Farfalle
E tanto per riparlare di pinocchio: la “storia casalinga” di cui parlavo, è quella che mi spaventa. La storia arredata bene, tanto bene che in un ventre di balena (o di pescecane, d’accordo) si può stare seduti a chiacchierare co ì babbo, come se nulla fosse, alla luce di una lanterna.
C’è un modo letterario di dire ogni cosa, questo ho scoperto una volta, e per molto tempo questa scoperta fu una “bella” scoperta. Poi qualcosa si è rotto, oppure qualcosa ha preso di acido, certo è che pure le stronzate mi diventavano, in souplesse, letterarie.
“Bene ecco”, mi dissi allora, “puoi fare letteratura”. E questa cosa prima mi fece ridere, poi invece mi spaventò. Letteratura con queste quattro cazzate?
“Ma nelle cazzate si annida il senso del mondo”, mi protestai. Ah beh. Il senso del mondo. Nientedimeno.
Allora cominciai a sentir parlare le persone. Dicevano delle cose - splendide! - mentre io diventavo una macchinetta per fare letteratura, che più nessuno mi stava a sentire.
Ho cominciato, allora, a studiare le persone che raccontavano, la struttura narrativa dei discorsi dentro la fila alla posta. Ho cominciato a studiare le canzoni, e soprattutto quelle parti delle canzoni che la gente si ricordava a memoria – storpiate ma efficaci, le cantavano contente, le prendevano – come dire? – dal verso giusto, e quando diventavano troppo arzigogolate o letterarie, più che sforzarsi di ricordare le parole facevano lallà, o ziallallà-ziallallà, come l’attore napoletano (Salemme?) in una commedia, che cercando di ricordare all’amico “il senso” di una precisa canzone, si metteva a cantare “ziallallà-ziallallà” con la voce impostata, girando intorno al tavolo da pranzo.
Il senso. Perché il senso ti sfugge, nel senso che è lì per poco e poi va via. Effe dice che possiamo intravvederlo, e solo in alcuni istanti – ma poi scivoliamo via, e rimaniamo a mani vuote, per sempre senza senso in mano. Io utilizzo a questo scopo (cioè allo scopo di afferrarlo in diverse forme molte volte, il senso, come infilzare farfalle una per una per poi farne una collezione, di “sensi” afferrati al volo, e trafitti), un documento che tengo sempre sul desktop, che si chiama “mine vaganti”, ma che in questo blog ho chiamato “sine link, sine cura”. E in questo documento l’altro giorno ho annotato questo (ho infilzato questa farfalla):
In un parlare piano, naturale, quasi dimesso, all’improvviso si apre un baratro. Un baluginare di senso, o di non-senso, che crea una specie di crepaccio (una “discrepanza”) nella realtà. E ti fa capire che siamo nel guscio di un uovo. Questa è per me la scrittura: parlare fino ad arrivare a quel punto: al punto di stare zitti. Puoi metterci tre righe o cento pagine non importa. Parli per arrivare a quel punto di silenzio - poi l’uovo, quando si è rotto si è rotto.
Questa cosa, quest’attività di infilzare farfalle, questo correre appresso al senso, questo vedere il senso moltiplicarsi senza poterci fare niente, questo non arrendersi a vedertelo svolazzare davanti, imprendibile, beffardo, questa cosa potrebbe ucciderti. Io mi voglio arrendere, invece – e sopravvivere, altroché.
Allora ho pensato (e l’ho detto a caracaterina, un giorno): per me la soluzione non è scrivere come mangi, ma è mangiare come scrivi. E se cominci a farlo, se davvero vuoi tentare di farlo, la prima cosa che se ne va a puttane è la “bellezza” della scrittura – la sua letterarietà.
E vabbè. E tanto. E cosa ci guadagni invece?
Ci guadagni una certa pacificazione con te stessa. Sapere che non stai lì a cercare di acchiappare farfalle, ma sei solo disponibile al fatto che una farfalla ti si poggi su una spalla – quando decide lei, quando vuole lei. Poi se sei brava – zac, l’infilzi. Certe volte, perfino, la fai infilzare da qualcun altro, come nel caso di Strelnik. Ma anche se non l’infilzi, non per questo non sarà più una farfalla - non per questo, lei, non esisterà. Ma da questo a farla esistere tu, o a trasformare in farfalla qualsiasi pezzo di carta ti passi per le mani, ce ne corre.
Che cosa volevo dire? non lo so. Pensavo a una provocazione di Effe, [qui nei commenti]. A un gabbiano di Palmasco, che secondo lui è centrato sul fuoco della foto e invece non è vero, è centrato sul fuoco dello sguardo della persona che sta guardando la foto mentre sta slittando via verso destra. Pensavo a demetrio e alle sue voci di condominio. E a Effe di nuovo che si pone delle domande sull’assenza o sulla presenza “effettiva” di certe cose – e si domanda se una cosa che è assente dalla scrittura esista o no. E all’imperscrutabilità di una notizia di cronaca. E all’indicibilità di qualche cosa per lettera, e alla sua dicibilità invece in una finestra del web, come gridare affacciati (appunto) alla finestra di un condominio, con altra gente che ti ascolta suo malgrado, te che chiami dalla finestra e ti metti a dire una cosa urgente all’altra donna.
