Sovrapposizioni 3
Puntate precedenti:
sovrapposizioni 1
sovrapposizioni 2
Dattiloscritto Fitzgerald. Ovvero come si fa, di leggerezza in leggerezza, in un piccolo vortice di arguzie e sorrisetti e stupidaggini, a farti procedere, in accelerazione e senza fartene accorgere, in direzione del buco del lavandino. E a un certo punto lo scarico della storia ti risucchia e Benjamin Button non c’è più.
Avevamo detto che la storia doveva finire a zero anni no? e in effetti, a zero anni finisce. Ma mentre per tutte le prime quindici pagine (per tutti i suoi primi sessant’anni, a partire dai settanta per arrivare circa ai dieci anni) il protagonista attraversa all’incontrario tutte le sue età consapevoli, dalla famiglia alle ragazze allo studio ai successi e alle delusioni nello sport, a partire dai dieci anni e procedendo senza sosta verso la prima infanzia la sua mente si fa via via sempre più semplice – e come si semplifica il suo sentire, così all’improvviso comincia a semplificarsi la scrittura di chi scrive, che altro non è se non il modo per dircelo.
C’è un culmine di pura felicità, nella vita di Benjamin Button, che ci viene consegnato rappreso in una specie di immagine solarizzata: al suo arrivo all’asilo, il sorriso di Benjamin si allarga sulle pochissime cose che lo circondano e lo attraggono (la plastilina, la tata, la palla arancione del sole), fino a stringerle tutte insieme in un piccolo abbraccio, e diventa all’improvviso immortale. E dall’età dell’asilo, Benjamin non vuole andarsene mai più – poi qualcosa lo risucchia nel vuoto, in una perfetta (forse) felicità.
Ieri a casa è venuta mia cugina con suo figlio, il piccolo Michelino. Solo io e lei, nella famiglia, abbiamo chiamato i nostri figli piccoli diminuendone il nome, per distinguerli (come se ce ne fosse bisogno) dalle persone più grandi. Anche se adesso, ai suoi sette anni, sempre meno spesso mi capita di chiamare mio figlio “Vincenzino”: evidentemente i sette anni danno diritto – almeno nel mio procedere mentale, che è a tappe – a un nome a tutto tondo, ovvero a un nome da anagrafe. “Beniamino”, mi scopro allora a pensare, è un nome che nasce già diminuito: un nome programmatico di bambino.
Dunque Michelino ha due anni, e come mio figlio alla sua età, si serve di un sorriso provocatorio e seduttivo per ottenere quello che vuole, ossia di stare al centro dell’obbiettivo di chiunque abbia a che fare con lui. A un certo punto Michelino la smette di sorridere, infila tutt’e due le mani in una busta di plastica piena di residui di plastilina, pescata nel mucchio di giocattoli vecchi del suo cugino più grande, e poi ci infila il naso e direi anche tutta la testa, e inspira. In quel preciso istante penso al racconto di Fitzgerald, a mia madre che se l’è tradotto, e a che cos’è la scrittura per qualcuno, e la lettura per noi. Poi Michelino emerge dalla sua tirata di plastilina, ci sorride di nuovo, e spariscono Fitzgerald e mia madre, insieme ad ogni specie di parola.
Vorrei che continuasse, questo inspirare ed espirare, questo sapere e non sapere alternato. Naturalmente non è possibile, se non per qualche istante fortuito. Intanto so che ho abbandonato vicino al letto le confessioni di Max Tivoli, la sua espirazione continua, il suo sapere fittamente intrecciato che avvolge come un cappio ogni dettaglio di ciò che lo circonda. Falso, sempre-adulto, l’ho lasciato l’altroieri al piano di sotto di un lettino a castello, in una casa dove s’è infilato con l’inganno, facendosi adottare come figlio da quella che un tempo era sua moglie, pur di dormire sotto il respiro del bambino che ha generato lui stesso a ventott’anni, e che a questo punto è diventato suo coetaneo e fratellastro, oltre che amico di scuola. Falso, falso, falso, mi sorprendo a mormorargli, dopo aver tifato per lui ogni volta che lo ha assalito la tentazione di dire tutta la verità. Max Tivoli si volta verso di me, rigirandosi sul fianco nel letto di sotto di quel castello espugnato con l’inganno, mi fa “sshh” col dito appoggiato sulle labbra, mentre il respiro di suo figlio al piano di sopra si fa pesante e regolare. “E anche se la dicessi, la verità”, mi fa notare, “chi mai potrebbe credermi?”.
