Previsioni astrologiche per il duemilaotto
Vedo prevedo e travedo una gran voglia di ricominciare. Oppure di non smettere. Far finta di non essere anchilosata e lanciarsi in un'acrobazia fra il soggiorno e l'ingresso potrebbe essere un'opzione (anche se poi, immaginarmi culo a terra nell'ingresso con l'osso sacro dolorante mi opprime).
Dice deli-mel: non è che siamo noi, che siamo troppo old? Old fashion - e in effetti, stavo per dare via una quantità di vestiti, consumati prima ancora di essere stati indossati, fuorimoda prima ancora di aver levato il cartellino: non c'è più niente che vada bene per questa specie di signora.
Ti ho sentita spaventata. Mi dispiace, mi dispiace moltissimo, ma vedi non ti posso sentire. Ogni cosa che mi viene confidata, tende inevitabilmente a spezzarmi. E come ho detto prima, ho bisogno di conservare una qualche elasticità. Però mica me l'avevano detto, che l'avanzare dell'età consisteva in questa specie di disperante progressivo irrigidimento. Scioccamente m'immagino che se mi ungessi di lasonil dappertutto, dopo una doccia calda, potrei riuscire a interrompere il processo.
Devo andare a dormire prima: quest'idillio di relazioni mi stanca e m'ingrigisce la faccia. Finisco verso le due, con lo sguardo incollato a Fillo, che fra un segmento e l'altro della rete ogni tanto si ferma, come incerto, se proseguire da sotto o da sopra. Poi prosegue da sopra, o da sotto, comunque in senso inverso rispetto a prima - e sto a lì come una fessa a domandarmi com'è, tradotta in codice, questa bella figura di esitazione.
Per lui il duemilaotto è come una filigrana di foglia secca - io invece me lo vedo come un tendone, un tendone pesante, una specie di sipario polveroso che ti sta per crollare addosso per cedimento del carrello. Figure del velluto, una cosa dell'infanzia, mi ricordo di certi spazi polverosi nelle scuole di danza. Vedo prevedo e travedo, da uno strappo nel tendone, la luce di un piccolo bar interno, dove vendono merendine.
Seduto al tavolino, all'angolo del bar, c'è un vecchio muratore che conosco da anni. Lavorava in un'impresa che è morto (qui un imprenditore, chi è a capo di un'impresa, è di fatto "un'impresa", la personifica tutta). Tempo fa mi aveva chiesto se gli trovavo da lavorare. È anziano ma mica tanto è che non sta bene, non sto bene con la testa mi disse. Lo saluto, mi preparo mentalmente per dirgli che non gli ho trovato niente, "neanch'io sto lavorando questo è il fatto" sarebbe la frase giusta - ma lui non viene a chiedere, forse non si ricorda, e quindi mi saluta da seduto, con i suoi occhi strabici che uno punta a me, l'altro a un'altra signora. Gli chiesi, quella volta, che tipo di lavoro si sentisse di fare - lavori di fatica mi disse, scavi di fondazione la parte a mano, che ci vuole esperienza, che i ragazzi non se la fidano a farli.
