle carcasse di lucertole e rospi, le schiaccio roteando la suola delle scarpe fino a quando ne fuoriesce il contenuto... tabacco... tabacco secco e biondo, foglie anch'esso, disseccate, ecobiocompatibili... che ogni tanto mi visitano ancora, queste parole senza senso, queste parole-filamento provenire da una modernità del cazzo, quando siamo ancora qui a disseccarci come qualsiasi vegetale al sole e ai venti caldi del pianeta - almeno a questa latitudine, a quest'altitudine esposta ai venti desertici più che a quelli marittimi...


Il vento caldo qui arriva da sud-ovest. Noi ci troviamo proprio ai piedi del castello, ovvero a sud di andria, ma se ad andria il castello lo vedi in lontananza e segna il sud, e il vento caldo arriva dal castello, ovvero dall'entroterra, a sud-ovest di questo faro dell'entroterra dove appunto mi trovo adesso, cosa c'è? Io lo so cosa c'è, anche se non lo vedo: c'è il deserto nordafricano.

Ho un bisogno estremo, come di tanto in tanto (e me ne accorgo all'improvviso, come sempre, come un allarme al quale posso rispondere o no, ma sarebbe meglio che rispondessi) di andare in una città, quale che sia, che abbia un fiume, che sia attestata stretta sulle sponde di un fiume. Che d'altra parte, fin dalle origini (che strane frasi queste), le comunità degli uomini non si sono attestate lungo i fiumi? per instaurarsi, solidificarsi, e poi crescere, espandersi, liberarsi, e al massimo dell'espansione poi esplodere e nell'esplosione separarsi in pulviscoli umani che per forza centrifuga finiscono per dirigersi - di nuovo dove? - alla volta dei deserti.... dove forse un sogno di pulizia, o di ineluttabilità delle cose, o di potenza esterna contro la quale schiantarsi a riposare, sottrarsi alle fatiche della speranza...


Quando morì mio padre feci un sogno assolato, in cui grandi setacci (come cassette di legno da frutta) s'inclinavano in un senso e nell'altro a ritmo lento e costante, con dentro pietrisco bianchissimo o semi disidratati, quasi altrettanto bianchi, come ossa di vegetali, che rotolando in massa ogni volta da cima a valle facevano un rumore, uno scroscio dalla sonorità asciutta e assordante, mentre dei corpi al sole, bianchissimi e linfatici, riposavano o giacevano intorno. Poi un rivolo casuale, un piccolo specchio d'acqua, fra le pietre e nel sole biancastro, mandare bagliori...

L. ogni tanto chiede di me. Si sta disseccando, e ormai troppo spesso impazzisce di impotenza, o di troppa potenza a fronte di un corpo secco, minuscolo, inabile ormai. Ogni volta dico al figlio che sì, lo so, ci verrò a trovarlo, ma però non credo. Il figlio d'altra parte, oltre che raccontarmi la consunzione del padre, ha appena scaricato dalla macchina (come se non ne avessimo abbastanza di secco) un grande fascio di spighe, come spesso ce ne porta, perché le portiamo a nostra volta a mio padre, disponendole in un vaso di metallo (di rame, o di peltro) che sta nella cappella, un po' lontano dai vasi coi fiori freschi, spighe di un dorato polveroso e un po' spento, severo, consistente, permanente, a ricordare un affetto strutturale, non molle, disidratato e svuotato di ogni umore emotivo.

 

sss1.jpg 



oh...

Posted on giovedì, luglio 10, 2008 at 06:59 by Registered Commenteruntitled io | Comments Off
dire  (dr)
adj. dir·er, dir·est
1. Warning of or having dreadful or terrible consequences; calamitous: a dire economic forecast; dire threats.
2. Urgent; desperate: in dire need; dire poverty.
[Latin drus, fearsome, terrible; akin to Greek deinos.]
direly adv.
direness n.

 
The American Heritage® Dictionary of the English Language, Fourth Edition copyright ©2000 by Houghton Mifflin Company. Updated in 2003. Published by Houghton Mifflin Company. All rights reserved.