All’improvviso so questo: che Andrew Sean Greer lo conosceva benissimo, quel racconto di Fitzgerald. Il Benjamin Button di Fitzgerald nasce a esattamente settant’anni, nel 1870; il Max Tivoli di Greer (che quando è nato si chiamava …., e poi ha cambiato nome) nasce sempre a settant’anni nel 1871, cioè solo un anno dopo. Ma c’è una torsione premeditata nella storia di Greer rispetto a quela di Fitzgerald, e fin da subito: mentre il Benjamin Button ringiovanisce nel corpo e nei pensieri (e quindi anche nella capacità di maneggiare il linguaggio), Max Tivoli ringiovanisce progressivamente nel corpo, mentre invecchia progressivamente nella mente.
Bene, lo schema è chiaro. Chissà perché, mi chiedo, ci ho messo tanto per capirlo. Ritorno a Michelino, al suo inspirare la plastilina per poi volgersi all’improvviso con lo sguardo verso le cose e tutti quanti, a quando mi sono detta: vorrei che continuasse, questo inspirare ed espirare, questo sapere e non sapere alternato. E però torno anche a un’altra cosa, di cui vi ho parlato ieri e che non ho potuto fare a meno di appuntarmi:
Se attraverso il respiro esistiamo ritmicamente a livello inconscio, quano possiamo intervenire a livello conscio, per lo meno metaforicamente, sul disegno ritmico? Poiché in un certo senso è proprio spezzando questo andamento che ci mettiamo in grado di scoprire nuovi schemi ritmici. E’ ovvio che non possiamo smettere deliberatamente di respirare, se non per alcuni istanti, né arrestare le nostre pulsazioni fisiologiche. Tuttavia interrompendo teoricamente i nostri schemi universali è piacevole credere di poterci affrancare dal battito che sempre ci accompagna, il quale proprio per la sua regolarità crea la stabilità e l’agio del nostro sistema nervoso.
Il respiro e il ritmo si conformano agli schemi umani universali e quando questi vengono scossi o disturbati anche il corpo viene coinvolto alla stessa maniera. Questo parallelismo diventa evidente quando ci si riferisce all’eccitazione che nasce nel corpo quando si trovano soluzioni ritmche straordinariamente insolite. E in realtà è per contrasto e per interesse che abbiamo bisogno di deviare dal ritmo regolare e già previsto per scandagliare il territorio più intimo del corpo e scoprire andamenti sempre più interessanti.
Ebbene, è una questione di primaria importanza trovare la chiave di ciò che abbiamo definito vero ritmo guidato, in quanto il ritmo è uno degli elementi basilari della danza. Esso costituisce la conenssione logica tra danza e musica, e grazie alla sua grande forza il ritmo interno ci aiuterà a non dipendere dal brano musicale quando coreografiamo o eseguiamo movimenti coreutici (…)
(Gillian Hobart, Danzare con l’anima - Il corpo e la mente nella danza contemporanea, Guaraldi)
Questa cosa che ho ricopiato ha a che fare, curiosamente, con una certa idea di “dissonanza proficua” tirata fuori da bgeorg in questo post, e rimbalzata in questi giorni anche altrove - per esempio nei commenti a questa poesia di Palmasco.
