secco
Da anni, la mia vacanza è effettivamente vacanza. Cioè vuoto. O meglio: frammenti di diversi qualcosa che galleggiano nel vuoto. Potrei raffigurarmela come una serie di disegni, o di quadri. Per esempio: "latte-pietra", oppure: "rarefatti efficaci", oppure: "ricostruzione del guscio mediano"...
sono foto e titoli di foto, sì - niente di trascendentale. Il fatto è che non c'è altro, nella vita come negli occhi, e nel cervello nient'altro che un susseguirsi di titoli, ai quali assegno una consistenza spropositata, quasi fossero definizioni del mondo com'è.
Sto leggendo un saggio di Frank Furedi, ormai vecchio di qualche anno, "Il nuovo conformismo", sottotitolo "troppa psicologia nella vita quotidiana" - ecco un esempio di titolo del cavolo, fa pensare a un panflettino per lettrici di amica (con tutto il rispetto, che sono stata per anni lettrice di femminili), mentre invece è un saggiozzo di sociologia con una tesi piuttosto temeraria fondata su assunti ambigui, che per di più (al solito) non possiamo valutare alla perfezione, non avendo patito in profondità (in quanto italiani dico) una vera e generalizzata tendenza alla terapeutizzazione della cultura - per quanto...
Per quanto. Le caratteristiche spartane di questa casa, la promiscuità con ogni tipo di bestia, la polverosità della terra, la poca o nulla importanza data all'igiene prima ancora che all'allestimento della persona, fanno oggi da sottofondo stravagante alle incombenze solite (banca, posta, spesa, tasse, pagamenti, manutenzioni - traffico dunque, e benzina) e ai soliti legami (ormai naturalizzati, non so come dire) con le tecnologie d'uso corrente. In sintesi, è da una settimana che cerco di concepire una rendicontazione, e allo stesso tempo di sfuggire a una "forma di post" che in qualche modo mi sembra tradire l'estrema luminosità, l'articolazione complessa e in qualche modo afona di quello che mi vedo intorno. Perché quello che mi sta intorno non è solo sterpi sassi cicale e sporco di terra e sterchi, ma sterpi sassi cicale e sporco di terra e sterchi associati alla lettura di quotidiani alternati alle narrazioni di un sociologo anglo-ungherese, sterpi sassi cicale e sporco di terra e sterchi associati alla televisione, televisione per giunta che ci raggiunge in versione preistorica e sommaria, attraverso un apparecchio minuscolo collegato a un antennina di poca o nulla efficacia, mai sostituita perché siamo (siamo sempe stati) sotto montecaccia, ovvero a poca distanza da una collinetta irta di ripetitori, sulla quale peraltro una volta si andava essenzialmente per raccogliere funghi (ma non è tempo ancora...
vabbè, sto divagando. Nel vuoto appunto, ma pur sempre andando a sbattere con questo o quel brandello di mondo così com'è, ed è proprio questo meccanismo di navigazione, molto simile al navigare nell'aria di un paponno, a darmi spesso la sensazione di cogliere nessi improvvisi, spiegazioni di tutto, empatie non volute col pianeta in ogni minima perturbazione della sua superficie...
Prendi la malattia per esempio. Vengo ieri da un centro diagnostico - il mondo della sanità più o meno convenzionata, delle pratiche e delle accoglienze, del privato e del pubblico, delle strane riservatezze e delle miserie umane nel cerchio delle quali davvero sì, gli uomini sono tutti uguali, come davanti alla giustizia dicono, come gli animali diversamente robusti sotto il governo del sole e di una stagione... clemente, o inclemente? beh dipende... molti italiani vivono in questi giorni attaccati alle previsioni del tempo, che un maltempo improvviso non infici la risicata settimana di ferie nell'affollato e sempre più indifferente villaggio - indifferente sì, ma comunque sempre assai differente dall'ambiente di lavoro e dalle case sempre più costose (intrinsecamente costose, non sto parlando di valore degli immobili) nelle quali normalmente si vive... oddio mi sto perdendo davvero, ma continuo perché... aspetta...
portiera...
è arrivato qualcuno...
sì. Poi mi raggiungono notizie di morti, malattie, quel che è peggio consunzioni, non riesco più a guardare a tutto questo se non attraverso visioni di insetti, vermi, residui di organismi disseccati al sole, e alla televisione o sui giornali ancora parlano di staccare sondini, è tutto uno staccare riattaccare sondini, ribellarsi cedere e cadere, mescolato a preoccupazioni assai più piccole, direi microscopiche, nervosismi ingiustificati, insieme ad accessi di energia pure ingiustificati, e tutto sempre esposto al sole, al vento, all'assordante ondata delle cicale... le cicale di cui anche lei parlava... fino a quando anche le cicale, sommandosi armoniosamente al silenzio in uno strano tipo di aria-miele, densa, protettiva, contribuiscono ad attutire i dolori, a silenziare gli allarmi, a quietare l'ipersensibilità dei nervi...
