caffè turco e prese shuko
E a proposito di spazio metafisico (ma non immenso: piccolo, ristretto), devo dire del caffé della Russa.
Alla prospettiva del terzo, o del quarto, incontro istituzionale (non mi ricordo bene coi dirigenti o le alte cariche di cosa), a un certo punto io che ci vengo a fare?, gli ho detto, mi faccio un giro. E fu la prima giornata di vera pioggia.
Il giro dunque cominciò fra i negozi del centro commerciale di Podgorica, con l'acquisto di un ombrello turchese chiaro. Con gli spicchi più piccoli dei nostri, come tutti gli ombrelli che vedevo girare (l'ombrello era cinese, nondimeno: questo è proprio dell'est!, mi dissero al ritorno, gli altri. Perché si era alla ricerca di cose che non fossero italiane, o americane, o inglesi, da comprare per ricordo credibile di un paese dell'est. Uno di loro, trionfante, mi aveva detto il giorno prima di aver scoperto un negozio, Working Class Hero: tute da lavoro o dio sa cosa del genere - e quello no, non lo trovai girando, e a un certo punto pensai che il mio amico se lo fosse inventato).
Fiera allora del mio ombrello. Fiera (fiera?) della giornata di pioggia. Fiera della mia prima giornata solitaria, da autentica turista.
L'untitled-turista va via presto dalla zona commerciale. Automatico mettersi alla ricerca di qualcosa, ricerca come una specie di lavoro, no shopping. La cosa da ricercare era un adattatore, da presa shuko a spina italiana piccola, ma a tre pirilli, col pirillo-di-terra in mezzo.
Io non parlo inglese, se non sommariamente, e i termini dell'elettricità li conosco poco, difatti sul lavoro mi vergogno per questo, aspetto sempre che sia l'elettricista (o un qualsiasi operaio) a dire per primo il termine, così poi lo ripeto e me l'imparo, per poi scordarmelo di nuovo. Ma nel quartiere commerciale non c'erano negozi di materiale elettrico, che avevo deciso di chiamare (perché così capivano, non esiste in nessuna lingua probabilmente) electricomateriale.
Il negozio di electricomateriale, invece, lo trovai dall'altra parte del fiume (Podgorica ha sei fiumi, o anzi cinque, secondo qualcuno due, sto parlando del... del? del fiume dalle parti dell'hotel).
Negozio di electricomateriale: signora con camice celeste dietro al banco, e avventore (avventore? che ci sono avventori, nei negozi di electricomateriale?) col gomito sul banco. La signora non parla inglese figuriamoci l'italiano, l'avventore invece sì, sa l'italiano - italiana?, mi chiede sorridendo, poi cerca di tradurre alla signora col camice i disegni che provo a fare su un pezzettino di carta - peschiamo dagli scaffali del materiale che potrebbe, ma no, questo non è, questo non è, e alla fine del consulto decidiamo, che un tipo di adattatore come quello che voglio io, in montenegro non esiste.
Bene.
Non ne sono convinta.
Me ne vado a malincuore, avrei dovuto guardare meglio, è che non stanno capendo, mi dico. Ma mi hanno anche indicato un qualche tipo di negozio, dove potrei recarmi a domandare, che sta dall'altro lato dell'isolato.
Mappa per orientarsi. Il ponte sul fiume X continua da questa parte con un viale, non alberato, trafficato. Alla destra del viale case basse: quartiere turco, apparentemente diroccato, ma parzialmente abitato. Il negozio di electricomateriale rimane sulla destra, in una stecca bassa di botteghe che costituisce il fronte (lungo il viale) del sopradetto quartiere turco. Sulla sinistra invece, palazzoni senza un buco per fiatare, che sembra di stare ai margini peggio congestionati del centro murattiano di Bari. Quindi, per trovare questa cosa che mi hanno detto, attraverso il vialone per raggiungere l'isolato dei palazzoni.