 

alta pressione e pressione alta

Posted on mercoledì, luglio 9, 2008 at 10:48 by Registered Commenteruntitled io | Comments Off
È la stagione della raccolta del potere, Bilancia. Un buon modo per dare vigore alle tue iniziative potrebbe essere quello di definire in modo chiaro e fantasioso che cosa significa il potere per te. Ti aiuterò con due citazioni. La prima è di un politico francese di cui non ti rivelerò il nome: "Amo il potere. Ma lo amo come fa un artista, come un musicista ama il suo violino per estrarne suoni, accordi e armonie". La seconda definizione è tratta da Quincunx, la news­letter del poeta Dennis Holt: "Il potere è quella cosa che al mattino spinge il picchio a scendere dall'albero per cercare i vermi tra il fango della strada dopo una notte di pioggia su una scogliera affacciata sul Pacifico da cui si sente il suono della risacca".

Il potere dunque si raccoglie così come si raccolgono i suoni, così come si va a raccogliere vermi ogni mattina (dopo una notte di pioggia su una scogliera affacciata sul Pacifico, etc)

Insomma dice che sto qua perché non ho niente da fare non è vero! (mi piacciono i punti esclamativi questi giorni). E' che se scrivo a mano poi mi scoccio a ricopiare. Vabbè: ieri mattina sono andata a una conferenza stampa a casa di privati, tipo "suonare a". C'era pure un formaggio con una gelatina di qualche vino tipo brunello di montalcino tavernello di montespertoli non so. Avevo un vestito nero lungo e le ciabatte, per l'occasione mi sembrava appropriato, d'altronde ho visto che certe donne moderne di mezza età si mettono lunghi abiti neri e scarpe da trekking sotto, molto sporche leggermente slacciate - e funziona, sembrano eleganti e di potere. Alla conferenza stampa si è messo vicino a me un ragazzo biondo che mi piace assai che non mi ricordo mai come si chiama, dovevo sembrare una di potere perché se io gli sbattevo la cartellina stampa sul braccio era lui che mi chiedeva scusa, ma forse è solo un piccolo film che mi sono fatta, in effetti non so che fare adesso quando incontro una qualsiasi persona che mi piace, tendo a mettermi in scena attingendo al solito repertorio, mi dico che dovrei cambiare atteggiamenti e tutto, ma anche che chi se ne frega sono troppo vecchia per cambiare, e allora finisco con l'abbracciare festosamente conoscenti coetanei coi quali non ho nulla in comune tranne un ricordo di scuola media, quando io mi vedevo bruttissima ma loro mi vedevano tutti la ragazza impossibile con cui  neanche provarci tanto erano solo quelli belli e desiderati o particolarmente sicuri di sé che alla fine riuscivano a starci insieme. Mah: alla fine a me mi si faceva fessa con poco, forse bastava che si facessero avanti e mi dicessero una cosa carina. Insomma, che nostalgia di presunto potere (che poi il potere è stato sempre presunto)

e poi stavo notando con carla che nessuno si veste più con cose stravaganti, che peccato. Io di tutta la stravaganza del passato mi sono portata dietro solo una specie di studiata sciatteria - è la fine che fanno le esibizioniste che prima si mettono addosso qualche arnese che non puoi non guardare e poi escono e si vergognano a morte, ma ormai se lo sono messo e allora lo portano con ostentata ironia (che poi non erano per niente ironiche quando se lo provavano allo specchio): guardo all'indietro certi miei allestimenti di esibizionismo vergognoso e penso forse era là che si  nascondeva, l'origine luminosa di quella specie di credenze

[va bene adesso smettila dai]

[il fatto è che sono andata a tirarmi il sangue, mi scoccia farmi le analisi per vedere se sto bene quando mi sento benissimo, mi scoccia che un medico mi dica fatti due analisi vediamo un po', mi scoccia avere la pressione alta e non soffrirne affatto mentre il medico mi dice che dovrei soffrirne invece, insinuando che se non ne soffro è solo perché schiatterò all'improvviso senza avvisaglie, mi scoccia a morte]

[e comunque avrei deciso di passare l'estate a scrivere cazzate, al fine di abbassarmi la pressione da sola]
 
 
P.S.  e comunque, se a cinquant'anni non mi regalate un saggio, vi radio dell'albo dei prossimi.
 
