Blocco del sistema: foto e gatti che se ne vanno.
Non avrei dovuto fare nessuna foto. Prima o poi uno lo capisce. Era inutile partire con la macchina fotografica completamente scarica - il caricabatteria l'ho cercato per tre ore e mezza e non l'ho trovato, poi a un certo punto la valigia la dovevo pur chiudere che altrimenti perdevamo il traghetto allora amen: in montenegro farò le foto col cellulare mi sono detta, PAZIENZA.
Seh.
Le foto col cellulare vengono più o meno tutte uguali, viste piccole ti sembrano bellissime invece poi. Quindi adesso anch'io ho il mio mucchietto di figurine, come tutti quando ritornano dai posti, solo che sono foto che manco l'agfamatic di plastica di quand'ero bambina le faceva così. E adesso di giorno in giorno, a puntate, ne scarico qualcheduna col bluetooth, con alternati sentimenti di delusione e fastidio all'apertura di ogni singolo file. Ma a parte quelle che mi perdo per strada (perché sono impaziente vado troppo veloce e mi c'imbroglio), ci stanno pure intere serie di foto che si perdono nelle collisioni coi fatti attuali. Tipo che oggi i gatti mi hanno fatto perdere l'intera serie di foto fatte a Petrovac, maledizione di una porca.
No il fatto è che il terrazzo di mia madre era presidiato da giorni da una squadra di cinque gatti completamente inselvaggiti. I cinque gatti sono i figli della gatta che mamma si è cresciuta, mezza dentro e mezza fuori di casa, per un anno. A un certo punto la gattina è uscita incinta, e insomma ne ha fatti cinque, ma dove li è andata a fare? Li ha fatti sul cornicione esterno del parapetto del terrazzo, dove assolutamente non si potevano prendere, se non a rischio di cadersene di sotto - con la retina dei pesci ci abbiamo pure provato, ma niente. Così sono passati due mesi: la gatta ha svezzato i mici buttandogli scatolette di paté dal parapetto (le ne mangiava un terzo e il resto lo dava a loro), senza farceli avvicinare, e insomma tutti commossi da questa meticolosa organizzazione e da quest'amorevole difesa della prole, quando i micini sono stati in grado di saltare da soli dal parapetto giù sul piano del terrazzo, abbiamo cominciato a nutrirli tutti e cinque. Io personalmente sono venuta tutti i giorni per dargli da mangiare, pure quando stavamo ritirati in campagna, sempre aspettando il momento che si facessero avvicinare, per poterli poi prendere a uno a uno e portarli a regalare, visto che già avevamo trovato le persone. Beh: quei deficienti fessi, non solo non si sono mai avvicinati, ma hanno iniziato a diventare sempre più cattivi, fino al punto che non si poteva più mettere neanche un piede sulla terrazza, che quelli ti soffiavano e si avventavano alle gambe.
Allora niente: adesso, dopo quasi quattro mesi, mia madre ha deciso che basta, che dobbiamo portarli da qualche parte. E quindi, dopo un sacco di tentennamenti, stamattina è stata la famosa mattinata del valium e dei tentativi di cattura.
Le operazioni sono cominciate alle nove e mezza, che inizialmente s'immaginava che si sarebbero addormentati, che li avremmo adagiati tutti e cinque come pezzette nei loro trasportini, e via. Invece a mezzogiorno io e mia madre ci avviavamo, con una gabbietta con soli due gatti dentro al cofano, alla volta del vivaio, dove il vivaista animalista debitamente preavvertito aspettava di ricevere in regalo i cinque gatti, mentre mio fratello e riccardo, sul terrazzo, continuavano le operazioni di cattura - soprattutto mio fratello, coi guanti da giardinaggio e due o tre asciugamanoni alla mano destra, già sanguinante in più punti, mentre riccardo faceva le barricate e stava attento a che i gatti non saltassero sul bordo del parapetto, che stonati come stavano sarebbero cascati e si sarebbero sfracellati di sotto.
Insomma adesso, dopo una breve pausa, siamo stati richiamati all'ordine tutti e tre, io mio fratello e riccardo, da mia madre, perché è dall'una che il terzo gatto sta già bell'e impacchettato nel secondo trasportino, pronto da traslare, epperò il vivaista animalista è impegnato con un cliente, nonché con la spruatura delle palme del suo viale d'accesso, e quindi non si è ancora organizzato con la gabbia provvisoria più grande (che fintanto che i gatti sono mezzi addormentati bisogna proteggerli dalle volpi, dice), quindi vi chiamo io, ha detto, ma mia madre ha detto col cavolo portiamoglielo lo stesso il terzo gatto, che poi magari si scorda di chiamarci e poi il vivaio chiude e a me rimane sto gatto chiuso nella gabbietta tutta la notte. O NO?
