io scrivo a tutti
e voi non scrivete niente a me
Lettera ad un’amica
Dicembre 8, 2008
Vedi, tu mi sembri sempre fissata in una condizione aurorale, infantile, nella fase dei perché. Come se non conoscessi niente della regolarità del mondo, come se costantemente pensassi che può succedere davvero, in questa realtà, che la pioggia possa talvolta cadere all’insù, che il sole qualche volta qui non tramonti e l’alternarsi del dì e della notte sbilanci i ritmi, che gli stessi fili d’erba possano crescere perennemente, che il tempo si dirami in infinite direzioni tutte quante percorribili insieme da una stessa persona in un’unica vita. Che non ci sia un’unica vita. Tu neghi i limiti, le regole, rifiuti le leggi della fisica, l’entropia. Come se la mente umana, l’umanità e le sue produzioni non vi fossero soggette. Come se non sapessi nulla di ciò che esiste.
Di questa ignoranza infantile - che d’altronde è l’essenza della religione - non puoi sentire ovviamente la sua stessa limitatezza - la tua negazione è totale per il fuori di te, figuriamoci per il dentro - e, invece di accompagnarla nella sua naturale evoluzione verso la scomparsa, o almeno verso il suo ridimensionamento ragionevole e cosciente, la esalti come un valore, ne fai un faro d’orientamento. A che pro? A che serve questa condizione aurorale che va contronatura e resta e sta e continua a non sapere di essere destinata allo scacco?
Il massimo in cui evolve è una condizione adolescenziale, quella in cui, cresciuti e aumentati la potenza e il potere del corpo e del sapere rispetto al quattreenne che chiacchiera in ciascuno, si comincia ad agire concreti perchè davvero la rivoluzione dell’universale possa darsi, perchè un pugno o un colpo d’ariete apra uno squarcio nelle tavole di pietra della legge del mondo. La giovinezza sempre e solo al limite massimo del venti, energica e illusa, tutto movimento e sbattimento e speranza, immotivati, un concentrato di forze naturali semplicemente proteiche e ormonali, cieche, vergini d’esperienza e perciò dell’esperienza ignare, indifferenti.
Se c’è una cosa che mi dà la misura della mia vecchiaia è la malinconia che mi fanno i giovani, i lunghi adolescenti, non presi uno a uno, per fortuna, ma nel loro insieme astratto. Sarebbe stato meglio che non fossero mai divenuti, i ragazzi, un apparente soggetto storico, che non fossero mai usciti dalla separatezza dal mondo in cui i millenni li avevano segregati. Era sopportabile, quella separatezza, perchè durava poco e poco del tempo bastava per rompere il cerchio e diventare giovani adulti. L’energia che ci voleva e che l’adolescenza possiede era messa a dura prova nei riti di iniziazione, un buco nero, un concentrato di paura e di orrore, un’esplosione breve e poi, via! Era finita e, davvero giovane, avevi tutta la vita davanti, non eri già a metà strada, non ti eri perso nel bosco delle illusioni: gli occhi ti si erano definitivamente aperti e potevi affrontare l’esperienza della fine per tutto il tempo che speravi ti restasse. Avevi ancora energia, molta, data l’età fresca, ma sapevi come e dove indirizzarla, conoscevi i canali e i loro argini, sapevi dove fosse il mare. Niente più andava perduto se non quanto necessario.
Adesso, invece: divenuta insopportabile la separatezza per via della sua lunghissima durata, è stata sostituita da un simulacro di partecipazione attiva alle leggi del mondo, dalle leggi del mondo - quelle economiche innanzi tutto - mosso e governato come una marionetta, anzi, come un golem, dotato della sua stessa cieca forza spaventosa, ma sempre col biglietto in bocca. Gli adolescenti fanno, fanno, si muovono, si sbattono, obbedienti alle leggi di natura, credendo di sovvertire quelle della storia, occhiutamente rinforzati nell’illusione che questo sia divenuto possibile. E intanto il tempo del passaggio non passa mai, mai arriva la pasqua, mai la palingenesi, mentre attendi l’uscita e nel lungo corridoio che tras-corri si moltiplicano le allucinazioni di porte da aprire e angoli da svoltare.