C'è un cantiere di notevoli dimensioni, con una lunga rete di protezione, in corrispondenza della prima traversa, che m'impedisce di addentrarmi nell'isolato dei palazzoni e mi trattiene sul viale congestionato. Entro allora, per un varco, in una grande corte fra condominii grigiastri. Sulla destra, la vetrina di uno studiolo che si occupa di servizi per il computer. Vedo un altro varco e sbuco su un altro viale, a perpendicolo col vialone di prima. Lì c'è un grosso negozio, piano terra e piano interrato, di elettrodomestici, lampade e articoli casalinghi - provo lì, dovrebbe essere quello il posto. Scendo e risalgo, scendo e risalgo, chiedo all'addetto, ma non ce li hanno gli adattatori. Mi mandano dall'altra parte del corso, oltre l'incrocio...
Piove sempre più forte, Vedo un negozio più piccolo, sempre di lavatrici e televisori. Due uomini, nel vano della porta, mi guardano guardare, sono italiana! annuncio subito, come fosse una specie di parola d'ordine, da sotto al mio ombrello azzurro. Il più grosso il più anziano dei due signori si avvicina, mi dice di conoscere l'italiano, gli spiego la situazione, che voglio un adattatore. Io accompagno, mi dice, e mi trascina senz'altro dall'altro lato dell'incrocio, cioè proprio in direzione del negozio dal quale ero venuta. Piove, gli dico, non c'è bisogno che mi accompagni, vengo appunto da lì - ma non sente ragioni. Mi racconta che ha lavorato per sei anni a Torino - come cosa? gli chiedo io. Operaio specializzato, mi risponde, Aluminium Kombinat. Ah quella grossa fabbrica che ho visto, quella fabbrica enorme che sembra arrugginita, alle porte di Podgorica? Quella, mi risponde - ma ora è chiusa, faccio io - sì chiusa, tanti anni, tutti in Italia dopo. E adesso tornati qua.
Il negozio dove mi ha accompagnato è naturalmente quello di prima. Si rende conto adesso: momento di delusione, quasi provo a consolarlo. Allora mi dice che se è per il computer, puoi provare là dentro: nella corte dei condominii. Ho capito qual è il posto, gli dico, l'ho visto prima ci vado subito, grazie.
Lo saluto, ci abbracciamo, mi sembra quasi commosso - per cosa?
La faccio breve: nell'ufficio servizi-per-il-computer c'è un ragazzo, parla inglese (il problema è che io no). Mi dice che non ha l'adattatore che cerco, che in effetti non esiste, ma a casa deve avere un cavo per il caricabatteria, con lo spinotto standard da una parte, e la spina per la shuko dall'altra parte - te lo porto domani, mi dice, chiamami però prima, mi dice, e mi dà un bigliettino.
Il pomeriggio dopo torno lì direttamente, senza chiamarlo al telefono. Il negozio è chiuso e acceso all'interno, piove ancora, aspetto lì senza sapere cosa fare, ho il telefono scarico. Dopo cinque minuti vedo arrivare il ragazzo, che agita una mano in segno di saluto. Sta a casa di un mio amico, il cavo, se aspetti 3 minuti te lo porto, mi dice - allora vado a prendere un caffé, gli dico io - 3 minuti, il tempo di un caffé, ci rivediamo qua sotto. Così allora, vado a cercare un bar.
Ma a differenza di Bari, qua non ci sono bar: solo androni di palazzi, e negozi di elettrodomestici ogni poco. L'unico bar che ho visto, era un piccolo caffé sul fronte basso e turco del viale congestionato, con due tavolini fuori e una bella insegna. Entro.
Buio. Al buio, tavolini. Su ogni tavolino, una birra. Dietro a ogni birra, un uomo silenzioso. Saranno quattro o cinque, al buio.
Dietro al bancone c'è una signora bionda con gli occhiali, robusta e piccolina, somiglia tale e quale a un'impiegata comunale di Andria. Non c'è macchina per l'espresso, ma un tre fornelli. Caffè turco, maledizione, non saranno tre minuti, realizzo. Quanto zucchero vuole? mi dice in lingua locale - uno, dico col dito. E mi siedo su uno sgabello, al banco.