In tutto questo ti chiedi se ha qualche senso comunicare. Avendo perso frequentazoni all'improvviso come d'estate succede, e non potendole (non volendole) ricostituire con miseri sms, o cartoline di svariato e sempre inadeguato tipo, anche per il fatto di essere abituata ormai a un tipo di comunicazione meno superficiale - mica parlo di abissi, che me ne tengo debitamente lontana, ma qui la falda freatica (nonostante il seccume) non è poi così bassa - mi sento sola e da questa solitudine cerco di recuperare prima di tutto la forza. Una specie di forza primordiale, una forza organica. Perché penso che il mondo sia in disordine e gli allarmi giustificati, ma poi mi guardo le braccia, le gambe, vedo muscoli e pelle in salute, pure mi sembrano buffe e in qualche modo inutili le sigarette che fumo, le mie piccole cicche bianche disseminano qualche viale qui intorno, opportunamente pestate per evistare incendi ma anche per evitare la visibilità accecante del bianco in mezzo alle foglie secche e alle carcasse di lucertole e rospi, le schiaccio roteando la suola delle scarpe fino a quando ne fuoriesce il contenuto... tabacco... tabacco secco e biondo, foglie anch'esso, disseccate, ecobiocompatibili... che ogni tanto mi visitano ancora, queste parole senza senso, queste parole-filamento provenire da una modernità del cazzo, quando siamo ancora qui a disseccarci come qualsiasi vegetale al sole e ai venti caldi del pianeta - almeno a questa latitudine, a quest'altitudine esposta ai venti desertici più che a quelli marittimi...
Il vento caldo qui arriva da sud-ovest. Noi ci troviamo proprio ai piedi del castello, ovvero a sud di andria, ma se ad andria il castello lo vedi in lontananza e segna il sud, e il vento caldo arriva dal castello, ovvero dall'entroterra, a sud-ovest di questo faro dell'entroterra dove appunto mi trovo adesso, cosa c'è? Io lo so cosa c'è, anche se non lo vedo: c'è il deserto nordafricano.
Ho un bisogno estremo, come di tanto in tanto (e me ne accorgo all'improvviso, come sempre, come un allarme al quale posso rispondere o no, ma sarebbe meglio che rispondessi) di andare in una città, quale che sia, che abbia un fiume, che sia attestata stretta sulle sponde di un fiume. Che d'altra parte, fin dalle origini (che strane frasi queste), le comunità degli uomini non si sono attestate lungo i fiumi? per instaurarsi, solidificarsi, e poi crescere, espandersi, liberarsi, e al massimo dell'espansione poi esplodere e nell'esplosione separarsi in pulviscoli umani che per forza centrifuga finiscono per dirigersi - di nuovo dove? - alla volta dei deserti.... dove forse un sogno di pulizia, o di ineluttabilità delle cose, o di potenza esterna contro la quale schiantarsi a riposare, sottrarsi alle fatiche della speranza...
Quando morì mio padre feci un sogno assolato, in cui grandi setacci (come cassette di legno da frutta) s'inclinavano in un senso e nell'altro a ritmo lento e costante, con dentro pietrisco bianchissimo o semi disidratati, quasi altrettanto bianchi, come ossa di vegetali, che rotolando in massa ogni volta da cima a valle facevano un rumore, uno scroscio dalla sonorità asciutta e assordante, mentre dei corpi al sole, bianchissimi e linfatici, riposavano o giacevano intorno. Poi un rivolo casuale, un piccolo specchio d'acqua, fra le pietre e nel sole biancastro, mandare bagliori...
L. ogni tanto chiede di me. Si sta disseccando, e ormai troppo spesso impazzisce di impotenza, o di troppa potenza a fronte di un corpo secco, minuscolo, inabile ormai. Ogni volta dico al figlio che sì, lo so, ci verrò a trovarlo, ma però non credo. Il figlio d'altra parte, oltre che raccontarmi la consunzione del padre, ha appena scaricato dalla macchina (come se non ne avessimo abbastanza di secco) un grande fascio di spighe, come spesso ce ne porta, perché le portiamo a nostra volta a mio padre, disponendole in un vaso di metallo (di rame, o di peltro) che sta nella cappella, un po' lontano dai vasi coi fiori freschi, spighe di un dorato polveroso e un po' spento, severo, consistente, permanente, a ricordare un affetto strutturale, non molle, disidratato e svuotato di ogni umore emotivo.