E anche tutto questo stabile di-vertimento, come l’aurora dell’infanzia lo è per te, è divenuto un valore, ma questa volta addirittura sociale: il mondo lo cerca e lo vuole, lo esalta e lo osanna. Grande è la domanda di giovinezza adolescente, grande è il suo valore, spendibile e fruttante interesse. Moltiplicabile ovunque e comunque. Gli stessi fili d’erba possono crescere perennemente, il tempo si dirama in infinite direzioni tutte quante percorribili insieme da una stessa persona in un’unica vita, pugni e colpi d’ariete aprono squarci nelle tavole di pietra della legge del mondo.
L’adolescenza un’unica cosa non sa, non che è destinata comunque a finire, ma che è destinata a fallire. E quest’ignoranza quasi beata, vergine e indifferente all’esperienza, è il segno stesso del suo fallimento. Niente diviene mai giovane, tutto passa dall’adolescenza alla vecchiaia su una lunga passerella schermata. E’ così che nulla cambia pur sembrando sempre sul punto di.
E l’entropia del mondo riceve così - e come potrebbe essere altrimenti? - una nuova conferma che, però, non è più riconosciuta apertamente. Ma che importa? Il suo trionfo non può venir meno e, se anche non è più onorevolmente tributato, si trasforma in un’orribile vendetta, in una maschera ghignante, in uno tsunami annunciato e ignorato, in una vacanza senza ritorno.
Perchè, perchè tutto questo rimanere appesi sull’abisso inghiottente della possibile irregolarità del mondo? Perchè tutta questa illusione paralizzante e di cui il frutto va sempre altrove? Cosa ti rende in cambio questa scomodità di correre su un tapisroulant come fossero chilometri di strada aperta nel vento e sconosciuta?
Credo che sia la necessità di continuare a pensare che da qualche parte esista uno spazio dove poter sistemare la propria - soggettivamente sentita - irregolarità.
Non riconoscere in se stessi la regolarità del mondo, pensarsi come un’infinita potenzialità, non vedere il limite, l’effetto entropico, proiettare questa cecità fuori di sè è un modo fortunato e utile per fare marameo alla paura della morte. Negare la paura della morte è, nel pensiero magico dei fanciulli, negare la propria morte. Rimuoverla proprio, pure davanti all’evidenza della morte di chiunque.
Ci sarà pure qualcuno che non muore a questo mondo, no? Ci sarà pure un giorno, anche uno solo, in cui la pioggia cade all’insù. Qualcuno come me, qualcuno che va al contrario. Qualcuno che rompe con un pugno le tavole di pietra della legge del mondo. Ci dev’essere pure un varco spazio-temporale in questo muro della realtà. Un luogo dell’anti-regola, dell’a-regola, un luogo anarchico e tutto pieno, senza soluzione di continuità, senza discreto nè discrezione, un luogo ad altissima frequenza, di moto perpetuo. Un luogo per me.
Quanta rabbia, quanta rabbia che fa il non trovarlo. Sembra proprio che il mondo ce l’abbia con me. Che malignità, questo mondo, tutto impegnato a difendere il suo status e a rintuzzare le minacce argute di chi, anche solo con una risata, uno sguardo obliquo, una domanda mite, ingenua e semplice come una leva, un passo di danza a piedi nudi nel parco, una mutanda slabbrata, un pugnetto di terra gettato in aria, una parola nuova creata, mi pare, dal nulla, mostra la possibilità di sovvertimento, di sospensione, anzi, di fine delle regole. Un mondo vecchio e maligno, già, come quello del giardino nella favola di Oscar Wilde. Dovrà pure lui rabbonirsi e, al limite, sparire. E’ la vecchiaia che sparisce, non l’infanzia. Semmai legge ha da esserci dovrebbe essere quella creata dai bambini. Dai piccoli. Dagli apparentemente insignificanti. Dagli invisibili. E se i bambini non possono dare ordine ma solo desiderio, che il disordine sia! Non sarà certo peggio di quest’ordine entropico e tiranno. Anche il disordine ha la sua legge e la sua forma, pensi tu. Quello che pensi è l’ossimoro dell’ordine del disordine, è la forma dell’onnipotenza.
Non sei mica l’unica a crederlo, ad averla pensata. Lo scacco di questo pensiero ha una storia piuttosto lunga, ormai. Una storia antagonista, e perdente, perchè non ha mai imposto le sue condizioni, anche se molto è stato fatto perchè lo credesse. E gli effetti di questa illusione li ho detti, ancora una volta li ho indicati, questi effetti sotto gli occhi di tutti.
Davvero solo tu non ti arrendi all’evidenza. E il perchè non puoi farlo, anche quello ho indicato.
