Giornale di Natale
Ho quindi capelli pieni e arrotolati, occhiali che cambio sempre, da vicino e da lontano, gambe grigiastre screpolate alle ginocchia, e nei piedi, mani macchiate grigiastre e color crema, borse sotto gli occhi, agilità inusitate all’interno di un pigiama non lavato, a righe, di Valentino Uomo, comprato chissà come in un’ipercoop a pochi euro, giacca di cotone felpato blu, comprata in Francia un giorno che avevo poco più di un costume da bagno ed ero molto abbronzata, me la ricordo nello specchio del negozio quando l’ho comprata, avevo i capelli raccolti con uno di quei fermagli col bastoncino, dev’essere stato in Corsica quale Francia, ah già la Francia è in Corsica, la Corsica è nella Francia, era molto elegante la giacca il giorno che l’ho comprata, e adesso vedi, è diventata la mia vestaglia.
Gli occhiali da vista per leggere e vedere da vicino sono rosso prugna e con le lenti rettangolari, mi diceva il mio ottico che dovrei usarli anche per scrivere e lavorare al computer, quando dicono “lavorare al computer” chissà cosa intendono, non vanno molto bene per me, mi stancano moltissimo gli occhi, invece di riposarli, mi pizzicano ai bordi degli occhi, bordi affollati di ciglia di spessore e di durezza e di nerezza forti, come le sopracciglia, tutto il resto non è nero profondo come questi peli delle ciglia e delle sopracciglia, è biondastro.
Ho comprato un’altra tintura per capelli, ogni volta la compro un po’ più chiara per ottenere più o meno sempre lo stesso risultato, vorrei tenere i capelli grigi o misti grigi come sono, ma sono ricci e coi fili grigi mi stanno male, per un anno ho tenuto i capelli grigi, o meglio misto grigi naturali, una donna mi disse straordinario hai i capelli verdi. E io non avevo mai saputo, che la tinta naturale dei miei capelli fosse verde.
Oggi ho deciso quindi metto in ordine la casa. Sono giorni di vacanza ma per me non cambia niente, tranne il fatto che il bambino non deve andare a scuola, e che il disordine della casa ha assunto un’aria natalizia, pieno di buste di regali trasportate da una casa all’altra. Ho ricevuto in regalo un forno a microonde che desideravo da tempo, esattamente per riscaldare i piatti di pasta, che scongelare non scongelo niente perché in effetti non congelo e non surgelo. Per la verità, ho surgelato un grosso pezzo di torta del compleanno di mio figlio, perché come una scema ho sbagliato ad ordinare la torta, e invece che per venti bambini, siccome ordinando la torta mi sono limitata a fare un gesto con le braccia, rettangolare ma evidentemente di troppo grandi dimensioni, la torta me l’hanno fatta per cinquanta persone, e non voglio neanche dire quanto l’abbiamo pagata, tipo una torta di matrimonio io penso, così ho distribuito dei pezzoni di torta a tutti, e un pezzone l’ho messo nel congelatore perché così mi hanno detto, che si poteva fare, solo che non saprei quando dissurgelarlo, come se registrassi una videocassetta non saprei quando guardarmela, e certamente non potrò mettere una torta con la panna nel nuovo forno a microonde, penso.
Fuori di questa casa non succede niente di rilevante, è un periodo che non ho quasi nessun rapporto con la città – gli unici rapporti che ho avuto con la città sono stati le diverse volte che nell’ultimo mese sono andata al cimitero, e lì mi sento bene, quasi che fosse una specie di mia città leggibile, e io fossi diventata una specie di sua abitante. Altri rapporti con la città li ho avuti, ora che ci penso, con le scuole: la sala Dante della scuola di mio figlio, dove anche quest’anno hanno fatto la recita di Natale, e la chiesa di Sant’Agostino dove si è fatta la recita di Sofia. Allora ho potuto guardare decine di mamme, e un certo numero di nonne e nonni, e i papà. Avevano tutti, tutti, una macchina fotografica digitale o una videocamera in mano, tranne io e altre tre o quattro persone. Dobbiamo essere stati gli unici, allora penso, a riuscire a vedere le recite di Natale, e provo pena per quei bambini che non sapevano di essere oggetto di semplici inquadrature, e che le loro parole così difficilmente imparate si sarebbero perse. Però nella chiesa gremita di mamme e padri e nonni e fratelli di età diverse avanzati in casa, non essendoci “spalti” come forse sarebbe stato il caso che fosse, non si vedeva niente quindi anch’io, devo confessare, una buona parte della recita di Sofia l’ho guardata nello schermino lcd della macchina fotografica del signore della fila davanti.