Mentre mette il pentolino sul fuoco, mi dico devo fare qualche chiacchiera mo'. Sono italiana, I'm italian, d'you speak english? No, fa con la testa, sono russa, mi dice in una specie di esperanto che capisco, io sono russa e mio marito è di Podgorica invece. Capisco, faccio io, lei non mi crede che capisco, difatti mi fa segno ripetutamente sull'anulare, ripetendo marito nella sua lingua - sì che ho capito, ripeto, nello stesso esperanto suo, lei è russa e suo marito è di Podgorica invece. Io russa, mi ribadisce. Gli uomini stanno zitti. Mentre la polvere del caffè sedimenta nel pentolino di alluminio, mi appoggia sul bancone, con lentezza esasperante, il bicchiere d'acqua gelata e il piccolo posacenere d'ordinanza. Non me ne posso andare adesso, penso, ma non ho niente da dire. Non so proprio com'è che potrei farle delle domande, tipo come si sono conosciuti, o non so. Rimaniamo nella penombra tutti quanti a sorseggiare: io il caffé, e gli uomini la birra. Dò un sorso, poi due tiri di sigaretta, poi un sorso di nuovo: ma quant'è che devo starmene ferma qua, per non sembrare una pazza? non sarà che già lo sembro, una pazza, o una cretina? e allora che me ne importa? Mi attardo per cortesia, senza sapere peraltro cosa fare. Resisto in tutto dieci minuti, in un reticolo di osservazioni reciproche: non un mezzo sorriso, non un gesto di impazienza da parte loro, siamo sei o sette estranei. perfettamente estranei, che si guardano neanche tanto di sottecchi, che non hanno da dirsi niente. All'improvviso mi viene voglia di parlare del quartiere alle loro spalle, della fine che deve fare, poi penso meglio di no. Alla fine faccio un gesto, che è ridicolo proprio: mi guardo l'orologio, e ostento un espressione come a dire oddio è tardi, devo proprio scappare.
Il caffè turco vuole non meno di un quarto d'ora, fatto di un niente perfetto. Mi riprendo a fatica una volta fuori, abbagliata dalla luce dai rumori, poi mi rimetto a camminare veloce. Torno affannata all'ufficio servizi-per-il-computer, trovo il ragazzo trionfante col cavo in mano: lo guardo e mi accorgo subito che non ha una spina shuko all'estremità, ma una spina esattamente come la mia, col pirillo centrale di messa a terra tagliato alla radice e malamente limato - al punto interrogativo e preoccupato della mia faccia lui risponde: vedrai che andrà benissimo questo. Quanto ti devo allora? gli faccio. Niente, mi dice lui con le due mani. Come niente? e te lo prendi un caffè? non ho tempo, dice lui sorridendo, mostrandomi un cd senza custodia, devo scappare ho un lavoro da finire, stai bene.
Arrivederci, gli dico, grazie ancora, mi chiamo Anna - Mirko, mi dice lui, mi stringe la mano forte e sorridendo, poi se ne va. Rimango lì come una scema per un po', poi mi riavvio verso l'hotel.
Non ce l'avevo il coraggio di collegare il mio computer alla presa con questo coso, con il cavo-regalo. Sono perfino tornata dentro al primo negozio, quello di electricomateriale, per chiedere se stavolta, per questo cavo modificato, ci fosse un adattatore per me - la signora col camice ha fatto NO, con il dito e con la testa, questa spina non va attaccata a nessuna presa è pericoloso, e ha fatto un gesto come forbici, staccare attaccare e torcere, tagliala via sta spina e attaccagliene una nuova voleva dire, e pure l'avventore ha concordato decisamente, mi ha chiesto infatti quando tornavo in Italia, fra cinque giorni gli ho risposto, e allora meglio Italia!, ha concluso festoso - nel senso che era meglio che l'andavo ad attaccare in Italia, la spina.
E così non ho usato più il computer in Montenegro: completamente scarico già dal secondo giorno, l'ho chiuso nella valigia e ho fatto senza.
...no perché capisci: io, a confronto, mi sento proprio, come dire?, una selvaggia. Una che gira a vuoto e non capisce un cazzo. Una lepre o una volpe, in mezzo alla città. Io ti saprei parlare della natura che ho visto, gigantesca e silemziosa, senza insetti - natura non paesaggi. niente storia niente cultura -, quello sì che lo saprei fare, ma il resto non lo capisco, sono ignorante e sprovveduta, vado a senso, selvaggia, e mi spavento, però uguale voglio parlare, raccontare, cercare soluzioni, capisci che voglio dire?