 

sogno di palmasco e dell'edificio srotolato

Posted on martedì, luglio 8, 2008 at 08:08 by Registered Commenteruntitled io in | Comments Off

noou, gl aveva dat un indirizzo faldo 8ma quest non lo sapevo a questo punto de sogno

insom, gli aveva dato le chiavi di cas sua, siegand che avrebbe dobuto: salire la scala er mezzopiano, trovare una prticina, aperrla, ai capito=

(non gli aveva dato un numeo o un indirizo recso, glia veva spiegato a casa come al spiega un amio che presta una casa)

gliel'aevvano pestata a lui,inece! (ma questo non lo sapevo a questopunto del sogno)

be insomma, gli a chi?

gli alle ragazze, ale due ragaze, ti a fed e al grosso travestto

poi nella casetta nella stanza all fine ci andavo io, pure,

siccome alla tipa grossa, al grosso travesttito lto e vestoto di nero, nonlo volevo pù far enrare

lo salutavo per l aescale, quello se ne andava ma...

io lo sapevo che non se ne sarebbe andato, che avrebbe fato finta di scendere le cale per poi risalire

e difatti così fece

ma io ero lin cima ald aspettarlo, solodhe

davvero mi spaventavo qundo lo vedevo arrivato sul piaeroolo prima del previsto, facevo unsalto proprio

ma comunque

sì che l'avevo fregato, 2ti sei dimeticata di qualcosa'2, i facevo, ma quell qula abbozzava un sorrisetto dieva si no

ma insomam

alla fine

eravamo tutt ala piaza, alla oiaxona

io, le ragaze, perfino palasco

il quale palmasco tenevadei fogli, un progetto, aveva fatto un atesi du una casa lì a fianco, eneva dei fogli e dei numeri di tel e non so

vabbè parlavamo etc, poi lui se ne andava acasa, e cas sua era là vicino , come ho detto

alla second traversa a sinistra del astrada che s'imboccava naturalmnte, a collo d'imbuto, a sud della piazza, entre a ovets iistament e tramontava l sole

al di là di edifici semidiroati, di cui uno con la faccata, era la casa, l terratetto con la facciata di mattoni

dipinti in grigio scup, il grigio scuro si quardava su un findo di mattoni rosi, pàridue

dìintonaco biancastro. e una finestr aad aco, murata al seocndo pano

be plmasco allra,

imbocca la strada a sud pre svoltare verso casa sua

non prima che si cisiamo detti (io): ma alora abiti ancora qui? non a quella casetta nc ima al escala?

nonprima che lui mi avess riposto: no quella non era proprio cas,a mia, gliel'ho detto che gliela prestavo come se fosse cada mi,a na quella era solo

una cas imprestata, on ci voglio pet niente avere a che fare, con loro, capisci?

capisco? E se ne andava, acacaasa sua

Iolo guado mentre si afava a ritrare a casa sua

e manco trenta secondi dopo che aveva grato l'angolo a sinistra, come go detto), secco a destra, su ramonto, la facciata del acaa terratetto sulla quale avevaa fattp "la tesi"

Una tesi di architettra immagino, a quetso punto)

con una specie di srdo boato inizia a srotolarsi verso terra, come qul pubblcità incomprensibile della maccina, nonmi ricordo quale

occazo mi dico, mo gl telefono, dgli dico

s sar rotolando la casa dlela tua tesi!, ma è tarsi, mo gli mando un mesagggio gli dico

cerco di mabdargli un essaggio BReVe dal cellulare condiciso mfra me e mio fglio che c'p anche mo figlio lì=

ma tad lo vedrò domattna gli dico, forse invece doveva scedre ADesso

a veder il crollo, se possiamo chiamarlo, crolo

la facciata srotolata della sua assurda casettaùche alle spalle della facciata era un ridere, l'ho detto?

"l ati aasa si srotola, scendi a veder", oppure "ti sei appena svegliato? non sai cosa e success ieri sera, appena te ne sei andato? scendo in piazza e hiarda a sinirsrea, c'è una as a, la tua casa/rudere, completamente srotolara!"

ma organizzare un messaggio reve era difficile quaii impossibile, nel senso che la sensazione era

di esser econtrollaa o che ne so

allora piantvo l'i il cellulare e dicevo tanto domani quandi sce se ne accorge

però merfda, pnavo, volevo essre al prima a dirglielo, vlevo essre

quella ce re alì POPEO QUNDO sucededvea

e dire che avevo pure prvarp a chiaarlo, quando aveva girato l'agolo, ad alta voce, vieni a vedere il crollo, lo srotolaento, questo qualch socsa d'incompresnibile che succede a ll'eidificio c tantoè stato nei tuioi peniei



noou, gli aveva dato un indirizzo falso! (ma questo non lo sapevo a questo punto del sogno)

insomma, gli aveva dato le chiavi di casa sua, spiegando che avrebbe dovuto: salire la scala per mezzo piano, trovare una porticina, aprirla, hai capito?

