il bagaglio

 

La paura, sì. Ho viaggiato tanto, mi scopro a pensare allineando a casaccio ricordi di centinaia di stazioni e tratte, ma sempre con paura. Se non avessi accettato la paura, mi dico sempre, non avrei “ricavato” niente. Dico “ricavato” come se si trattasse davvero di guadagni – in realtà è un raccolto, il raccolto di ogni anno, per poco o molto che sia è poi quello che ti rimane, che poi rimetti in circolo ridisegnando la tua vita, un contenitore continuamente ridisegnato, così come il mio bagaglio non è mai stato dello stesso tipo.
Quando il bambino era piccolissimo per esempio, non so perché mi son trovata a prendere molti aerei. Uno dei motivi era che un bambino sotto i 24 mesi non pagava, o pagava il dieci per cento non mi ricordo, non avendo diritto al posto. Io ero una di quelle che s’imbarcavano sugli aerei arrivando sulla pista col passeggino, e che saliva aiutata da una hostess. Il mio bagaglio allora era così: non potendo maneggiare un trolley, era una valigetta (anzi, una valigia media) di stoffa, con una maniglia da una parte e due spallacci consistenti, tipo zaino sportivo, cuciti da una parte (sul “retro” della valigia, o come si chiama). Insomma: una valigia a zaino. Intorno all’area occupata dagli spallacci c’era una mezza cerniera, lungo tutto il perimetro della piccola valigia. A questa cerniera si poteva agganciare (mediante l’altra mezza cerniera perimetrale) uno zainetto piatto, di stoffa uguale a quella della valigia, con spallacci più leggeri e più sottili però. In questo modo mi portavo sulle spalle due zaini in uno, uno piccolo e facilmente sganciabile (dove nel viaggio infilare biglietti e giornale, e che avrei potuto usare poi come borsa nei miei giorni di permanenza nella città di destinazione), e uno più grande per contenere i vestiti per il viaggio, sia miei che del bambino. L’insieme finiva sempre per essere pesantissimo, e soprattutto gravava tutto sulla mia schiena, ma in questo modo avevo le mani libere per guidare il passeggino (oppure: un braccio libero per tenere il bambino in braccio, e l’altro braccio libero per guidare il passeggino vuoto), e in qualche modo appoggiandomi sulle maniglie del passeggino in avanti riuscivo ad ammortizzare questo grosso parallelepipedo che mi portavo addosso. I soldi e i documenti, invece, li mettevo in una borsetta con la tracollina lunga che mi sbatteva continuamente sulle cosce, davanti, quando camminavo. Il bimbo, ben coperto, procedeva cullato e felice attraverso atrii e porte automatiche, e attraversava l’Italia con gusto e senza fatica.
Quest’attrezzatura in aereo era comoda, benché pesante, perché in aereo c’è per contratto qualcuno che ti aiuta, specie se hai un bambino piccolo (il dieci per cento di biglietto che paghi per il bambino non è in effetti che il compenso per questo tipo di aiuto, cioè per il fastidio che dai coi tuoi bagagli al personale di bordo). Però col treno l’attrezzatura rimaneva invariata, ed era un poco più scomodo camminare per i corridoi alla ricerca del posto. Comunque, in quel periodo, il mio principale “bagaglio”, ovvero la principale cosa che mi portavo appresso era il bambino, e questo faceva molta differenza: era un bagaglio che sorrideva, e dunque bendisponeva qualunque tipo di prossimo.
Avanti.

