La nascita di Untitl.Ed - capitolo I

 

A proposito di un proposito...

13 settembre 2004

 

 

(…leggete prima qui).
(E adesso la promessa spiegazione. Sarò necessariamente sommaria e confusionaria)

Anch’io credo che quella di tenere un blog sia un’attività di tipo editoriale, ma a questo punto credo si debba andare un poco più a fondo. Chiunque abbia mai raccolto i propri scritti secondo un qualche criterio, tenuto un diario ordinatamente per sé, organizzato e messo in mostra le proprie creazioni per se stesso o per altri (e sottolineo che accostare queste due destinazioni come se fossero equivalenti o intercambiabili non mi turba minimamente) sa di aver fatto, secondo me, un lavoro editoriale – sia pure di primo livello. Aggiungo che per me il “lavoro editoriale” è sempre stato talmente mescolato con la scrittura da non essere mai riuscita a rintracciare un vero e proprio confine fra questa e quello (ma questa cosa la sapete: di “libro”, così come lo intendo io, ho cercato di parlare spesso e a lungo in passato, proprio in questo blog).
Da alcuni giorni vado facendo un ragionamento. Il punto di partenza è stato questo: il blog “funziona” proprio come una collana editoriale, ma è composto di frammenti. Se una persona si mette a scrivere in un blog, rischia ogni giorno di prendere le misure di una poetica del frammento. Poetica che io amo, sia ben chiaro, ma che amo meno quando mi accorgo che essa costituisce un limite invalicabile all’espandersi naturale di certi oggetti, o di certi temi. C’è un limite di spazio per qualsiasi post, c’è un limite di sopportazione per qualsiasi tema, e un indefinito aggiornarsi dello stesso post alla lunga può diventare insostenibile, perché va a scontrarsi con la misura frammentaria del tipo di ascolto proprio dei blog, tarato appunto sul frammento.
Ma naturalmente (passo due): non esistono solo i blog, ci sono anche i libri, che a dire di tutti (per comodità, per costo e per “affettuosità dell’oggetto”) non sono ancora stati soppiantati dagli e-books. Ora, chiunque potrebbe finalmente obbiettare: bene, se quello che devi raccontare in un blog non ci sta dentro tutto intero, forse sarebbe ora che ti mettessi a scrivere un libro.
Decido a questo punto di saltare a pié pari tutti i discorsi riguardo ai come, ai se e ai ma relativi a una pubblicazione di tipo libresco. Diciamo che se uno vuole davvero pubblicare un libro, e se il libro è appena decente, un modo lo trova. Sì, diciamo così per comodità, facciamone un assunto e buonanotte. Mi chiedo: assodato che si può fare, chi di noi sarebbe veramente contento, di passare dalla grande libertà e dalla grande generosità di un blog alla (scusate la parola estrema) micragnosità di un proprio libretto stampato? Quantunque ben recensito, quantunque qua è là acquistato, quantunque ben fatto, premiato, e chi più ne ha più ne metta?
IO DICO NESSUNO. Nessuno che ami davvero queste forme di scrittura per quello che sono, nessuno che non consideri questa scrittura (fatta di perpetuo aggiungere e confrontare, vitale e priva di “cornice”) come un succedaneo (o un accessorio, o un veicolo pubblicitario) rispetto a più regolari e tradizionali pubblicazioni cartacee.
Tralasciamo pure – ma solo per il momento - il nodo (per certi aspetti importantissimo) della gratuità della scrittura dei blog (parlo dei post e dei commenti, ma anche di certe discussioni a margine di articoli pubblicati riviste virtuali, di raccolte, di inventari e concorsi, e anche perché no di certe scritture smaglianti nate per i forum – insomma di tutta questa buona e a volte geniale scrittura dilapidata). Lo tralasciamo tenendo per buono (e perché non dovremmo? a quanto ne so funziona proprio così..) ciò che rese pubblico Mozzi un giorno, e cioè l’esatto utile ricavato da ciascuna delle sue pubblicazioni - un utile per il quale sicuramente nessuno di noi smanierebbe più di tanto. Quali sono le altre caratteristiche superficiali che distinguono un libro da un buon blog? Io dico: una bella copertina, un editore, un’ISBN, il tuo nome scritto a chiare lettere sul titolo, un risvolto, una buona carta e un’accurata stampa, una presentazione, e una certa mole di pagine.