Ma come fa, come fa? chi non è dotato di questa illusoria perpetuità infantile e i limiti li vede lucidamente e negarli non può? Come fa chi non è affetto da onnipotenza allucinatoria (capacità visionaria, la chiami tu)?
Ho sentito stamattina che ne parlavano alla radio, a discorso iniziato bevevo il caffè e guardavo la luce del mare. Le parole di Jonathan Franzen lette da non so chi parlavano di David Foster Wallace. Del suo dolore. Lo sai in parte come mi sento, adesso. Parole rivelatrici, sono state, davvero compassionevoli. Così mi sono sentita anch’io vicina vicina al buco nero del mondo. Con paura, eppure confortata. Mi sono sempre sentita respinta da DFW, dal suo sguardo terribilmente smisurato, o forse, piuttosto, ora capisco, da quello che gli si muoveva attorno. E’ proprio da questo che si è sentito respinto lui pure, ho compreso stamani.
Perchè è proprio una beffa infinita e, perciò, alla lunga insostenibile per la nostra umana finitezza, quella di essere apparentemente riconosciuti dal mondo. Umanamente riconosciuti e, quindi, riconosciuti imperfettamente, travisati, fraintesi, non compresi. Che altro può darti il mondo oltre al successo, alla fama, al denaro, persino all’amicizia, all’amore, persino alla bellezza, persino alla grandezza, che altro può darti se, umano com’è, se umano come sei, non può sottrarre il dolore? Se può solo coprirlo, ma con una coperta così corta che lascia sempre comunque scoperta una parte sensibile e sofferente, esposta, incurabilmente ferita? E come puoi per sempre non sentirla quella ferita, come puoi non continuare a urlare? E come puoi, soprattutto, sopportare alla lunga che al tuo urlo venga risposto non col silenzio o lo sberleffo - quello sì, forse, ti darebbe una rabbiosa speranza, manterrebbe flebile l’aspettativa di udire una voce, un amico - ma con un fragoroso battimani? Bene! Bravo! Eccezionale! Bellissimo! Sono forse risposte da dare a chi eccede l’orrore? A chi comprende e sperimenta e conferma che la forma è quella di un ordine ignaro e illusorio e sciocco oppure non è?
NON HAI CAPITO 1
Non sono parole a cui rispondere. Mi sono trovata tutto insieme sul telefono, a casa di mia madre, rifugiata in bagno in una delle poche pause di una due giorni con tutti i bambini che è stata una vera guerra.
Vedo dunque continuamente: bambini piccoli di tutte le età e esigenze. Una madre anziana. Una sorella piccola, sola, con una figlia, che vive in due posti. Un fratello, separato con tre figli. Un marito silenzioso, tranne che intorno al suo lavoro e a nostro figlio, la cui vicinanza mi scalda proprio perchè sostanzialmente silenziosa. e infine: un figlio diverso da me, come i figli devono essere, nato per una specie di miracolo, in mezzo a un casino che non ti sto manco a raccontare. Ho visto molti morti e avuto molti fallimenti. Ma fallimenti grossi. Non ho più il mio lavoro e non è stata colpa mia, ma me ne sono addossata tutta la colpa, per debolezza. Ho avuto e continuo ad avere sogni grandi, ma non sono un'ottimista. Posso dire che non sono io l'amica della lettera? non sono io.Oggi ho caricato un video stupido, una frattaglia. Gioco con le frattaglie con le canzoni coi sentimenti, con la sentimentalità. Forse "gioco" non è la parola più adatta: sarebbe meglio dire che ci credo, a queste cose. Originariamente il video (diciamo così, non è un video) si chiamava Autostrade italiane, poi l'ho chiamato Postproduction As Compassionate Work. Ho preso una foto che mi ha fatto nic durante il viaggio di ritorno - ti ricordi? - da genova, da torino, da roma, da quel viaggio lunghissimo fatto in occasione della fiera di genova. Quella notte rimanemmo quasi sepolti dalla neve, vicino a Vallata, così come stava per rimanerci fabio l'altro giorno sull'autostrada sua. Quando hai pubblicato quella lettera di protesta alle Autostrade, ho pensato a cosa successe a noi quella notte, in quel viaggio di ritorno. C'era buio. Le persone camminavano nei pressi delle loro macchine, qualche faro acceso, un silenzio ovattato. Fermi per delle ore, mangiavamo cioccolata, e io gli raccontavo, a nicola, tutta la storia di com'è andata la mia vita, gli amori ma non solo, che quelli sono sempre andati intrecciati al resto, ai fallimenti, ai furori, alle distruzioni. E ho iniziato a piangere, a piangere. Io, con un ragazzo così giovane, di quelli che dici tu, di quelli che saranno ragazzi ancora per un tempo infinito, singhiozzavo proprio, mi arrabbiavo, battevo i pugni sul cruscotto, mi abbattevo sul cruscotto, in quel silenzio fuori senza fine - sembrava quel film dei fratelli coen. Poi naturalmente tutto è ripartito, perché io sono una che riparte. Anche nicola se n'è andato alla fine, perché era pericoloso starmi accanto, più per lui credo che per me. Allora quel video che ho messo nel blog non è un video, è una semplice fotografia.