Ricominciando a viaggiare senza bambino (da quando, più o meno, ha dovuto pagare il biglietto di aereo per intero), ho scoperto le gioie del trolley, attrezzo che sdegnosamente ho rifiutato per anni, anche prima del bambino voglio dire, parendomi troppo da signorina. Solo che i trolley rigidi non mi piacevano, per esempio in giro per le stazioni ferroviarie mi parevano troppo da aereo, e facevano di me (secondo le mie assurde supposizioni) una persona “da aereo” – quindi ne prendevo a prestito di vecchiotti o dismessi, per esempio di stoffa e non di marca, un po’ brutti.
Più che da aereo, in effetti, nei quattro o cinque anni precedenti alla gravidanza ero stata una convinta viaggiatrice automobilista. Vivevo sola, partivo all’alba o anche prima, e in capo alla fine della giornata potevo arrivare dove mi pareva (anche partendo dal fondo dell’Italia), senza rendere conto a nessuno. Quando viaggiavo in macchina portavo ugualmente un bagaglio molto piccolo, perché poi nelle città me lo dovevo pur trasportare, e stavo bene attenta a non metterci dentro cose che mi servissero per il viaggio, perché mi fermavo continuamente nelle stazioni di servizio (continuamente significa continuamente: non dovevo rendere conto a nessuno), e nelle stazioni di servizio non aprivo MAI il cofano della macchina. Mai significa mai. Il motivo era che mentre ero al bar, qualcuno poteva forzarmi il cofano e rubarmi il bagaglio, per averne notato di sfuggita l’esistenza. In certe stazioni che non nomino, ma che tutti quelli che abitano al sud conoscono più o meno, cercavo di parcheggiare proprio davanti al bar (dico proprio: davanti alla porta a vetri). Se non era possibile, ripartivo e mi fermavo alla stazione successiva. Comunque: meglio una stazione frequentata che una deserta, e se era ancora notte, meglio i camionisti che i solitari automobilisti – anche questa era una regola.

Prima ancora dei viaggi in macchina, viaggiavo in treno “leggera”. Mi sembrava di essere più svelta, meno impedita nei movimenti in caso di pericolo. Per ovviare alla poca capienza dei borsoncini mosci che mi portavo a tracolla (facendomeli pendere davanti, mai dietro), mi vestivo più o meno a strati, portavo maglioni arrotolati al collo o in vita, e vestivo tutta di nero così potevo aggiungere e togliere a piacimento restando tutta coordinata e senza aprire il bagaglio – superfluo aggiungere che il nero ovviava anche a una pulizia non perfetta, giocoforza, dei capi. Portavo poi il cappello perché il cappello dava sicurezza, mi conferiva un’aria rapida e protetta, lo usavo come un elmo e funzionava.
Però una volta che in treno scappai da casa (e il fatto è comico perché avevo trentatré anni non quindici – scappai da un tetto coniugale voglio dire, mica da casa dei miei), attraversai mezza Europa con solo una tracollina all’indiana, di cuoio e senza cerniera. Dentro uno spazzolino, un dentifricio, un deodorante, due mutande e una canottiera di ricambio. Male.
Male perché se ti ritrovi a dormire su una panchina della stazione, aspettando una coincidenza (si fa per dire) per quattr’ore, e usando per cuscino una sacchetta ricamata, sei inequivocabimente una senza bagaglio. E specialmente se ti sta cercando la polizia, perché sei partita da un bel po’ e ormai sei data per dispersa, essere di notte una signora senza bagaglio non è una cosa consigliabile, perché tutti ti guardano e prima o poi qualche cosa provano a dirti – e in quei casi tu cosa devi raccontare, se non tutta la tua vita? e raccontare tutta la propria vita a degli sconosciuti è pericoloso, di notte per una signora, anche se è estate e fa caldo e tu ti porti in giro come un’agile ragazza che sa il fatto suo (che cosa c’entri l’estate poi non lo so – però è importante. L’imbacucco di quando fa freddo fa di te una persona “soggetta” al freddo, quindi “soggetta” per estensione a qualsiasi cosa, che si protegge, e una donna che gira di notte da sola deve dare un’unica costante impressione: quella di non doversi proteggere).