(3- continua)
P.S. per chi si sta appassionando: c'è aria di sovrapposizioni in giro. Per esempio: leggete qui.
sovrapposizioni 1
sovrapposizioni 2
Dattiloscritto Fitzgerald. Ovvero come si fa, di leggerezza in leggerezza, in un piccolo vortice di arguzie e sorrisetti e stupidaggini, a farti procedere, in accelerazione e senza fartene accorgere, in direzione del buco del lavandino. E a un certo punto lo scarico della storia ti risucchia e Benjamin Button non c’è più.
Avevamo detto che la storia doveva finire a zero anni no? e in effetti, a zero anni finisce. Ma mentre per tutte le prime quindici pagine (per tutti i suoi primi sessant’anni, a partire dai settanta per arrivare circa ai dieci anni) il protagonista attraversa all’incontrario tutte le sue età consapevoli, dalla famiglia alle ragazze allo studio ai successi e alle delusioni nello sport, a partire dai dieci anni e procedendo senza sosta verso la prima infanzia la sua mente si fa via via sempre più semplice – e come si semplifica il suo sentire, così all’improvviso comincia a semplificarsi la scrittura di chi scrive, che altro non è se non il modo per dircelo.
C’è un culmine di pura felicità, nella vita di Benjamin Button, che ci viene consegnato rappreso in una specie di immagine solarizzata: al suo arrivo all’asilo, il sorriso di Benjamin si allarga sulle pochissime cose che lo circondano e lo attraggono (la plastilina, la tata, la palla arancione del sole), fino a stringerle tutte insieme in un piccolo abbraccio, e diventa all’improvviso immortale. E dall’età dell’asilo, Benjamin non vuole andarsene mai più – poi qualcosa lo risucchia nel vuoto, in una perfetta (forse) felicità.
Ieri a casa è venuta mia cugina con suo figlio, il piccolo Michelino. Solo io e lei, nella famiglia, abbiamo chiamato i nostri figli piccoli diminuendone il nome, per distinguerli (come se ce ne fosse bisogno) dalle persone più grandi. Anche se adesso, ai suoi sette anni, sempre meno spesso mi capita di chiamare mio figlio “Vincenzino”: evidentemente i sette anni danno diritto – almeno nel mio procedere mentale, che è a tappe – a un nome a tutto tondo, ovvero a un nome da anagrafe. “Beniamino”, mi scopro allora a pensare, è un nome che nasce già diminuito: un nome programmatico di bambino.
Dunque Michelino ha due anni, e come mio figlio alla sua età, si serve di un sorriso provocatorio e seduttivo per ottenere quello che vuole, ossia di stare al centro dell’obbiettivo di chiunque abbia a che fare con lui. A un certo punto Michelino la smette di sorridere, infila tutt’e due le mani in una busta di plastica piena di residui di plastilina, pescata nel mucchio di giocattoli vecchi del suo cugino più grande, e poi ci infila il naso e direi anche tutta la testa, e inspira. In quel preciso istante penso al racconto di Fitzgerald, a mia madre che se l’è tradotto, e a che cos’è la scrittura per qualcuno, e la lettura per noi. Poi Michelino emerge dalla sua tirata di plastilina, ci sorride di nuovo, e spariscono Fitzgerald e mia madre, insieme ad ogni specie di parola.
Vorrei che continuasse, questo inspirare ed espirare, questo sapere e non sapere alternato. Naturalmente non è possibile, se non per qualche istante fortuito. Intanto so che ho abbandonato vicino al letto le confessioni di Max Tivoli, la sua espirazione continua, il suo sapere fittamente intrecciato che avvolge come un cappio ogni dettaglio di ciò che lo circonda. Falso, sempre-adulto, l’ho lasciato l’altroieri al piano di sotto di un lettino a castello, in una casa dove s’è infilato con l’inganno, facendosi adottare come figlio da quella che un tempo era sua moglie, pur di dormire sotto il respiro del bambino che ha generato lui stesso a ventott’anni, e che a questo punto è diventato suo coetaneo e fratellastro, oltre che amico di scuola. Falso, falso, falso, mi sorprendo a mormorargli, dopo aver tifato per lui ogni volta che lo ha assalito la tentazione di dire tutta la verità. Max Tivoli si volta verso di me, rigirandosi sul fianco nel letto di sotto di quel castello espugnato con l’inganno, mi fa “sshh” col dito appoggiato sulle labbra, mentre il respiro di suo figlio al piano di sopra si fa pesante e regolare. “E anche se la dicessi, la verità”, mi fa notare, “chi mai potrebbe credermi?”.
