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cibo per gatti

Posted on domenica, gennaio 23, 2005 at 11:32 by Registered Commenteruntitled io | Comments Off
è scappato e
cristo
non si può fare niente

penso limitatamente
limitandomi cioè a
estraendo a grossi pizzichi il mangime per gatti dalla busta, una mistura di pezzettini essiccati, marroni e color mandorla mischiati
tipo muesli, ne prendo un pizzico più piccolo e ne assaggio, che avrebbe l’aria dolce, buona
ma poi guardo il sacchetto di plastica trasparente che lo contiene, che si strozza un poco al centro con consistenze accelerati diversi, come guardare una clessidra nel punto della strozzatura dove la roba scorre, e vedere verso il centro della busta, della clessidra, non solo parti in movimento più vive, come dei piccoli vermi, ma come un terriccio umido non asciutto come il seccume sterilizzato che affiora dalla bocca della busta, sul pelo della clessidra
ma dentro
dentro è tutto così
terriccio nero e larve che risalgono in superficie, verso le mandorle essiccate e i gusci triturati di nocciola e le foglie di thè della superficie, tipo muesli, da gatto

preparo il cartoccetto da portargli, al gatto fuori, scendere sul marciapiede che è già sera e trafficato, fra i passanti, con un cartoccio di cibo-per-gatti in mano, per vedere se per fame adesso torna, all’odore
e intanto spizzico anch’io, smetto di spizzicare orripilata poi lo faccio di nuovo, questo cibo-terriccio, concime defecazioni sbriciolate essiccate, pareva commestibile prima, e proprio dolce, assaggiandone un poco

lo metterò in un cono
un cono croccante da gelato, che mi si sbriciola un poco anch’esso in mano, un cartoccetto commestibile anch’esso, immagino il gatto terminare il contenuto per leccare e addentare pure il contenitore
penso a del latte, qualche goccia di latte
da aggiungere al miscuglio, inumidire anche le scorze e le palline, e le fogliette secche di thè

per esaltarne il gusto dico
(il latte come brodo di dado)

compiendo queste operazioni ne compio ancora altre, tipo scavalcare una portella di frigorifero scardinata e giacente di traverso per terra, tipo spostare di posto lavello e piano-cottura, provare e riprovare l’accensione automatica di tutti e quattro i fuochi, si accendono automaticamente anche da sé, mi accorgo, non capisco che devo fare con questi fuochi, che si accendono e si spengono nella cucina illuminata artificialmente, come fuochi
fatui

(la porta in cima alla scala, intanto, è rimasta spalancata, è così pure quella di sotto che dà in strada, l’ingresso è illuminato ma la rampa di scala no, poi di nuovo sul marciapiede le luci color oro bagnato dei lampioni e dei fari, in casa ci sono tutti ma stanno tutti di là che se ne fregano del gatto, io in cucina da questo lato, e l’ingresso deserto, e qualche voce di passanti e dei rumori di macchina dalla strada che salgono

in questo modo, se torna
la porta è aperta, ma nessuno la controlla
se rientra, mo’ nessuno se ne accorge

Continuo ad armeggiare con le misture. Prima ho gridato forte, quando hanno fatto scappare il gatto SE C’E’ UNA REGOLA IN QUESTA CASA, ho gridato come una pazza, la regola è stare attenti alle due porte, e non lasciarle aperte tutt’e due che basta niente, come vedi, e il gatto se n’è scappato
scesa precipitosamente in strada, sul marciapiede, mi guardavo intorno cercando di ricordarmi il nome esatto per chiamarlo, il gatto, per chiamarlo volevo dire davanti al pubblico dei passanti, e non ricordandomi il nome del mio gatto, comincio a chiamarlo con una voce non sonora, resa rauca dalla vergogna, Micia, Micia
che poi era il nome del gatto che tenevano i miei, mentre il mio gatto è maschio, e poi non si chiama “micia”

torno adesso dal vicolo laterale, per vedere se se n’è andato di là, giro l’angolo della casa, e passando vibro un pugno fortissimo alla vetrina aperta della libreria di Mimmo. Il ragazzo, il commesso, mi fa notare che mi posso fare male, “con quella forza che ha, si può far male”. Mi dà del lei, io sono affranta per il gatto. Affranta. Tanto affranta che lui mi dice con leggerezza confortando, “ma vedrà che fra poco sarà lì, sul catafalco, come lo chiama Mimmo, cioè quello. Si mette sempre lì”.
“Quello”, il catafalco, è una torretta dell’Enel, con su scritto probabilmente pericolo di morte non toccare non appoggiarsi. Guardo il punto e siccome ho capito bene, le parole che mi ha detto il ragazzo, mi aspetto di vedere i due occhi del mio gatto guardarmi verdi attoniti da quell’ombra, alle pendìci della torretta (una torretta non ha pendìci)
ma ecco qua, lo sapevo, non era vero, non è lì starà sfrecciando per la strada, attraversando in diagonale la carreggiata da un punto all’altro più e più volte temerario, scansando i musi delle macchine, attratto dalle luci e dai riflessi in un’ebbrezza da riflessi, salgo allora e gli preparo un cartoccetto di qualcosa da mangiare, del suo cibo-per-gatti per attirarlo
 
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