Quest’anno i dolci di natale non mi sono piaciuti per niente, diciamo che nessuno si è dedicato con passione alla scelta, abbiamo mangiato dei dolci capitati, qualcuno regalato qualcuno comprato a casaccio. Poi.
Nel mondo sono successe alcune cose di notevole importanza, la prima è lo tsunami e tutto quel casino che ha combinato, donne bionde abbronzate e un poco disastrate alla televisione raccontavano questa “disavventura della vacanza”, alternandosi alle immagini delle altre donne, quelle locali, che erano molto più belle di loro ma a natale non volavano proprio da nessuna parte. Non so perché ma questo avvenimento mi sembra avvenuto moltissimo tempo fa, non riesce per qualche strano motivo a sembrarmi attuale, guardo le immagini e ne sento parlare come tutto fosse avvenuto molti anni fa, non riesco a commuovermi o a preoccuparmi, hanno un modo sbagliato di raccontarlo, credo, un modo imbarazzante di raccontare qualsiasi tragedia ormai, e non c’è verso però di saperne cose diverse di averne immagini diverse, allora mi sono fatta questa convinzione, che tutto è successo, tipo, tre anni fa.
Vincenzo ha avuto una pista che si chiama Cobra, mi pare, con delle macchinine che corrono in una spirale a una velocità pazzesca e fanno un rumore assurdo, con una testa di cobra che le aspetta al varco a metà dell’ultimo giro della morte, per mangiarsele e sputarle (credo) da un altro piccolo tunnel segreto – non riesco a spiegarmi perché non ho ancora studiato bene la faccenda. Poi ha avuto un computer giocattolo davanti al quale si mette ogni giorno, dicendo che deve lavorare.
Ho ricevuto un cesto regalo in dono da un pittore che spesso chiamo a lavorare, da noi di usa così, anzi si usava, adesso molto meno, che gli artigiani e le imprese che fai lavorare ti mandano in regalo, a natale, dei cesti col chivas, col cointreau, con le palline lindor. Con la carta del cesto però mi sono tagliata un dito, mi è partita proprio una fettina di dito medio, ci ho messo un cerotto sopra ma s’è inondato di sangue e la piccola ferita si è cicatrizzata dopo almeno una decina di ore. Mi faccio male e non m’importa di niente, ho un sacco di graffi e di piccole ferite, crosticine, lividi, non so com’è che mi succede, non sto attenta mai.
L’altra cosa che è successa nel mondo è che Mastella se n’è andato dalla Gad. A questo proposito (no, non a questo proposito): nel bagno piccolo, sullo sgabello, sta da diversi mesi un numero di Venerdì di Repubblica. Davvero sta lì da diversi mesi: viene spostato quando si pulisce il bagno e viene riposto nella stessa identica posizione, sullo sgabello davanti alla tazza, cosicché ogni volta che mi siedo sulla tazza, osservo attentamente questa copertina: una spiaggia con un mare, e sulla sabbia c’è scritto (con un sasso o con un dito, più probabilmente al computer):
1988
LA PIU’ BELLA ESTATE DELLA NOSTRA VITA
Sottotitolo:
C’erano De Mita e “Bamboleo”, Gorbaciov e Jessica Rabbit. E, sorpresa, è l’anno (degli ultimi venti) in cui gli italiani stavano meglio. Lo abbiamo scoperto incrociando dati economici e analisi sociologiche. Un gioco? Non solo…
Bene. Ogni giorno, ogni mattina appena alzata, guardo questa cosa qui. Adesso non apro più il giornale per andarmi a leggere l’articolo, però fino a qualche tempo fa lo facevo. E ogni volta che guardo quel giornale mi rendo conto che nell’88 io c’ero perfettamente, che andavo in Ungheria con la macchina arrivando fino al confine con la Russia, che Gianni si laureava, che quell’anno morì il cane sotto una macchina, e mi ricordo di me che avevo un fazzolettino a fiori in testa e un paio di occhiali da sole, una canottiera nera e un paio di pantaloncini, e che l’anno dopo ci fu il crollo del muro di Berlino, e poi basta.
