La maison des morts
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Disposta sui quattro lati, la casa dei morti
inquadrava il cimitero come un chiostro
e nelle sue vetrine
simili a quelle dei negozi di abbigliamento
i manichini non sorridevano, ma avevano i volti fissi
in un'eterna smorfia di orrore
Arrivato a Monaco da quindici venti giorni
entrai per caso in quel cimitero quasi deserto
(non ci ero mai entrato), m’impressionai
fino a battere i denti per la paura
al cospetto di tutta quella borghesia
ben esposta e vestita elegante
che attendeva la sepoltura
All’improvviso
veloci come un guizzo della memoria
gli occhi gli si riaccesero a tutti quanti
di cristallino in cristallino
il cielo si affollò di un’apocalisse
vivace
e la terra infinitamente piatta
praticamente come prima di Galileo
pullulò all’improvviso di mitologie immobili
un angelo di diamante sbriciolò tutte le vetrine
e i morti mi avvicinarono
Che facce dell’altro mondo!
ma i loro volti e le espressioni
mi parvero ben presto meno funerei
e cielo e terra persero
quell’aspetto fantasmagorico
i morti si rallegravano
di riconoscere i loro corpi trapassati fra se stessi e la luce
ridevano della loro propria ombra e l’osservavano
come se veramente
fosse stata, quell’ombra, la loro vita passata
Allora li contai
quarantanove in tutto
fra donne uomini e bambini
che s’imbellivano a vista d’occhio
e mi guardavano a questo punto
con tanta cordialità
con tanta tenerezza direi perfino
che provai un senso d’amicizia per loro
e così, senza pensarci
li invitai a fare una passeggiata
lontano dal porticato della loro funerea casa
E così tutti a braccetto
e canticchiando canzoncine militari
e massì tutti perdonati i vostri peccati si capisce
lasciammo il cimitero.
Attraversammo la città
incontrando continuamente
parenti amici vivi e morti che si univano
al drappello dei morti recentissimi.
Erano tutti così contenti
affascinanti e ben tenuti
che bisognava proprio avere uno sguardo acuto
per distinguere chi era vivo da chi era morto.
Poi una volta in campagna
ci sparpagliammo
due cavalieri si unirono alla combriccola
e tutti che gli facevano le feste
raccolsero del legno di viburno
e di sambuco
per intagliare dei fischietti
che furono distribuiti ai bambini
Più tardi durante un ballo campestre
le coppie, con le mani sulle spalle
danzarono al suono asprigno delle cetre
Non si erano scordati come si faceva a ballare
quei morti e quelle morte
e si beveva un sacco, tutti quanti
e ogni tanto una campana
annunciava che un’altra botte
stava per essere spillata
Una morta seduta sulla panchina
nei pressi di un cespuglio di biancospino
lasciava che uno studente
inginocchiato ai suoi piedi
le parlasse di fidanzamento
Io vi aspetterò
dieci anni vent’anni se necessario
la vostra volontà sarà la mia volontà
Vi aspetterò
tutta la vostra vita
rispondeva la morta
Bambini
di questo o dell’altro mondo
cantavano filastrocche
dalle parole assurde e liriche
che senza dubbio erano i resti
dei più antichi monumenti poetici
dell’umanità
Lo studente infilò un anello
all’anulare della giovane morta
ecco il pegno del mio amore
del nostro fidanzamento
né il tempo né l’assenza
ci faranno dimenticare questa promessa
e un bel giorno faremo un gran bel matrimonio
ciuffi di mirto in testa
e sui vestiti
un bel sermone in chiesa
lunghi discorsi ai brindisi
e della musica.
Della musica, oh sì
I nostri figli
disse la fidanzata
saranno belli più belli ancora
(ahimé! l’anello era spezzato)
che se fossero d’oro e argento
o di smeraldo o di diamante
più luminosi, ancora e ancora
degli astri del firmamento
e della luce dell’aurora
e dei tuoi sguardi, mio fidanzato
più profumati, ancora e ancora
(ahimé, l’anello era spezzato)
del lillà appena sbocciato
del timo e della rosa o di un rametto
di rosmarino, o di un sacchetto di lavanda
I musicanti se ne andarono
e continuammo la passeggiata
Trovammo barche, in una baia
attraccate
le sciogliemmo, non appena
tutta la truppa si fu imbarcata
e alcuni morti si misero a remare
con altrettanto vigore, bisogna dire, dei vivi
Alla prua del battello che governavo
un morto parlottava con una giovane donna
vestita con un abito giallo
con un corsetto nero
con nastri azzurri e con un cappello grigio
ornato con una sola piccola piuma arruffata
vi amo, diceva
come il piccione ama la colomba
come l’insetto notturno
ama la luce
Troppo tardi, rispondeva la viva
respingete, respingete quest’amore proibito
sono sposata, guardate
quest’anello che brilla
queste mani che tremano
piango e vorrei morire
Le barche intanto erano arrivate
in un posto dove dicevano i cavalieri
che un’eco, dalla riva, rispondeva alle domande
e nessuno si stancava di interrogarla
e ci furono domande talmente stravaganti
e risposte talmente come si deve
che ti veniva veramente da ridere.
E il morto diceva (alla viva):
saremmo così felici insieme
su di noi l’acqua si richiuderà
ma voi piangete, le vostre mani tremano
nessuno di noi, alla fine, ritornerà
Sbarcammo infine e fu davvero il ritorno
gli innamorati si amavano tra di loro
e a due a due, appassionatamente
camminavano, a distanze ineguali.
I morti avevano scelto le vive
ed i vivi, le morte
un ginepro, certe volte
faceva l’effetto di un fantasma
i bambini stracciavano l’aria
soffiando a guance cave
nei fischietti di viburno
o di sambuco
mentre i militari
cantavano canti tirolesi
rispondendosi, hoho, come si fa in montagna
Una volta in città
il drappello si ridusse a poco a poco
ci si diceva
arrivederci
a domani
a presto
parecchi s’infilarono dentro ai bar
qualcuno ci salutò
davanti a una macelleria canina
per fare in fretta la spesa per la cena
E presto restai solo con quei morti
che se ne andavano dritto dritto
al cimitero
dove
sotto i portici
li rividi, più tardi
coricati
immobili
ben vestiti
ad aspettare la sepoltura nelle vetrine
Non avevano proprio idea
di tutto ciò che era capitato
ma i vivi sì, i vivi si ricordavano:
una fortuna insperata
e così certa
che non l’avrebbero mai persa
E vissero così nobilmente poi
che quelli che il giorno prima
li guardavano come fossero uguali a loro
(o magari qualcosa in meno)
li ammiravano ora
per la potenza per la ricchezza per il genio
perché niente vi può elevare
come l’aver amato un morto, o una morta
si diventa così puri che si arriva
fino ai ghiacciai della memoria
a confondersi col ricordo
e si è fortificati per la vita
e non si ha più bisogno di nessuno