(non gli aveva dato un numero o un indirizzo preciso, gli aveva spiegato la casa come la spiega un amico che presta una casa)

gliel'avevano prestata a lui, invece! (ma questo non lo sapevo a questo punto del sogno)

beh insomma, "gli" a chi?

"gli" alle ragazze, alle due ragazze, tipo a fed e al grosso travestito

poi nella casetta nella stanza alla fine ci andavo io, pure,

siccome alla tipa grossa, al grosso travestito alto e vestito di nero, non lo volevo più far entrare

lo salutavo per le scale, quello se ne andava ma...

io lo sapevo che non se ne sarebbe andato, che avrebbe fatto finta di scendere le scale per poi risalire

e difatti così fece

ma io ero lì in cima ad aspettarlo, solo che

davvero mi spaventavo quando lo vedevo arrivato sul pianerottolo prima del previsto, facevo un salto, proprio

ma comunque

sì che l'avevo fregato, "ti sei dimenticata di qualcosa?", gli facevo, ma quello/quella abbozzava un sorrisetto diceva sì/no

ma insomma

alla fine

eravamo tutti alla piazza, alla piazzona

io, le ragazze, perfino palmasco

il quale palmasco teneva dei fogli, un progetto, aveva fatto una tesi su una casa lì a fianco, teneva dei fogli e dei numeri di tel e non so

vabbè parlavamo etc, poi lui se ne andava a casa, e casa sua era là vicino, come ho detto [?]

alla seconda traversa a sinistra della strada che s'imboccava naturalmente, a collo d'imbuto, a sud della piazza, mentre a ovest giustamente tramontava il sole

al di là di edifici semidiroccati, di cui uno con la facciata, era la casa, il terratetto con la facciata di mattoni

dipinti in grigio scuro, il grigio scuro si squarciava su un fondo di mattoni rossi, con parti

di intonaco biancastro, e una finestra ad arco, murata, al secondo piano

beh palmasco allora,

imbocca la strada a sud per svoltare verso casa sua

non prima che ci siamo detti (io): ma allora abiti ancora qui? non a quella casetta in cima alla scala?

non prima che lui mi avesse risposto: no quella non era proprio casa mia, gliel'ho detto che gliela prestavo come se fosse casa mia ma quella era solo

una casa imprestata, non ci voglio per niente avere a che fare, con loro, capisci?

capisci? E se ne andava, a casa sua.

Io lo guardo mentre si andava a ritirare a casa sua

e manco trenta secondi dopo che aveva girato l'angolo a sinistra (come ho detto), ecco a destra, sul tramonto, la facciata della casa terratetto sulla quale aveva fatto "la tesi"

(una tesi di architettura immagino, a questo punto)

con una specie di sordo boato inizia a srotolarsi verso terra, come quella pubblcità incomprensibile della macchina, non mi ricordo quale

occazzo mi dico, mo gli telefono, gli dico

si sta rotolando la casa della tua tesi!, ma è tardi, mo gli mando un messagggio gli dico

cerco di mandargli un messaggio BREVE dal cellulare condiviso fra me e mio figlio (che c'è anche mio figlio lì)

ma tanto lo vedrà domattina gli dico, forse invece doveva scendere ADESSO

a vedere il crollo, se possiamo chiamarlo crollo

la facciata srotolata della sua assurda casetta che alle spalle della facciata era un rudere, l'ho detto?

"la tua casa si srotola, scendi a vedere", oppure "ti sei appena svegliato? non sai cosa è successo ieri sera, appena te ne sei andato? scendi in piazza e guarda a sinistra, c'è una casa, la tua casa/rudere, completamente srotolata!"

ma organizzare un messaggio breve era difficile quasi impossibile, nel senso che la sensazione era

di essere controllata o che ne so

allora piantavo lì il cellulare e dicevo tanto domani quando scende se ne accorge

però merda, pensavo, volevo essere la prima a dirglielo, volevo essere

quella che era lì PROPRIO QUANDO succedeva

e dire che avevo pure provato a chiamarlo, quando aveva girato l'angolo, ad alta voce, vieni a vedere il crollo, lo srotolamento, questo qualche cosa d'incomprensibile che succede all'edificio che tanto è stato nei tuoi pensieri

 

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