Attalmente, sovrapposto a questa rivista, c’è un libretto di Hanif Kureishi, Da dove nascono le storie, che pur sedendomi ogni giorno davanti a quello sgabello non ho mai letto per intero (perché non ci sto molto, in bagno, anche se il libro è piccolo) ma solo in mezzo in mezzo. E mi è rimasto impresso come lui parla del padre, che ogni mattina si alzava per andare a scrivere con la macchina da scrivere, il padre di Hanif Kureishi che voleva diventare uno scrittore, e invece scrittore ci è diventato il figlio. Tutti in casa leggiucchiano questo libro, ogni volta che si siedono in bagno, e tutti sono diventati un po’ amici del padre di Hanif Kureishi io credo.
Mentre la sera me ne vado tutta contenta a letto (cambiando occhiali e dunque inforcando quelli per vedere da vicino), sapendo che mi ritufferò (per non più di due o tre pagine per volta, perché ho sonno alla fine) in quell’incredibile resoconto del viaggio sulla baleniera Anglo-Norse alla volta dell’Antartide, nel 1930 – a questo punto della lettura abbiamo cambiato nave, siamo sulla Pelagos, la vera nave-factory, una nave assolutamente ferma davanti all’Antartide, dove avviene la macellazione delle balene catturate. E mi addormento in mezzo a un allagamento di sangue lucido e viscido, ai vapori bianchi provenienti dai bollitori, mentre uomini prevalentemente norvegesi, alti e biondi, vanno avanti e indietro sul ponte affaccendati intorno alle carni in mezzo a quell’odore di balena squartata, e dice l’autore del reportage (Cesco Tomaselli) che non si tratta affatto, come alcuni lettori potevano aspettarsi, del racconto romantico di una caccia alla balena come potevamo immaginarcela, ma di una faccenda industriale, di nuovo capitalismo o alta finanza non ricordo come dice, tant’è che il capitano della Pelagos non è come ce lo immagineremmo, ma un signore biondo, alto e ben rasato, con un fazzoletto di seta fantasia annodato al collo, “un gentiluomo”, dice, “e quando ho detto questo ho detto tutto”. Più rumore assordante di argani, e cavi metallici costantemente innaffiati con degli idranti per non farli arroventare a causa dell’attrito, quando tirano su la balena. L’ultima balena che ho visto tirar su, misura trenta metri di lunghezza. Cerco di immaginare quanto sono lunghi trenta metri, cerco di immaginare una lunghezza di trenta metri distesa lungo il corso, qua sotto casa mia, mi spavento levo gli occhiali e mi addormento: fine della giornata, come ogni giorno in quel mare grigiastro, “il dorso della balena è lucido e grigio scuro, il di sotto invece è più chiaro e corrugato, la pelle è sottilissima si scalfisce facilmente con un temperino, lo strato di grasso (come “pancetta”) è di circa trenta o quaranta centimetri”: non sono queste le esatte parole, ma comunque.
Gli occhiali da vista per leggere e vedere da vicino sono rosso prugna e con le lenti rettangolari, mi diceva il mio ottico che dovrei usarli anche per scrivere e lavorare al computer, quando dicono “lavorare al computer” chissà cosa intendono, non vanno molto bene per me, mi stancano moltissimo gli occhi, invece di riposarli, mi pizzicano ai bordi degli occhi, bordi affollati di ciglia di spessore e di durezza e di nerezza forti, come le sopracciglia, tutto il resto non è nero profondo come questi peli delle ciglia e delle sopracciglia, è biondastro.
Ho comprato un’altra tintura per capelli, ogni volta la compro un po’ più chiara per ottenere più o meno sempre lo stesso risultato, vorrei tenere i capelli grigi o misti grigi come sono, ma sono ricci e coi fili grigi mi stanno male, per un anno ho tenuto i capelli grigi, o meglio misto grigi naturali, una donna mi disse straordinario hai i capelli verdi. E io non avevo mai saputo, che la tinta naturale dei miei capelli fosse verde.
Oggi ho deciso quindi metto in ordine la casa. Sono giorni di vacanza ma per me non cambia niente, tranne il fatto che il bambino non deve andare a scuola, e che il disordine della casa ha assunto un’aria natalizia, pieno di buste di regali trasportate da una casa all’altra. Ho ricevuto in regalo un forno a microonde che desideravo da tempo, esattamente per riscaldare i piatti di pasta, che scongelare non scongelo niente perché in effetti non congelo e non surgelo. Per la verità, ho surgelato un grosso pezzo di torta del compleanno di mio figlio, perché come una scema ho sbagliato ad ordinare la torta, e invece che per venti bambini, siccome ordinando la torta mi sono limitata a fare un gesto con le braccia, rettangolare ma evidentemente di troppo grandi dimensioni, la torta me l’hanno fatta per cinquanta persone, e non voglio neanche dire quanto l’abbiamo pagata, tipo una torta di matrimonio io penso, così ho distribuito dei pezzoni di torta a tutti, e un pezzone l’ho messo nel congelatore perché così mi hanno detto, che si poteva fare, solo che non saprei quando dissurgelarlo, come se registrassi una videocassetta non saprei quando guardarmela, e certamente non potrò mettere una torta con la panna nel nuovo forno a microonde, penso.
