Forse è finita gino
È finita. È finita gino. Questa cosa che prima arrivava il tatto (o era una voce che toccava?), e dopo, solo dopo, la vista - come si dice? la conoscenza di persona. È finita quella confidenza speciale, che esplodeva all'improvviso a partire dalla tranquilla superficie di una non-conoscenza, si alzava come un'ondata gigantesca in pochi secondi annegava tutto, distruggeva le tue modeste architetture turistiche, il paesaggio civilizzato che eri ritornava all'improvviso selvaggio, all'improvviso tu eri un posto pericoloso e l'altro pure, e insieme avevate solo (eravate solo) un tronco cavo dentro che scivolava velocissimo sulla piena, un tronco a cui tenersi aggrappati a parlare, per sopravvivere.
Calma piatta gino, nessuna inondazione, nessuna onda che si alza dal pelo di quest'acqua che sembra olio, niente da cui ripararsi, niente su cui surfare, niente per cui soffrire soprattutto - ci crederesti? qui non si soffre più. Io mi ricordo quando piangevamo gino: per nervoso, o abissi bluastri di tristezza (che non riconoscevi più il mondo intorno a te, il tuo compagno, la tua compagna, i tuoi figli), o un improvviso panico da riconoscimento (siamo fratelli? gemelli? e separati da quale maga, in quale castello da quale grembo ignoto siamo venuti fuori? e di che specie siamo?) - ti verrebbe da dire oggi: non ero io quello, quella, non è pensabile, è stato tutto un sogno noi non veniamo di là, chissà dove siamo stati tutto questo tempo in effetti, dove ci siamo persi in quale foresta illusoria, ora che si è accesa la luce li vedi finalmente i contorni? li vedi i colori? vedi che non è vero che era tutto alga, sottobosco, bagliore di conchiglia, becco duro d'uccello, pianta carnivora, sabbia liquida, luce lattiginosa? era solo: quattro muri, un computer molto lento, una foto dov'eri riuscito bene, che non sapevi neanche come si caricava. Riuscito. Riuscita. Perché chi lo sapeva, se eri una donna o eri un uomo? io per esempio, per tutti voi, sono stata per tanto tempo una ragazzina. "Vergognati, stai facendo il lumacone con la ragazzina!" - te lo ricordi gino? e marco, che mi ricordò di quella ragazza alla quale dissi - un giorno che lentamente narrava di una sua vestizione allo specchio, tutta di pelle e di nero vestita e di rossetto blu-nero truccata - "tu menti" - quindi mi rivelò, in confidenza, che avevo avuto ragione io perché era un maschio?
Confidenze, confidenze, ma forse meglio pettegolezzi, tutto quanto avveniva in ombra, i più sorprendenti incontri e i peggiori appattamenti, "ma cristo anna, come hai potuto appattarti con uno stronzo simile?", te lo ricordi gino, come ridevi? tu che lo stronzo lo vedevi come un officiante, una specie di gran sacerdote, vestito con una specie di pianeta - d'oro?
Lo sai che l'ho sognato, gino? No non ti racconterò dei miei soliti sogni indecentissimi, era decorosissimo invece questo sogno: mi laureavo per la seconda volta, qui a bari dopo essermi laureata a firenze, come una specie di convalida di laurea, mia sorella organizzava un'altra festa, coi soliti parenti con i soliti amici, tanto si prospettava tutto uguale che alla fine decidevo di non andarci, a questo mio secondo festeggiamento di laurea, senonché... senonché telefonavo a mia sorella, coi parenti e gli amici già a tavola in un ristorante di bari, e le chiedevo "chi c'è?", e lei mi rispondeva: mah sai, c'è palmasco... palmasco?? palmasco è venuto fino a bari, senza nessun barcamp, solo per la festa di convalida della mia laurea? sì sì, stiamo cenando, sta proprio di fronte a me, mi rispondeva mia sorella, gino - io entravo in confusione, "dovrei essere lì", mi dicevo, "una persona viene fisicamene a trovarmi, fa tutta l'italia in moto, o in macchina o in aereo, per venire a trovarmi, e io me ne sto a casa di mia madre a guardare la televisione a mangiare gli avanzi di stamattina?" - lo chiamavo al telefono, allora. E lui festoso di sentirmi, a un certo punto interrompeva col telefono per passare alla chat, a una chat velocissima col cellulare (che io non sapevo fare), raccontami adesso tutta la tua vita, e tutto quello che ti è successo in questi ultimi quattro anni, diceva allegramente, qui in chat sul cellulare, preferisco... Io ero così felice e facevo così tanta fatica gino. E pensavo sarà pur vero che in questo mondo particolare ogni piccolo incidente è come una frana irreparabile, ma quella dolcezza, che pure qualche altra volta mi è capitato di riprovare, sempre più raramente perché nessuno di noi ha più la stessa generosità di una volta, quella dolcezza è perduta per sempre?
Gino. Oh, gino. Ho conosciuto quella dolcezza, mischiata allo stesso senso di irreparabile, due volte e in due luoghi magnifici, ma poi non so se magnifici davvero, piuttosto immaginifici e proiettivi, di forma rotondeggiante, come interni di gigantesche conchiglie, o borse con l'interno di raso - due luoghi pieni di luce e di enigmi. Non sono stati gli unici luoghi, non sono le uniche scene che mi ricordo con una così precisa nostalgia, ma sono stati i luoghi del capogiro, dell'insolazione di fotoni, luoghi dove la pellicola di queste immagini che eravamo ha preso troppo di luce, si è irrimediabilmente bruciata. Ma tu non sai di queste cose gino: tu te ne sei sottratto, hai preferito tenerti lontano da persone come me, che pur non facendo niente di terribile, tendono a rendere tutto in poco tempo, come dire? irreparabile...
Eppure amo questi dolori gino. L'irreparabile della rete, appunto. Amo tanto questi buchi nella rete che diventano sprofondi, dove davvero un'assenza è più scura di una morte perché di nessuno hai ricordi abbastanza ("quante volte l'hai visto anna? una, due, tre volte?").
So, gino, che qualche ragazzo giovane ancora vive così. Io invece, come una vecchia, come tu non facevi, ho voglia di andarmi a nascondere, di far finta che non ero io quella. Io voglio sopravvivere gino - lentamente, in modo tenue, seduta composta su qualche piccolo segreto - e d'altra parte: tu non ci sei più, lui non c'è più, lui neanche, marco non so neppure che fine ha fatto, a stento mi ricordo che si chiamava marco - te lo raccontai, il giorno che ho conosciuto marco, che me lo sono portato sul cantiere, che si è messo a chiacchierare col capo muratore? non te l'ho raccontato? no, forse no... tu invece me lo avevi raccontato, di quella volta che v'incontraste voi due, che belli che dovevate essere - m'immagino la gente, i passanti, che al vento del vostro passaggio si riaggiustavano i capelli - stupiti, infastiditi...
Ciao gino. Come al solito, non dovevo dirti niente in particolare. La prossima volta ti mando quella poesia, così capisci quella faccenda che cercavo di spiegarti la volta scorsa, ma adesso non la trovo.
Stai bene, un bacio, e non ti strapazzare.