Pensavo a tutto questo, ci pensavo punto e basta. Non sono in grado di farne una storia, ma se la storia mi si poggiasse sulla spalla e se ne stesse un po’ ferma, giuro che lo farei. Oppure questa è già una storia, non mi ricordo, non so.
C’è un modo letterario di dire ogni cosa, questo ho scoperto una volta, e per molto tempo questa scoperta fu una “bella” scoperta. Poi qualcosa si è rotto, oppure qualcosa ha preso di acido, certo è che pure le stronzate mi diventavano, in souplesse, letterarie.
“Bene ecco”, mi dissi allora, “puoi fare letteratura”. E questa cosa prima mi fece ridere, poi invece mi spaventò. Letteratura con queste quattro cazzate?
“Ma nelle cazzate si annida il senso del mondo”, mi protestai. Ah beh. Il senso del mondo. Nientedimeno.
Allora cominciai a sentir parlare le persone. Dicevano delle cose - splendide! - mentre io diventavo una macchinetta per fare letteratura, che più nessuno mi stava a sentire.
Ho cominciato, allora, a studiare le persone che raccontavano, la struttura narrativa dei discorsi dentro la fila alla posta. Ho cominciato a studiare le canzoni, e soprattutto quelle parti delle canzoni che la gente si ricordava a memoria – storpiate ma efficaci, le cantavano contente, le prendevano – come dire? – dal verso giusto, e quando diventavano troppo arzigogolate o letterarie, più che sforzarsi di ricordare le parole facevano lallà, o ziallallà-ziallallà, come l’attore napoletano (Salemme?) in una commedia, che cercando di ricordare all’amico “il senso” di una precisa canzone, si metteva a cantare “ziallallà-ziallallà” con la voce impostata, girando intorno al tavolo da pranzo.
Il senso. Perché il senso ti sfugge, nel senso che è lì per poco e poi va via. Effe dice che possiamo intravvederlo, e solo in alcuni istanti – ma poi scivoliamo via, e rimaniamo a mani vuote, per sempre senza senso in mano. Io utilizzo a questo scopo (cioè allo scopo di afferrarlo in diverse forme molte volte, il senso, come infilzare farfalle una per una per poi farne una collezione, di “sensi” afferrati al volo, e trafitti), un documento che tengo sempre sul desktop, che si chiama “mine vaganti”, ma che in questo blog ho chiamato “sine link, sine cura”. E in questo documento l’altro giorno ho annotato questo (ho infilzato questa farfalla):
In un parlare piano, naturale, quasi dimesso, all’improvviso si apre un baratro. Un baluginare di senso, o di non-senso, che crea una specie di crepaccio (una “discrepanza”) nella realtà. E ti fa capire che siamo nel guscio di un uovo. Questa è per me la scrittura: parlare fino ad arrivare a quel punto: al punto di stare zitti. Puoi metterci tre righe o cento pagine non importa. Parli per arrivare a quel punto di silenzio - poi l’uovo, quando si è rotto si è rotto.
Questa cosa, quest’attività di infilzare farfalle, questo correre appresso al senso, questo vedere il senso moltiplicarsi senza poterci fare niente, questo non arrendersi a vedertelo svolazzare davanti, imprendibile, beffardo, questa cosa potrebbe ucciderti. Io mi voglio arrendere, invece – e sopravvivere, altroché.
Allora ho pensato (e l’ho detto a caracaterina, un giorno): per me la soluzione non è scrivere come mangi, ma è mangiare come scrivi. E se cominci a farlo, se davvero vuoi tentare di farlo, la prima cosa che se ne va a puttane è la “bellezza” della scrittura – la sua letterarietà.
E vabbè. E tanto. E cosa ci guadagni invece?
Ci guadagni una certa pacificazione con te stessa. Sapere che non stai lì a cercare di acchiappare farfalle, ma sei solo disponibile al fatto che una farfalla ti si poggi su una spalla – quando decide lei, quando vuole lei. Poi se sei brava – zac, l’infilzi. Certe volte, perfino, la fai infilzare da qualcun altro, come nel caso di Strelnik. Ma anche se non l’infilzi, non per questo non sarà più una farfalla - non per questo, lei, non esisterà. Ma da questo a farla esistere tu, o a trasformare in farfalla qualsiasi pezzo di carta ti passi per le mani, ce ne corre.
Che cosa volevo dire? non lo so. Pensavo a una provocazione di Effe, [qui nei commenti]. A un gabbiano di Palmasco, che secondo lui è centrato sul fuoco della foto e invece non è vero, è centrato sul fuoco dello sguardo della persona che sta guardando la foto mentre sta slittando via verso destra. Pensavo a demetrio e alle sue voci di condominio. E a Effe di nuovo che si pone delle domande sull’assenza o sulla presenza “effettiva” di certe cose – e si domanda se una cosa che è assente dalla scrittura esista o no. E all’imperscrutabilità di una notizia di cronaca. E all’indicibilità di qualche cosa per lettera, e alla sua dicibilità invece in una finestra del web, come gridare affacciati (appunto) alla finestra di un condominio, con altra gente che ti ascolta suo malgrado, te che chiami dalla finestra e ti metti a dire una cosa urgente all’altra donna.
Pensavo a tutto questo, ci pensavo punto e basta. Non sono in grado di farne una storia, ma se la storia mi si poggiasse sulla spalla e se ne stesse un po’ ferma, giuro che lo farei. Oppure questa è già una storia, non mi ricordo, non so.
