« Giornale di Natale | Main | dopo la traduzione... »

Vox (terza)

Posted on lunedì, dicembre 27, 2004 at 00:29 by Registered Commenteruntitled io | Comments Off

“Voce” è veramente la Terza Persona. La voce dello scrivente non esiste (o meglio non è carnale, come vorrebbe caracaterina): lo scrivente, infatti, scrive scritto. E non potrebbe, a rigore, dire a voce le cose che scrive: se davvero potesse, non scriverebbe.
Torniamo a quel vessillo luminoso: “magna come scrivi, parla come scrivi!”. Questo è il sogno vero, credo, di ogni persona che scrive. Sogno alla fine irrealizzabile, perché comunque quelli della sua specie preferiscono scrivere, invece di parlare.
“Preferisco scrivere”, questo dice ogni persona che scrive, e se gli chiedono di dire a voce, la vera risposta dello scrivente è alla Bartleby, “the Scrivener”: I would prefer not to.
Scrivo qualche cosa di urgente a Palmasco. Gli chiedo di dirmi cosa ne pensa, “e se hai bisogno di parlarmene a voce, prendiamo un appuntamento telefonico”.
“Rinuncio volentieri all’appuntamento telefonico”, mi risponde lui, “odio il telefono”.

Detto questo, non è vero affatto che, scrivendo, non si abbia in mente una voce, una voce che pronuncia esattamente quelle parole che stiamo scrivendo. E tutta la fatica che facciamo a scrivere, sta proprio nell’intividuare tonalità, spessore, appoggi, inspirazioni ed espirazioni di una voce possibile. Cose che poi andiamo a tradurre su carta, in un luogo di silenzio completo.
La ragione della bracciata, la metafora del nuoto (ma mi scoccia chiamarla metafora, è qualcosa di più vivo e reale di una metafora), che sempre mi affiora quando parlo dello scrivere – o almeno: dello scrivere per me – sta tutta nella ricerca di quella misura del respiro. Che come tutte le misure, è un concetto artificiale: un respiro è esattamente misurabile (possiamo farne un esatto diagramma, come del battito di un cuore possiamo fare un elettrocardiogramma), ma noi non respiriamo misurandoci il respiro, né misurandoci i battiti: se lo facessimo moriremmo, perché il tempo di misurare ci toglierebbe il tempo di sopravvivere. Il nuoto (il meccanismo del nuoto) è una buona rappresentazione del concetto di misura applicato a un’attività fisica ma non perfettamente naturale, quale è il nuoto.

Sempre a proposito del nuoto, leggo le due citazioni in apertura del bellissimo libro “L’ombra del massaggiatore nero”: un libro sul nuoto e sui nuotatori, scritto da Charles Sprawson (Adelphi).
1
Quando vedo un uomo che nuota dipingo un annegato
Jacques Prévert, Il porto delle nebbie.
2
Tu eri quello che borbottava Baudelaire e Donne
tu eri quello che faceva il verso all’orologio a cucù,
tu eri quello che sbagliava tutti e due i servizi,
tu eri quello che si tuffava nudo dalla scogliera dalmata,
tu eri quello che fischiava il sole al tramonto,
tu eri quello che portava Proust a bordo della tua sventurata corvetta.

Louis Magneice, La vittima (in memoria di G.H.S,), in morte di un amico annegato nell’Atlantico durante la guerra.

E l’Atlantico “tenebroso” lo ritroviamo nella scena di Llu, lì da Palmasco. Mi è piaciuta, in quella scena di llu, anche la reazione dello scrittore che, dopo lo sforzo di aver letto con voce la propria scrittura, si avventa su un sms: poche parole, ma scritte. E ricordo anche di una lettera mandata “quasi mentre” una persona mi stava incontrando: una lettera che ha corso a perdifiato per arrivarmi prima ancora che io tornassi a casa, perché quella scrittura si sovrapponesse di corsa alla voce che avevo udito. Perché? Per cancellare quel fiato?
Questa è la ragione per cui io, da sempre, affido alle macchine la lettura delle cose che scrivo. Tutto male deve andare, anche l’amplificazione di un semplice microfono può essere utile allo scopo, purché la voce di chi scrive ridiventi quello che è: una terza persona, qualche cosa di astratto e di o-sceno.

PrintView Printer Friendly Version