Bene. Decido di tenere: un editore UNTITLED, un TITOLO DEL LIBRO (ma solo sul dorso), una copertina SENZA ILLUSTRAZIONE E SENZA NOME DELL’AUTORE (cioè nuda, solo bianca o nera), la carta, l’accurata stampa, l’ISBN, e la mole di pagine.
Rimane ciò che abbiamo in un primo momento tralasciato, e cioè il prezzo.
Secondo me, anche strani libri cosiffatti dovrebbero averlo, un prezzo.
Secondo me, l’autore dovrebbe percepire dei soldi per quello che ha scritto.
Secondo me, l’editore dovrebbe assumere su di sé alcuni consistenti rischi economici, come una volta era sempre (adesso molto meno).
Secondo me, insomma, questi libri potrebbero essere venduti e comprati.
Allora: io, che sono Untitled, potrei decidere di fare l’editore di alcuni autori, purché questi autori accettino di condividere con me lo status di Untitled.
Non pretendo che questi libri siano completamente anonimi: dico solo che intorno al nome dell’autore potrebbe (per scelta editoriale) non essere sprecata neppure una parola. Non una presentazione se non collettiva. Non una pubblicità se non collettiva. Non pretendo che dell’editore non si possa dir nulla: l’editore sarebbe legalmente una persona fisica (cioè io), ma la Casa Editrice sarebbe il mio blog – proprio questo dove vi trovate, l’unico blog Untitled della blogosfera. Riserverei per me (come tutti gli editori: a sconto del rischio economico preso su di me) soltanto la completa libertà di scelta degli autori e dei testi.
Insomma: l’ipotesi che mi sta frullando nel cervello sarebbe quella di costruire una collana di libri allo stesso modo in cui viene costruito un blog. QUESTO blog, nella fattispecie. Con lo stesso criterio, con la stessa libertà. E questa casa editrice non pubblicherebbe necessariamente romanzi o racconti, ma essenzialmente COSE PIU’ LUNGHE E PIU’ COMPLESSE DI UN POST. La lunga osservazione di una carruba da porco (o a scelta una recensione). 24 ruote sottili. Un inventario. Un resoconto. Una lettera lunghissima. 10 didascalie di foto. E perché no anche narrazioni, ma come si dice, preferibilmente non-fiction. Insomma tutto quello che piace a me e a molti di noi, e che è facilissimo trovare nei blog (in formato ridotto) ma meno, molto meno, in un libro - cioè in formato esteso (ragion per cui moltissime persone che conosco hanno scritture splendide ma non rientrano, neanche a spingercele di forza, in nessuna linea editoriale).
Sì insomma, una specie di bengodi. A un patto: niente nome dell’autore (né figurine di sorta) sulla copertina, solo in calce al testo (eventualmente, ma non è neanche detto…). E la vostra bella faccia a ogni cena di festeggiamento per l’ultima uscita, o tutti insieme in cartellone ma senza precisare troppo chi ha scritto cosa.
Bene sono pronta: sparate pure, a favore o contro – purché appassionatamente. Non voglio sentire una parola riguardo all’inattuabilità di questa cosa. Che per me è perfettibile solo in relazione alla qualità dei desideri di ciascuno – e mi rivolgo a ogni ipotetico scrittore e a ogni ipotetico lettore dell'ipotetica Collana Untitled, ben sapendo che i due (scrittore e lettore) vivono generalmente appaiati, almeno da queste parti, all’interno di una medesima persona.