Tornando al trolley. Avevo ben presente il modo di trascinare i trolley che hanno le signore o le signorine eleganti, abbigliate e pettinate voglio dire riccamente, e che fanno presupporre anche il trasporto, da qualche parte, di un portafoglio ricco come la loro faccia o la loro pelliccia o la loro borsa a tracolla. Avendo ben presente quel modo, cercavo disperatamente di trovare modi alternativi, che ostentassero indifferenza per il contenuto della valigia (e di conseguenza del mio cappotto e della mia persona). Scoprii ben presto che il modo giusto per portare un trolley era con un dito, o al massimo con due dita, come un bambino una carriolina con la quale si è scocciato di giocare. In questo modo non attiri l’attenzione, e dai alla tua andatura una certa aria di leggerezza. Se il trolley è pesante però e incespica, devi fare con le dita sforzi enormi, per ammortizzare quegli introppicamenti per non farli sembrare troppo evidenti. Se poi devi sollevare il trolley per fare delle scale, la cosa migliore è farlo con la sinistra, o utilizzando indifferentemente la sinistra o la destra: questo fa vedere che sei forte, che non hai bisogno dell’aiuto di nessuno, e che in caso di colluttazione, della valigia te ne fotteresti assolutamente.

I soldi. Ho viaggiato per anni con soldi contanti addosso, e anche adesso per la verità ho un po’ di diffidenza nei confronti dei bancomat, senza parlare delle carte di credito. Oltretutto, a parte la diffidenza voglio dire, per molti anni non ho potuto permettermi il lusso di fare viaggi se non coi soldi contati alla lira, e anche adesso cerco di fare dei calcoli. Quindi, siccome erano contati, i soldi erano importantissimi.
Imparai ben presto quindi a non mettere i soldi nello zaino (perché subito me li rubarono davanti alla stazione di Bologna, e dovetti andare a chiederne in prestito all’amica di una mia amica che avevo visto una sola volta, rilasciando una buffa ricevuta su un foglietto di carta, promettendo un rimborso a mezzo vaglia, e vergognandomi naturalmente come una ladra), ma arrotolati nella tasca davanti dei pantaloni. L’unica cosa a cui dovevo stare attenta, così, era andare in bagno senza far cadere il rotolino dei soldi per terra. Andare in bagno, peraltro, era ed è ancora un momento di pericolo assoluto, nel quale ostentare tutta la calma e l’equilibrio possibile. Nei bagni con la serratura rotta non si deve fare pipì, questa è una regola ovvia – poi ce ne sono altre, relative allo studio di chi aspetta di andare in bagno prima di me. Se mi alzo dal posto per andare in bagno, d’altra parte, e vedo qualcuno alzarsi subito dopo di me, mi è chiaro che questi potrebbe avere delle cattive intenzioni, da sviluppare poi nel passaggio di intercomunicazione fra una carrozza e l’altra, dove le conversazioni di approccio non vengono udite da chi è seduto in carrozza, e dove inoltre c’è un angolo notoriamente non visibile dalla porta delle carrozze, e in quel caso passo davanti al bagno e proseguo per la carrozza successiva, dove a un certo punto mi fermo, faccio finta di cercare qualche cosa nella borsina o nelle tasche, mi batto la fronte come una che si è dimenticata qualcosa, e torno rapidamente indietro fino al mio posto. Non so bene quale scena cerchi di rappresentare in questo modo, ma comunque funziona: al limite, sembro una pazza.
Cerco quindi di andare in bagno quando tutti dormicchiano, tranne magari un ragazzo perbene nei pressi della porta (e ci vuole un po’ di allenamento per distinguere quelli che dormicchiano da quelli che fingono di dormicchiare, e anche i ragazzi perbene naturalmente, che in genere sono quelli di cui la maggior parte della gente non si fida, va’ a capire). Insomma i soldi nella tasca. E niente soldi nella giacca, e la giacca arrotolata nel vano bagagli come una pezza vecchia.
Non tutti i soldi da una parte però. All’inizio del viaggio faccio sempre una piccola distribuzione: una parte da qualche parte nella valigia, una parte nella tracollina, e la maggior parte addosso.