Quindi la compassione era per me, prima di tutto. Per me ieri, appena ieri, abbastanza ieri da avere i capelli corti. Per me che parlavo al telefono in una macchina che siamo riusciti a farci rubare anche quella. Accovacciata con quelle gambe divaricate, vestita come una ragazza, fotografata di nascosto, con la sigaretta nella mano in un modo che ho in tutte le fotografie da quando avevo quindici anni. Mi sono detta: quel viaggio è stato quando hai cominciato a invecchiare. Quando finisce di cantare, mi sembra che lui (l'oasis, non so più quale dei due) dica "demakeup!". O almeno così capisco io, magari dirà wake up. E così come lo capisco, anche se non lo capisco, mi fa piangere, mi commuovo per me, perché ogni tanto mi chiedo se faccio troppo teatro, se sono falsa, se sono troppo truccata, anche se come sai non lo sono mai. Se mi trucco troppo quando mi presento agli altri, se sono "la Diva", come una volta provai a dire di me, insultandomi da sola. Ma poi no, mi consolo dicendomi che forse sono gli altri a considerarmi così, perchè altrimenti dovrebbero paralizzarsi: applaudono (sempre più raramente) semplicemente per sottrarsi alla paralisi. A quella paralisi di cui io sto raccontando semplicemente alcuni effetti, che a e sembrano evidenti ma evidentemente tanto evidenti non sono, se ogni volta sembra lo svelamento del graal.
NON HAI CAPITO 2
So bene che morirò, ho visto molti morti. Quando sono morte persone che amavo, quello che ho detto è stato: non c'è più. Quando ho messo, quell'estate, quelle carcasse di cicale e non so cos'altro, tu ti sei spaventata, ma a me quell'immagine non fa paura. Non perché neghi la morte, ma perché la vedo per quello che è: un rinsecchimento, uno sbriciolamento. La mia sola religiosità sta nel fatto di tenere per certo che questo abbia un senso, una sua dura utilità. E' per questo che non parlo ma della morte: perché la morte è. E' senza dubbio, e semplicemente, in qualche modo è un'idea che mi dà anche consolazione. La morte non mi fa paura non perché pensi che non sia una vera morte, ma perché penso che sia una sorta di riposo, e che il passaggio di chiunque serva... serva al campo! Nel mio lavoro (nel mio ormai ex-lavoro) ho visto tutte le forme di deterioramento, fino alle demolizioni, andare insieme all'edificazione, al cambiamento, è stata una cosa importante, per me persone bestie e cose non sono tanto diverse.
NON HAI CAPITO 3
ma tu che dici che sai solo leggere, perché non mi leggi?
certe volte penso che tu non faccia una vera lettura, di quello che cerco di mostrare. A dirla tutta, ti rifiuti proprio: certe volte mi sembra di allestire, per te, solo dei giganteschi punching ball. Certe volte mi sembra che: più è lo sforzo che ci metto, fisico concettuale e amoroso, più mi griderai addosso l'inutilità di tutto questo - anzi peggio: mi accuserai di teppismo intellettuale.
Io ti parlo di arte (parliamo a spanne va') e tu mi parli di politica. Di biopolitica condivisa, anzi, aiuta a dire: basta che ci siano due persone di cui una ha un'idea di trascendenza e l'altra la neghi, per rendere il tuo progetto non solo irrealizzabile, ma neanche pensabile. Io non mi ci metto di certo a convincerti, mi sembra stupido oltre che illegittimo pretendere di negare le convinzioni degli altri, ma perché devi farlo tu con me?