 

posto che io sia un ipotetico scrittore, ci sto. Io ho a casa un'edizione degli anni '40, mi sembra proprio quella originale, delle liriche di rilke tradotte da Giaime Pintor. Apparteneva ad una vecchia maestra, che fatto rilegare la vecchia, lisa e da buttare, copertina con una sovracoperta marrone, sai il colore degli scatoloni da imballaggio. Quando presi in mano il libro solo alla fine c'era scritto chi era l'autore delle traduzioni. Pensai, che cosa strana posticipare l'autore, per mettere in primo piano l'opera. Tu vuoi fare qualcosa del genere. E soprattutto creare un gruppo. Un'idea di libri, un'idea di narrazione. Possiamo dire che in questo momento quello che ti interessa non è chi scrive quelle pagine, se io, palmasco, gino tasca, solo.in.linea, caterina, o tu, ma che queste pagine abbiano una precisa idea di scrittura. (certo che questo significherebbe, per un io ipertrofico come il mio, rinunciare alla propria identità. Ma è talmente bello il tuo progetto, che mi faccio untitled anche io...) d.
postato da demetrio il 13/09/2004 20:28

"E perché no anche narrazioni, ma come si dice, preferibilmente non-fiction." Notevole: è la prima volta che vedo formulato con la stessa precisione di una fucilata, che cosa NON ci debba stare in un blog: la narrazione. Segue serie di domande una più scandalosa dell'altra: che cos'è la narrazione NON-fiction? Mica vorrai dire che la narrazione NON-fiction, si distingue da quella "fiction" per i contenuti, spero? E allora, quali sono i criteri per distinguerle? La presenza dell' "io" narrante? Il tempo presente (il vostro famoso e fottutissimo "immediato"?)? Cosa. E qual è la colpa originale che rende la "fiction" (ma perché cazzo e cristosanto e parbleu devo usara 'sta parola se in italiano esiste "finzione"?) inaccettabile in questa Nuova Terra dei Padri Pellegrini? Eh? Perché "finge", appunto? E' questa la sua colpa? Maledetti, allora,gli anglosassoni che ci hanno impestato con questa parola contrapposta a chissà cosa nelle loro reti di riferimento. Esiste solo la scrittura/narrazione che non accetta che la purezza del proprio atto e il resto e fuffa e non dico noia se no mi spunta il ghigno spermatico di Califano e io sono una personcina per bene.
postato da gino tasca il 13/09/2004 20:48

A sproposito di uno sproposito. Così, per associazione libera dico: "Sono fortemente contrario" (per prima cosa perché sono sostenitore di forme brevi e brevissime di scrittura) ma mi occorre circa una settimana di tempo per articolare questa insofferenza condensata ed epidermica. Ne riparliamo. Va bene?
postato da Matteo il 13/09/2004 22:57

Non so immaginare questi testi che dici come degli oggetti, untitled; e ho bisogno, invece che lo siano... la materia, il materiale, ecco, sarà banale, ma ho idea che così come li descrivi questi oggetti d'edizione siano troppo fluidi. Mi spaventa un po'.
postato da Misery il 14/09/2004 01:08

Mi piace l'idea, mi piace davvero. Spezzo una lancia a favore dell'anonimato totale. Dal sine link al sine nomine il passo è breve.
postato da Fainberg il 14/09/2004 01:28

quando lessi il racconto del circo pensai adesso Panna vola da sola. Si alontana. E restai ammirata guardandoti volare. Era bello. Dopo mi disse. E se si perdi? Ma sarano i miei paure di perdere cose.
postato da Llu il 14/09/2004 01:44

Mi stamperò queste prime reazioni e le affiggerò nella bacheca del (già polveroso) ufficio :) Alla rinfusa: Misery, il "materiale" sarà nobilissimo; Fainberg: anche l'anonimato va disegnato, nel senso di accuratamente progettato, secondo me; Llu: io perdo tutto e ritrovo tutto sempre; Teo: lo sapevo (ma non si sa mai..); Gino: i testi li commissionerò io, non si accettano proposte di pubblicazione (almeno per ora), fìdati; demetrio (sei sempre il più "letterario" di tutti, che iddio ti conservi): anch'io ho ereditato libri di quel genere - e grazie per il sacrificio.
postato da untitled io il 14/09/2004 09:48