Quante telefonate servono per congegnare sta cosa, oltre alle quattro o cinque ore complessive necessarie per la cattura? Tante. Allora ecco: essendomi elegantemente defilata dalla missione all'ora di pranzo, a motivo che dovevo fare la spesa cucinare e poi aspettare i bambini che tornavano da scuola, dopo pranzo ho pensato mo' mi scarico un altro po' di foto dal cellulare perché voglio proprio vedere, voglio cercare di capire, cosa ho visto di così irripetibile in montenegro che ancora non riesco a dire. Ma appunto a ogni telefonata di sollecito di mia madre sulla questione gatti, mi perdevo cinque o sei foto. Ogni volta che le perdevo mi dicevo vabbè PAZIENZA, tanto una volta viste grandi sarebbero state brutte come le altre, ma invece naturalmente mi disperavo, anche perché insieme a certe foto se ne andava tutto un possibile tentativo di rimontaggio della faccenda, come dire che una cazzata come questa dei gatti (o una qualsiasi altra cazzata) si comportava da folata di vento sulle immagini sugli istanti - alla fine a trasportare il terzo gatto ci sono andati riccardo e mio fratello, e ai residui due gatti ci penseremo domani.
Ora cos'è che volevo dire. Volevo dire che ci affanniamo per niente. Volevo dire: mettendo insieme tutte le ore di fatica e di agitazione, da quelle impiegate a cercare un caricabatteria buttato chissà dove a quelle spese cercando di scattare cento foto che sicuramente non riusciranno e che poi si disintegreranno con un semplice clic, ai due mesi sprecati a nutrire gatti sostanzialmente selvaggi che alla fine ti si rivoltano contro, è sempre una mezza vita, la mia solita mezza vita, che se ne va.
Mentre qui raccontavo dell'epopea dei gatti, a tratti mi sembrava di star facendo uno dei soliti post vagamente umoristici che si leggono dappertutto in rete - cosa vuoi raccontare? che sei andata a comprarti uno spazzolino da denti? va bene, allora: sai farlo nel dettaglio, dal vero, e spiritosamente?
Io no non volevo essere spiritosa: io come tante donne della mia formazione, ci sono abituata a raccontare così. E però vedo che se non mi dilungo, tirandomi le gote dilatando man mano questa specie di sorriso dipinto da pagliaccio fino a farlo sembrare spaventoso, il nero l'appiccicoso non viene fuori. "A che serve", mi chiedevo, tanto stanca da non metterci neppure il punto interrogativo, mentre stavamo tutti e tre accoccolati a guardare dei cinque gatti traballanti quale per primo crollava, ricordandomi di quando ero io sola, e disperata, a iniettare il tanax ai miei cani in campagna (morenti di cimurro, morenti di cancrena, o affetti da qualcos'altro d'irreparabile, ma magari operati la settimana prima con una protesi fatta con una stecca d'ombrello, perché s'erano fatti prendere sotto da un treruote, e ancora non morivano, non morivano mai...). A che serve mi domandavo, tutto questo addomesticare, e per assurda estensione quest'elettrodomesticare, mettici pure in mezzo le foto che muoiono volando in un'ondina bluetooth, a che ti servono i luoghi se non li guardi che attraverso un'inquadratura che scema prima ancora di decidersi a definirsi, e che può dirti un resoconto se non riesce a spiegare?
A proposito: oggi è uscito su una testata locale, un lungo articolo-resoconto sui lavori condotti dalla nostra (vabbè la nostra) delegazione in montenegro. Un bell'articolo puntuale, contenente le informazioni basilari riguardanti l'operazione, e scritto senza nessuna enfasi, da un giornalista anch'egli membro della suddetta delegazione: giusto quella persona che mi diceva l'altro giorno, di stare ancora nell'imbuto. Chi ha ragione? ha ragione lui. Non io che pretendevo di raccontare, dall'interno e dall'immediato, gli scombìni che ti provoca collidere col diverso e col non saputo, gli entusiasmi ingiustificati che ti dà, la voglia ingiustificata che ti dà, di ricominciare tutto da capo e senza sprechi, sbrogliando una buona volta sto serto di nonsenso che ci portiamo in testa (il mio proprio pesante, elaborato), fatto di faticosi combattimenti con gatti irrimediabilmente selvaggi, di piccoli esaurimenti nervosi provocati da misere microtecnologie studiate per i selvaggi, che poi alla fine saremmo noi, che per giunta pretendiamo di andare in un paese in ricostruzione con la faccia di quelli che si sono ricostruiti da un pezzo, e invece abbiamo la faccia per metà crollata, crollata di fesserie, e se noi abbiamo fatto un centinaio di quelle stupide fotografie, speriamo che non ce ne abbiano fatte loro, con la nostra faccetta mezza molle, che inspiegabilmente o abbastanza spiegabilmente non tiene più.
E dello sfinimento di ora, alla fine di questo misero tentativo di superpost rendicontante, che cosa dobbiamo dirne?