E infine: una volta che avrai trascinato tutti sull'orlo di questa tua speciale disperazione, cosa pensi di fare, concretamente? per gli altri, per te, per gli altri e di nuovo per te? "farmi invadere dalla scemenza, dalle forme sceme del mondo", mi dicevi l'altro giorno. Io le cose davvero sceme non le prendo nemmeno in considerazione, ma stai sicura che non è che quello che sta fuori dal tuo rigoroso orizzonte concettuale sia sempre "scemo": a volte è semplicemente un'altra cosa, è quell'altra cosa...
Sono molto incazzata sì. Tu sai benissimo che non ho voglia di essere trascinata in questi discorsi che mi trascini a fare, in questo senso preciso:
non voglio che qualcuno mi fermi la mano mentre sto dipingendo o sto suonando, mi ordini di sedermi e mi chieda di rispondergli, e in fretta pure, sul senso di quello che sto facendo. Semplicemente perché in quel momento... non so cosa dirgli, non devo dirgli nulla! Eppure, come vedi, mi ci metto, accidenti a te. E mi chiedo se provi piacere a vedermelo fare in modo così goffo, a portarmi fuori dal mio criterio (perché è un criterio quello che sto applicando, un criterio e una regola - la vedi la fatica no? la vedi?)
IO NON LO SO, cosa risponderti. Io posso solo provare ad aiutarti, te l'ho detto, o almeno farti da spalla se devi piangere (almeno quando non sto peggio di te), ma non sono una tua allieva e ho praticamente la tua stessa età.
Sì lo so questa è proprio la cosa che non ti si può dire. E infatti te la dico.
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NON HAI CAPITO 4
che valore ha invece, chiedo invece io, mostrare in pubblico la differenza irriducibile fra i nostri due modi di invecchiare?
e quindi sì, parliamo d'amore. A me non sembra tanto più sconveniente di questo discorso che stiamo a fare qui, questo schieramento di ragionamenti impettiti, come se si trattasse di aver ragione o di vincere una guerra. Io non sono un esercito e neanche tu grazie a dio, siamo due donne di cinquantanni, quindi 'infantile' stocazzo, stiamo affrontando una questione millenaria, si vive si invecchia si muore e con quale senso, per quale potere si lotta, di quale grazia ci si illumina.
A che ci serve fare questo teatro dello scontro, o una lotta fra titani se preferisci? Tanto lo sanno tutti che due donne più diverse di me e di te non se ne possono trovare, così legate per giunta, e che ognuna di noi indica con convinzione una strada differente, e che per tutt'e due si prevede alla fine una specie di schianto, dato il dispendio di energie protratto. E allora, invece di inscenare per l'ennesima volta tutta st'ammuìna dialettica, che poi uno pensa che sia il dibattito del giorno, perché non ci ricomponiamo un poco? (cioè non pensare tanto al pugno del bruto che reagisce a sorpresa, pensa invece all'allargarsi del sorriso di quell'altro, di quello che riceve: con tutto il naso che gli sanguina, sorride perché RICONOSCE IL GESTO, non è straordinario?)
NON HAI CAPITO 5
Se ti avessi qui davanti ti darei uno schiaffone ho pensato ieri - sul serio! e poi va bene, senza scherzi, ho pensato; come ci farebbe bene stare insieme fisicamente un po' di più, ti ricordi che l'hai detto anche tu a milano? ci farebbe bene.
Che poi mi fa ridere, che tu debba fare la razionale e la "mentale" e io l'esplosione inconsulta di fisicità, quando basta vederci camminare in mezzo alla strada per vedere le due figure invertite: io con la testa e quasi perfino le gambe tra le nuvole, e tu coi piedi radicati per terra come una quercia, il culo bilanciato, il braccio da spada.
Dicevo, quegli articoli su D che mi hai fatto leggere. La micropolitica. Massì, va bene, c'è anche qualcosa di mio lì dentro, ma non ho più la leggerezza l'ottimismo di questo qui. L'articolo che invece mi ha preso di più invece è quello sull'artista, Michael Landy, pagina 154. Articolo che probabilmente avrai saltato a pié pari, quello sì che mi rappresenta. Quella è una forma di "arte" che non è esibizione è anche dolore, non è solo ossessione o mania di grandezza è anche stupore, e in qualche misura umiltà. E non è un fare-fare-fare. Io non faccio-faccio-faccio per scampare all'orrore e tu lo sai. Lo sai. Non puoi non saperlo, è solo che non riesci a vedere che cos'è. E quell'altra cosa che ti dicevo. E' una forma di felicità, la calma e l'ostinazione del costruire del provare a realizzare, non un risposta alla paura.
AD LIBITUM