Fuori di questa casa non succede niente di rilevante, è un periodo che non ho quasi nessun rapporto con la città – gli unici rapporti che ho avuto con la città sono stati le diverse volte che nell’ultimo mese sono andata al cimitero, e lì mi sento bene, quasi che fosse una specie di mia città leggibile, e io fossi diventata una specie di sua abitante. Altri rapporti con la città li ho avuti, ora che ci penso, con le scuole: la sala Dante della scuola di mio figlio, dove anche quest’anno hanno fatto la recita di Natale, e la chiesa di Sant’Agostino dove si è fatta la recita di Sofia. Allora ho potuto guardare decine di mamme, e un certo numero di nonne e nonni, e i papà. Avevano tutti, tutti, una macchina fotografica digitale o una videocamera in mano, tranne io e altre tre o quattro persone. Dobbiamo essere stati gli unici, allora penso, a riuscire a vedere le recite di Natale, e provo pena per quei bambini che non sapevano di essere oggetto di semplici inquadrature, e che le loro parole così difficilmente imparate si sarebbero perse. Però nella chiesa gremita di mamme e padri e nonni e fratelli di età diverse avanzati in casa, non essendoci “spalti” come forse sarebbe stato il caso che fosse, non si vedeva niente quindi anch’io, devo confessare, una buona parte della recita di Sofia l’ho guardata nello schermino lcd della macchina fotografica del signore della fila davanti.
Quest’anno i dolci di natale non mi sono piaciuti per niente, diciamo che nessuno si è dedicato con passione alla scelta, abbiamo mangiato dei dolci capitati, qualcuno regalato qualcuno comprato a casaccio. Poi.
Nel mondo sono successe alcune cose di notevole importanza, la prima è lo tsunami e tutto quel casino che ha combinato, donne bionde abbronzate e un poco disastrate alla televisione raccontavano questa “disavventura della vacanza”, alternandosi alle immagini delle altre donne, quelle locali, che erano molto più belle di loro ma a natale non volavano proprio da nessuna parte. Non so perché ma questo avvenimento mi sembra avvenuto moltissimo tempo fa, non riesce per qualche strano motivo a sembrarmi attuale, guardo le immagini e ne sento parlare come tutto fosse avvenuto molti anni fa, non riesco a commuovermi o a preoccuparmi, hanno un modo sbagliato di raccontarlo, credo, un modo imbarazzante di raccontare qualsiasi tragedia ormai, e non c’è verso però di saperne cose diverse di averne immagini diverse, allora mi sono fatta questa convinzione, che tutto è successo, tipo, tre anni fa.
Vincenzo ha avuto una pista che si chiama Cobra, mi pare, con delle macchinine che corrono in una spirale a una velocità pazzesca e fanno un rumore assurdo, con una testa di cobra che le aspetta al varco a metà dell’ultimo giro della morte, per mangiarsele e sputarle (credo) da un altro piccolo tunnel segreto – non riesco a spiegarmi perché non ho ancora studiato bene la faccenda. Poi ha avuto un computer giocattolo davanti al quale si mette ogni giorno, dicendo che deve lavorare.
Ho ricevuto un cesto regalo in dono da un pittore che spesso chiamo a lavorare, da noi di usa così, anzi si usava, adesso molto meno, che gli artigiani e le imprese che fai lavorare ti mandano in regalo, a natale, dei cesti col chivas, col cointreau, con le palline lindor. Con la carta del cesto però mi sono tagliata un dito, mi è partita proprio una fettina di dito medio, ci ho messo un cerotto sopra ma s’è inondato di sangue e la piccola ferita si è cicatrizzata dopo almeno una decina di ore. Mi faccio male e non m’importa di niente, ho un sacco di graffi e di piccole ferite, crosticine, lividi, non so com’è che mi succede, non sto attenta mai.
