cani in città
- c'è quest'abitudine a dire, che ti conduce...
- dove, ti conduce?
- a sussurrare...
- cosa?
- verità in forma di...
- in forma, scusa? non ho...
- in forma di carezza
Saverio guarda i cani con espressione ottusa. La sua espressione naturale, è ottusa. Poi in uno scatto incerto, cioè goffo, accarezza (cioè non accarezza: poggia la punta di quattro dita sopra), la testa del cane nero. Piatta e rasata, larga, consistente - così l'altro cane nero, semidormiente, si sveglia e si avvicina pure lui. Saverio, con la stessa faccia ottusa, accarezza, cioè tocca con la punta delle dita, pure la testa di quello. L'espressione dei cani è meno ottusa, di quella di Saverio - ma è che Saverio non sa la differenza, per esempio, fra un'espressione ottusa, un'espressione amichevole, e un'espressione ostile. Questi cani lo sanno, che Saverio non la sa, lo sanno che sono tutti così, si fidano solamente della natura di quella specie di scatto, riconoscono la goffaggine bruta, quella specie di innocenza: questi cani sono allenati a capire.
Certe volte, a certe ore, mi sembra che la città stia diventando i suoi cani. Cani sciolti, bastardi, dall'aspetto imponente, dall'andatura elastica, dai lunghissimi sonni. Ce n'è uno che ha "gli occhi di brace", come quello: se per un attimo si sveglia, ti guarda fissamente e tu per forza lo capisci. Nello sguardo, i cani non hanno più quell'ottusità maligna che devasta da tempo le facce dei cittadini. Nessuno gli dà fastidio, nascostamente li nutrono, si fermano se attraversano, non li cacciano dalla soglia quando devono entrare in casa: scavalcano quei dorsi muscolosi, a momenti chiedono scusa. Li rispettano, sono la specie evoluta: gli hanno lasciato piazze e i marciapiedi, quando moriranno gli lasceranno anche le case.
