autoreverse
Allora cosa fai: scrivi sempre di più altrove, al margine, sotto il tavolo. Allora cosa fai: cerchi interstizi per le tue stesure, per distenderti, rispondere alle tue urgenze, senza troppo comprometterti. Allora che fai: non appena ti sei creato un'immagine pubblica di te, impegni sei otto mesi a distruggerla minuziosamente, perché un'immagine pubblica di te ti dà fastidio. Allora che fai: ti stanchi di guardarti con gli occhi del tuo pubblico, o più radicalmente ti dici no, non ne voglio pubblico, voglio dirmi le cose mie, sentirmi risuonare e dirmi che questo tipo di risuono va bene, cioè scorre, cioè mi rappresenta - ma mi rappresenta a chi? Allora che fai: cambi pubblico, provi nicchie nuove, diventi amico di qualcuno, eleggi qualcuno a nuova tipologia di pubblico, cerchi di nuovo un pubblico che non ti faccia vergognare del fatto di avere un pubblico. Perché allora qual è il problema: avere un pubblico è male, avere un pubblico fa schifo, stare su un palco o su un palchetto fa schifo, voglio tenere le mani libere, i piedi liberi, il cuore libero, preoccuparmi di ciò di cui davvero mi preoccupo - e di cosa ti preoccupi? No non te lo posso dire, non te lo posso più dire, sono già sceso dal palco e questi sono, solamente, affari miei. Ma la passione che ci metto, fra me e me, a trovare parole giuste per questi "affari miei". E poi per trasformare, di nuovo, gli "affari miei" in "affari tuoi", e poi in "affari degli altri", per vedere se sono "affari" credibili, se funzionano come affari, se qualcuno ci crede. Perché in fondo dai cos'è, l'importante è che mi credano, e l'importante è che io stesso, mi creda. Cosa non automatica per niente. Quindi allora che fai: continui tutto sommato ad allenarti a questa cosa che sai fare, trasformare il tuo respiro in parole, l'educazione che hai ricevuto (verbale, di pensiero) tutta a servizio di una musica che fortemente, ancora vuoi suonare. Ma manco t'interessa il suono delle tue parole: a te t'interessa il suono del tuo ragionamento, il suono e il senso del tuo essere al mondo, e dio mio a chi, a chi, farlo vedere? qual è la sala giusta per questo tipo di concerto? e poi diciamolo: le tue preoccupazioni, come i tuoi ragionamenti, come le le tue parole e infine forse pure le tue passioni, sono spesso impresentabili, disordinate, devianti. Mi diceva un amico l'altro giorno: non c'è motivo di dotarsi di stile, se devi solo mostrare dei fatti in cambio di sentimenti, può bastare registrare"sentimentale" fra i registri possibili, in pratica ripetersi come stai, come sto, fino alla fine dei giorni e con chiunque. E serve un palco per ripetersi come stai come sto? serve un balcone? serve cosa? E allora adesso che fai: decidi in una frazione di secondo se questa cosa te la copi nel blog, o te la copi in una bozza di mail, o te la copi nella scaletta della lezione facendo finta che l'abbia detta qualcun altro, o te la copi in un foglio, o in un figlio. Purché di nuovo non ti fermi a guardarla e non ti domandi: cos'è questo? cosa ho fatto? è solo questo, che son capace di "produrre"?
Ieri con erica ci parlavamo: per mail , per chat, per messaggi nei documenti di google, per telefono fisso e per telefono cellulare, per voce e per sms, e attraverso tutti quanti questi mezzi cos'era, che doveva passare? dovevi passare tu, ubiqua e multitasking. Anche stamattina sono passata io, e pure ieri sera, sono passata qua e là, volendomi mostrare e avendo noia di mostrarmi, perché "l'opera" che faccio si risolve pur sempre più o meno tutta in me stessa, come mi muovo nello scenario e nello spazio - e tu? tu che mi racconti di nuove apocalissi che per un poco hai scoperto come fare, e che per un poco penserai "può andar bene", lo sai benissimo in fondo, che oltre che a mostrarmi panorami complessi, sei già tutto impegnato a mostrarmi te stesso. Poi dici che di mostrare te stesso non t'importa, e lo capisco, capisco questa nausea, ma se non seduciamo cosa cazzo facciamo? E questa la radice di tutti i mali del mondo, la vanità, o quell'assurda sensazione della camicia che scende bene e del tuo sudore che profuma - chissà per chi, ma qualcuno ci dev'essere. E in tutto questo cosa va a capitare? Squilla il telefono della casa editrice, e una signora ti dice "pronto? è il ministero della salute?". "Oh, no!", rispondi tu. Per un attimo ridi, mentalmente scrivi uno smile, per dire che all'improvviso volevi metterti a chiacchierare, così giusto per dire com'è buffa sta cosa. Ma "oh mi scusi", dice lei semplicemente, tu pensi dalla cornetta non è passato niente, il mio sorriso di benvenuta non è passato, che peccato (o "sono fuori allenamento", o "la camicia mi scende male" o "non profumo").
Amleto ricorda solo il monologo.
[da: Vincenzo Agnetti, Progetto per un Amleto Politico, 1973]

[Vincenzo Agnetti, Autotelefonata (yes), 1972]