L’altra cosa che è successa nel mondo è che Mastella se n’è andato dalla Gad. A questo proposito (no, non a questo proposito): nel bagno piccolo, sullo sgabello, sta da diversi mesi un numero di Venerdì di Repubblica. Davvero sta lì da diversi mesi: viene spostato quando si pulisce il bagno e viene riposto nella stessa identica posizione, sullo sgabello davanti alla tazza, cosicché ogni volta che mi siedo sulla tazza, osservo attentamente questa copertina: una spiaggia con un mare, e sulla sabbia c’è scritto (con un sasso o con un dito, più probabilmente al computer):
1988
LA PIU’ BELLA ESTATE DELLA NOSTRA VITA
Sottotitolo:
C’erano De Mita e “Bamboleo”, Gorbaciov e Jessica Rabbit. E, sorpresa, è l’anno (degli ultimi venti) in cui gli italiani stavano meglio. Lo abbiamo scoperto incrociando dati economici e analisi sociologiche. Un gioco? Non solo…
Bene. Ogni giorno, ogni mattina appena alzata, guardo questa cosa qui. Adesso non apro più il giornale per andarmi a leggere l’articolo, però fino a qualche tempo fa lo facevo. E ogni volta che guardo quel giornale mi rendo conto che nell’88 io c’ero perfettamente, che andavo in Ungheria con la macchina arrivando fino al confine con la Russia, che Gianni si laureava, che quell’anno morì il cane sotto una macchina, e mi ricordo di me che avevo un fazzolettino a fiori in testa e un paio di occhiali da sole, una canottiera nera e un paio di pantaloncini, e che l’anno dopo ci fu il crollo del muro di Berlino, e poi basta.
Attalmente, sovrapposto a questa rivista, c’è un libretto di Hanif Kureishi, Da dove nascono le storie, che pur sedendomi ogni giorno davanti a quello sgabello non ho mai letto per intero (perché non ci sto molto, in bagno, anche se il libro è piccolo) ma solo in mezzo in mezzo. E mi è rimasto impresso come lui parla del padre, che ogni mattina si alzava per andare a scrivere con la macchina da scrivere, il padre di Hanif Kureishi che voleva diventare uno scrittore, e invece scrittore ci è diventato il figlio. Tutti in casa leggiucchiano questo libro, ogni volta che si siedono in bagno, e tutti sono diventati un po’ amici del padre di Hanif Kureishi io credo.
Mentre la sera me ne vado tutta contenta a letto (cambiando occhiali e dunque inforcando quelli per vedere da vicino), sapendo che mi ritufferò (per non più di due o tre pagine per volta, perché ho sonno alla fine) in quell’incredibile resoconto del viaggio sulla baleniera Anglo-Norse alla volta dell’Antartide, nel 1930 – a questo punto della lettura abbiamo cambiato nave, siamo sulla Pelagos, la vera nave-factory, una nave assolutamente ferma davanti all’Antartide, dove avviene la macellazione delle balene catturate. E mi addormento in mezzo a un allagamento di sangue lucido e viscido, ai vapori bianchi provenienti dai bollitori, mentre uomini prevalentemente norvegesi, alti e biondi, vanno avanti e indietro sul ponte affaccendati intorno alle carni in mezzo a quell’odore di balena squartata, e dice l’autore del reportage (Cesco Tomaselli) che non si tratta affatto, come alcuni lettori potevano aspettarsi, del racconto romantico di una caccia alla balena come potevamo immaginarcela, ma di una faccenda industriale, di nuovo capitalismo o alta finanza non ricordo come dice, tant’è che il capitano della Pelagos non è come ce lo immagineremmo, ma un signore biondo, alto e ben rasato, con un fazzoletto di seta fantasia annodato al collo, “un gentiluomo”, dice, “e quando ho detto questo ho detto tutto”. Più rumore assordante di argani, e cavi metallici costantemente innaffiati con degli idranti per non farli arroventare a causa dell’attrito, quando tirano su la balena. L’ultima balena che ho visto tirar su, misura trenta metri di lunghezza. Cerco di immaginare quanto sono lunghi trenta metri, cerco di immaginare una lunghezza di trenta metri distesa lungo il corso, qua sotto casa mia, mi spavento levo gli occhiali e mi addormento: fine della giornata, come ogni giorno in quel mare grigiastro, “il dorso della balena è lucido e grigio scuro, il di sotto invece è più chiaro e corrugato, la pelle è sottilissima si scalfisce facilmente con un temperino, lo strato di grasso (come “pancetta”) è di circa trenta o quaranta centimetri”: non sono queste le esatte parole, ma comunque.
