...e i disegni originali?

 

La casa di Karl, la favolosa casa di Karl, diventerà un convento di suore.
La favolosa casa di Karl, sulle cui scale a volte mazzi di rose bianche, sui cui muri scrostamenti di decorazioni indicibili, nei cui mobili affastellamenti di cose inutili sottratte definitivamente alla storia, nel cui salone al piano terra un lettino metallico da dottore a testimoniare il trovarsi all’interno di uno studio medico, quantunque adibito talvolta a salone delle feste (feste con cucina pakistana, e il cuoco era un ex killer, che comunque assicurava al dottore i suoi servizi, qualora ne avesse avuto il bisogno), la favolosa casa di Karl dicevo, ricca di tubazioni come testimoniato dallo schema dell’impianto di riscaldamento redatto nel 1934 e in mio possesso definitivo, così splendido in disegno di china su carta quasi-velina, e colori rossi e blu, e timbro rosso della Chauffage Belge, la casa di Karl dicevo col suo giardino dal contenuto inusitato, nelle cui scale gelide si aggiravano gli ospiti muniti di asciugamano per recarsi nel grande bagno all’ammezzato, gelido almeno quanto le scale ma ricco di campioncini di bagnoschiuma riportati dagli alberghi più di lusso delle città, coi suoi effluvi di cucina pakistana che a partire dal seminterrato si svolgevano per l’intera tromba di scale, coi suoi ombrelli i suoi macchinari nell’ingresso, coi suoi barattoli di inutili preparati per la cucina, col suo freddo col suo caldo che ti arrivavano addosso, a folate, la casa di rue Marie Thérèse rez de chaussée ma anche più in alto fino al tetto, dalle visuali straordinariamente utili a parlare di qualcosa per parlare o non parlare di qualcos’altro, come ad alcuni può risultare evidente scorrendo a rotta di collo il presente blog, ripercorrendo diverse tappe di cui molto imprecisamente mi ricordo, ma per le quali il meccanismo di un blog prevede un funzionale utilizzo di certe parole attive, tipo qui e qui e qui e qui e qui e qui, la casa di Karl dicevo e potrei continuare, diventerà (me l’ha detto lui per telefono) un convento di suore.
“…e i disegni originali?”, mi ha chiesto.
“Te li puoi scordare”, ho risposto io, “ormai sono miei”.

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