Amo essere prevedibile.... a presto
postato da M. il 14/09/2004 10:17

Penso che questo post sia da incorniciare. Lo salverò e lo rileggerò ogni volta che avrò bisogno di ricapitolare tutto il peggio dell'ideologia bloggista. Quell'ideologia che crede di aver fatto la rivoluzione con quattro paginette malscritte pubblicate su uno scintillante schermo elettrico, mentre non si accorge che sta soltanto obbedendo alla nostra epoca e alle sue innovazioni tecnologiche. Intanto, che un blog sia una collana di libri è un'esagerazione madornale, o un pio desiderio. Al massimo è un giornalino, un diario. L'autrice, non paga di essersi anonimizzata (evidentemente ha qualche disturbo identitario, qualche insoddisfazione verso se stessa, non si piace e allo stesso tempo non è disposta a sottoscrivere le parole che dice firmandosi, non è disposta a "pagare di persona" ciò che sostiene) vorrebbe anonimizzare tutti gli altri con il suo pseudonimo (che è pure inglese: anche qui un ossequio all'epoca). Tutti anonimi!, è la sua proposta. Vi anonimizzo io!, ci penso io!, la faccia ve la cancello io! Definisce i libri "micragnosi": probabilmente in passato deve avere ricevuto qualche rifiuto editoriale, o un'esperienza di pubblicazione poco soddisfacente. E così ora il fondamento della cultura umana è diventato un oggetto "micragnoso"! E' diventato "micragnoso" cercare di contibuire alla cultura e allo spirito umano pubblicando un libro con il proprio nome e cognome, assumendosi la responsabilità di ciò che si scrive. (Tra l'altro c'è una falsità enorme: non è vero che gli e-book non hanno ancora sopravanzato i libri; la falsità è in quell' "ancora", che sembra sottintendere che fra qualche tempo li sopravanzeranno: gli e-book sono stati un fallimento completo, nessuno li compra, nessuno li legge, non esistono. Il motivo è un limite umano. La scrittura su schermo si segue con difficoltà, si legge di sfuggita. Noi blogger veniamo letti di sfuggita, rassegniamoci. E infatti Untitled sogna la carta, la collana di libri di carta). Mi dolgo per l'autrice, che dai libri non riceve più felicità e cognizione del dolore, e li vede solo come oggetti "micragnosi". Perché? Perché dei libri vede solo il nome e cognome dell'autore. E' ossessionata dal successo individuale, focalizza solo quello, nomi e cognomi in copertina, sempre e solo nomi e cognomi. Non le passa per la testa che scrivere e pubblicare un libro significa fare un dono di gioia e di sofferenza, e siglarlo con il proprio nome è assumersi la responsabilità di questa gioia e di questa sofferenza, è fare un gesto che è anche sacrificale. No, lei vede solo generosità nei blog, e solo micragnosità nei libri. Lei vorrebbe renderci tutti Untitled, tutti in grigia e anonima uniforme, in un totalitarismo spaventoso. Questo post è un esempio indimenticabile di come gli irrisolti problemi individuali, mascherati da buone intenzioni e spacciati attraverso l'ideologia dell'Umiliazione Eroica dell'Io (possibilmente dell'io altrui!) che rinuncia al proprio nome, approdano all'incubo. Sventurata Untitled, non è colpa nostra se siamo degli "io" con un nome e cognome, con un'identità sociale. Finché con questo "io" e questa identità non faremo i conti davvero, continueremo a raccontarci favolette con i nostri nomi da pupazzi, e partoriremo queste visioni da incubo dove gli esseri umani sono tutti uguali e si chiamano tutti allo stesso modo.
postato da Il Pupazzo il 14/09/2004 11:06