All’improvviso so questo: che Andrew Sean Greer lo conosceva benissimo, quel racconto di Fitzgerald. Il Benjamin Button di Fitzgerald nasce a esattamente settant’anni, nel 1870; il Max Tivoli di Greer (che quando è nato si chiamava …., e poi ha cambiato nome) nasce sempre a settant’anni nel 1871, cioè solo un anno dopo. Ma c’è una torsione premeditata nella storia di Greer rispetto a quela di Fitzgerald, e fin da subito: mentre il Benjamin Button ringiovanisce nel corpo e nei pensieri (e quindi anche nella capacità di maneggiare il linguaggio), Max Tivoli ringiovanisce progressivamente nel corpo, mentre invecchia progressivamente nella mente.
Bene, lo schema è chiaro. Chissà perché, mi chiedo, ci ho messo tanto per capirlo. Ritorno a Michelino, al suo inspirare la plastilina per poi volgersi all’improvviso con lo sguardo verso le cose e tutti quanti, a quando mi sono detta: vorrei che continuasse, questo inspirare ed espirare, questo sapere e non sapere alternato. E però torno anche a un’altra cosa, di cui vi ho parlato ieri e che non ho potuto fare a meno di appuntarmi:
Se attraverso il respiro esistiamo ritmicamente a livello inconscio, quano possiamo intervenire a livello conscio, per lo meno metaforicamente, sul disegno ritmico? Poiché in un certo senso è proprio spezzando questo andamento che ci mettiamo in grado di scoprire nuovi schemi ritmici. E’ ovvio che non possiamo smettere deliberatamente di respirare, se non per alcuni istanti, né arrestare le nostre pulsazioni fisiologiche. Tuttavia interrompendo teoricamente i nostri schemi universali è piacevole credere di poterci affrancare dal battito che sempre ci accompagna, il quale proprio per la sua regolarità crea la stabilità e l’agio del nostro sistema nervoso.
Il respiro e il ritmo si conformano agli schemi umani universali e quando questi vengono scossi o disturbati anche il corpo viene coinvolto alla stessa maniera. Questo parallelismo diventa evidente quando ci si riferisce all’eccitazione che nasce nel corpo quando si trovano soluzioni ritmche straordinariamente insolite. E in realtà è per contrasto e per interesse che abbiamo bisogno di deviare dal ritmo regolare e già previsto per scandagliare il territorio più intimo del corpo e scoprire andamenti sempre più interessanti.
Ebbene, è una questione di primaria importanza trovare la chiave di ciò che abbiamo definito vero ritmo guidato, in quanto il ritmo è uno degli elementi basilari della danza. Esso costituisce la conenssione logica tra danza e musica, e grazie alla sua grande forza il ritmo interno ci aiuterà a non dipendere dal brano musicale quando coreografiamo o eseguiamo movimenti coreutici (…)
(Gillian Hobart, Danzare con l’anima - Il corpo e la mente nella danza contemporanea, Guaraldi)
Questa cosa che ho ricopiato ha a che fare, curiosamente, con una certa idea di “dissonanza proficua” tirata fuori da bgeorg in questo post, e rimbalzata in questi giorni anche altrove - per esempio nei commenti a questa poesia di Palmasco.
(3- continua)
P.S. per chi si sta appassionando: c'è aria di sovrapposizioni in giro. Per esempio: leggete qui.