Una borsa moscia messa a tracolla di traverso, dall’aria non pesante e non troppo ermetica, possibilmente un po’ vecchia, meglio ancora se un po’sporca, costituisce un buon alveo da portarsi sempre appresso: in bagno, al bar, dovunque. Non deve avere tasche esterne, nemmeno se con cerniera. Se è uno zainetto meglio portarlo a una spalla sola, che si controlla meglio. Se ha un battente, meglio portare la borsa o lo zainetto al contrario, col battente a contatto col corpo, e “la schiena” della borsa all’esterno. Se poi la borsa ha una cerniera sopra, il capo della cerniera chiusa va davanti e non dietro di te (il che comporta ancora una volta, generalmente, il portare la borsa al contrario rispetto a come si porterebbe normalmente. Non devi dare la sensazione di averci pensato: devi dare la senzazione di NON averci pensato, di essere una stonata insomma, e di portare le borse al contrario perché proprio non ci pensi alla tua borsa, e a quale sia il diritto e il rovescio: tu te ne freghi della tua borsa, questo è il concetto fondante). Inoltre, a diritto o a rovescio che sia, la borsa conviene portarla sul davanti o al massimo sul fianco, e farci ricadere mollemente il braccio sopra – perché al di là delle aperture deputate, la borsa te la possono tagliare con un taglierino. Aggiungo comunque che un buon modo per sottolineare il concetto fondante (che te ne freghi della tua borsa), è portarla appesa certe volte a un dito solo, farla dondolare, poggiarla ogni tanto per terra in mezzo a tutti. Penseranno che non è lì che tieni i soldi. Penseranno che rubandoti la borsa non ne ricaveranno un bel niente.

Da un po’ viaggio con un piccolo trolley rosso, leggerissimo e senza alcuno scomparto. Un po’ troppo smagliante per i miei gusti, ma molto manovrabile. Bilancio l’effetto trolley con uno zaino moscio, che contenga con evidenza (si vede dagli spigoli che puntonano la stoffa) cartelline o giornali, roba di carta insomma, ché carte libri e documenti non interessano a nessuno. Ah al trolley levo subito il lucchetto: anche se tenuto aperto, un lucchetto a combinazione fa subito pensare a dei valori.
Il computer non me lo porto quasi mai dietro, è troppo pericoloso. Se proprio devo portarlo, lo affogo in mezzo ai maglioni all’interno del trolley – in mezzo a DUE maglioni e a un pigiama voglio dire, perché data la piccolezza del trolley, se mi porto il computer non riesco a portare quasi nient’altro. Il pensiero è anche questo: se qualcuno dovesse aprire la cerniera del trolley (senza lucchetto) per sbirciare all’interno, vedrebbe solo maglioni appallottolati, e un pigiama.
Mimare una certa leggerezza di bagaglio con un computer fragile e da tre chili dentro è poi un’impresa disperata. A volte ho provato a sollevare il trolley “ripieno” con due dita, con nonchalance, e mi sono quasi slogata le falangi. Qualche volta ho anche provato a mettere il computer nello zaino, per portarmelo sempre appresso anche nel bagno – ma il mal di schiena la sera è inevitabile, e poi puoi andare a sbattere, e soprattutto la presenza dell’aggeggio si intuisce, anche se lo avvolgi con un grosso maglione di lana o con delle sciarpe per nasconderne la forma rettangolare riconoscibile, e lo spessore inequivocabile. Non ci riesci per via del peso: gli angoli inferiori quasi bucano, sul fondo, la stoffa dello zaino, e di zainetti a guscio neanche a parlarne: cosa potrebbero mai contenere, se non un computer? Decisamente insomma, se posso evitare di portarmi il computer dietro, è meglio. In macchina è anche peggio: se mi porto il computer dietro, negli autogrill non mi fermo quasi più se non per fare benzina, e se devo andare al bagno cerco di parcheggiare praticamente nell’antibagno, contando in qualche modo sulla supervisione del benzinaio (dal momento che generalmente i bagni stanno vicino alle pompe. Se così non è, rimando tutto alla stazione di servizio successiva, oppure a destinazione se ci riesco).