La maison des morts

 

http://www.toutelapoesie.com/poemes/apollinaire/la_maison_des_morts.htm

 

Disposta sui quattro lati, la casa dei morti

inquadrava il cimitero come un chiostro

e nelle sue vetrine

simili a quelle dei negozi di abbigliamento

i manichini non sorridevano, ma avevano i volti fissi

in un'eterna smorfia di orrore

 

Arrivato a Monaco da quindici venti giorni

entrai per caso in quel cimitero quasi deserto

(non ci ero mai entrato), m’impressionai

fino a battere i denti per la paura

al cospetto di tutta quella borghesia

ben esposta e vestita elegante

che attendeva la sepoltura

 

All’improvviso

veloci come un guizzo della memoria

gli occhi gli si riaccesero a tutti quanti

di cristallino in cristallino

il cielo si affollò di un’apocalisse

vivace

e la terra infinitamente piatta

praticamente come prima di Galileo

pullulò all’improvviso di mitologie immobili

un angelo di diamante sbriciolò tutte le vetrine

e i morti mi avvicinarono

 

Che facce dell’altro mondo!

ma i loro volti e le espressioni

mi parvero ben presto meno funerei

e cielo e terra persero

quell’aspetto fantasmagorico

i morti si rallegravano

di riconoscere i loro corpi trapassati fra se stessi e la luce

ridevano della loro propria ombra e l’osservavano

come se veramente

fosse stata, quell’ombra, la loro vita passata

 

Allora li contai

quarantanove in tutto

fra donne uomini e bambini

che s’imbellivano a vista d’occhio

e mi guardavano a questo punto

con tanta cordialità

con tanta tenerezza direi perfino

che provai un senso d’amicizia per loro

e così, senza pensarci

li invitai a fare una passeggiata

lontano dal porticato della loro funerea casa

 

E così tutti a braccetto

e canticchiando canzoncine militari

e massì tutti perdonati i vostri peccati si capisce

lasciammo il cimitero.

 

Attraversammo la città

incontrando continuamente

parenti amici vivi e morti che si univano

al drappello dei morti recentissimi.

Erano tutti così contenti

affascinanti e ben tenuti

che bisognava proprio avere uno sguardo acuto

per distinguere chi era vivo da chi era morto.

 

Poi una volta in campagna

ci sparpagliammo

due cavalieri si unirono alla combriccola

e tutti che gli facevano le feste

raccolsero del legno di viburno

e di sambuco

per intagliare dei fischietti

che furono distribuiti ai bambini

 

Più tardi durante un ballo campestre

le coppie, con le mani sulle spalle

danzarono al suono asprigno delle cetre

 

Non si erano scordati come si faceva a ballare

quei morti e quelle morte

e si beveva un sacco, tutti quanti

e ogni tanto una campana

annunciava che un’altra botte

stava per essere spillata

 

Una morta seduta sulla panchina

nei pressi di un cespuglio di biancospino

lasciava che uno studente

inginocchiato ai suoi piedi

le parlasse di fidanzamento

 

Io vi aspetterò

dieci anni vent’anni se necessario

la vostra volontà sarà la mia volontà

 

Vi aspetterò

tutta la vostra vita

rispondeva la morta

 

Bambini

di questo o dell’altro mondo

cantavano filastrocche

dalle parole assurde e liriche

che senza dubbio erano i resti

dei più antichi monumenti poetici

dell’umanità

 

Lo studente infilò un anello

all’anulare della giovane morta

ecco il pegno del mio amore

del nostro fidanzamento

né il tempo né l’assenza

ci faranno dimenticare questa promessa

e un bel giorno faremo un gran bel matrimonio

ciuffi di mirto in testa

e sui vestiti

un bel sermone in chiesa

lunghi discorsi ai brindisi

e della musica.

Della musica, oh sì

 

I nostri figli

disse la fidanzata

saranno belli più belli ancora

(ahimé! l’anello era spezzato)

che se fossero d’oro e argento

o di smeraldo o di diamante

più luminosi, ancora e ancora

degli astri del firmamento

e della luce dell’aurora

e dei tuoi sguardi, mio fidanzato

più profumati, ancora e ancora

(ahimé, l’anello era spezzato)

del lillà appena sbocciato

del timo e della rosa o di un rametto

di rosmarino, o di un sacchetto di lavanda

 

I musicanti se ne andarono

e continuammo la passeggiata

 

Trovammo barche, in una baia

attraccate

le sciogliemmo, non appena

tutta la truppa si fu imbarcata

e alcuni morti si misero a remare

con altrettanto vigore, bisogna dire, dei vivi

 

Alla prua del battello che governavo

un morto parlottava con una giovane donna

vestita con un abito giallo

con un corsetto nero

con nastri azzurri e con un cappello grigio

ornato con una sola piccola piuma arruffata

vi amo, diceva

come il piccione ama la colomba

come l’insetto notturno

ama la luce

 

Troppo tardi, rispondeva la viva

respingete, respingete quest’amore proibito

sono sposata, guardate

quest’anello che brilla

queste mani che tremano

piango e vorrei morire

 

Le barche intanto erano arrivate

in un posto dove dicevano i cavalieri

che un’eco, dalla riva, rispondeva alle domande

e nessuno si stancava di interrogarla

e ci furono domande talmente stravaganti

e risposte talmente come si deve

che ti veniva veramente da ridere.

E il morto diceva (alla viva):

 

saremmo così felici insieme

su di noi l’acqua si richiuderà

ma voi piangete, le vostre mani tremano

nessuno di noi, alla fine, ritornerà

 

Sbarcammo infine e fu davvero il ritorno

gli innamorati si amavano tra di loro

e a due a due, appassionatamente

camminavano, a distanze ineguali.

I morti avevano scelto le vive

ed i vivi, le morte

un ginepro, certe volte

faceva l’effetto di un fantasma

i bambini stracciavano l’aria

soffiando a guance cave

nei fischietti di viburno

o di sambuco

 

mentre i militari

cantavano canti tirolesi

rispondendosi, hoho, come si fa in montagna

 

Una volta in città

il drappello si ridusse a poco a poco

ci si diceva

arrivederci

a domani

a presto

parecchi s’infilarono dentro ai bar

qualcuno ci salutò

davanti a una macelleria canina

per fare in fretta la spesa per la cena

 

E presto restai solo con quei morti

che se ne andavano dritto dritto

al cimitero

dove

sotto i portici

li rividi, più tardi

coricati

immobili

ben vestiti

ad aspettare la sepoltura nelle vetrine

 

Non avevano proprio idea

di tutto ciò che era capitato

ma i vivi sì, i vivi si ricordavano:

una fortuna insperata

e così certa

che non l’avrebbero mai persa

 

E vissero così nobilmente poi

che quelli che il giorno prima

li guardavano come fossero uguali a loro

(o magari qualcosa in meno)

li ammiravano ora

per la potenza per la ricchezza per il genio

perché niente vi può elevare

come l’aver amato un morto, o una morta

si diventa così puri che si arriva

fino ai ghiacciai della memoria

a confondersi col ricordo

e si è fortificati per la vita

e non si ha più bisogno di nessuno