Mi si illumini, please. Sono lenta,tanarda, rigida di comprendonio, devo andare a stirare e cerco di capire: mi piace, ma cos'è che mi piace? Non sono a cervello vuoto. Mi sovraimpressiona e mi ingombra l'idea che mi frulla in testa da un po', quella di stampare tutti i post e i commenti del blog (ho tutto sparso e cosparso qua e là, nessun foglio di carta,nessun ordine,l'archivio del blog lo trovo inutile e inutilizzabile), ma poi mi blocco: che ne farei? come impaginerei una roba fatta tutta di rimandi e di incroci? come si impagina una rete che non è solo estesa, ha anche uno spessore? Insomma, la tua proposta è: facciamone dei libri, dei nostri post (ampliati articolati trasformati) e chissenefrega di nomi e copertine? E' questo il progetto? Se sì, va bene. Ottimo. Si stampi. Ma non riesco lo stesso a non pensare a quella che mi pare l'irriducibilità del blog (deI blog) a libro/i, nemmeno in forma di collana. Non che sia poi così importante non "tradire" la forma blog, si può fare tranquillamente, d'altronde è già stato fatto anche se la cosa non ha niente a che vedere con la tua proposta (fino a questo, sì, ci arrivo).Che possa essere un modo di "uscire" dalla rete e di entrare nel mondo degli oggetti materiali con una specifica inclinazione che solo la rete può imprimere (inclinazione che, tuttavia, verrebbe inevitabilmente distorta dalla diversità del mezzo) mi sta bene. Ma è questo che intendi? Ho capito niente? O, invece, tutto resta nel virtuale? O, invece, la rete non c'entra niente se non per il mantenimento dell'identità virtuale (e, perchè no, l'anonimato, come suggerisce Feinberg)e si sta parlando di pubblicare libri con le nostre cose così che il blog è stato "solo" il luogo in cui incontrarci? Mi si illumini, please.
postato da caracaterina il 14/09/2004 11:46

ooops! vedo che,mentre pensavo alla mia povera confusione casalinga, qualcuno è arrivato per guidare il gioco verso i suoi problemi di identità. Ecco, questa contemporaneità delle diverse reazioni e la loro pubblicazione sul filo dei centesimi di secondo è una roba, ma una roba che in un libro non ci sta. eppure, quanto mi piacerebbe mettercela.
postato da caracaterina il 14/09/2004 11:57

IO DICO TUTTI. E con questo inizio, con fatica, a risponderti. Ma ti prometto, per il rispetto che ti devo e devo alla tue idee, una vera risposta, prossimamente. Ma, intanto, proprio perché per certi aspetti del mio modo di bloggare sono alternativi alla tua proposta (se l'ho capita) direi: "il mio blog è già un libro di carta prima di essere (o non essere mai) un libro di carta" Ma è proprio sulle diferenze interne tra libro e "buon blog" che, mi pare, il tuo ragionamento faccia più acqua. E qui, oggi, sta per piovere.
postato da Matteo Pelliti il 14/09/2004 13:10

Una precisazione: io non pensavo affatto di trasferire pari pari sulla carta cose scritte per il blog o in generale per la rete (e sono d'accordo con caracaterina: come sarebbe possibile vetrificare le innumerevoli e imprevedibili interazioni? e poi perché?). Pensavo, semplicemente, a libri-libri, fatti però con lo stesso "animo" col quale scriviamo qui (o in qualunque altro luogo riusciamo a scrivere e ad abbandonare i nostri scritti - anche molto meditati e sofferti - con la stessa nonchalance, e senza alcuna preoccupazione per il loro e per il nostro futuro). Un animo che non so dire, avete ragione. Non saprei dire cosa mi piace e perché, né tantomeno cosa trovo giusto o sbagliato scrivere. So solo dire: questo sì, questo no, questo "rientra" e questo "non rientra" in un certo modo di scrivere e di vedere la scrittura che sento familiare, parente. Inoltre, Pupazzo: la mia non era una proposta provocatoria, ma un proposito festoso. Che tu possa scambiare questa festosità con una specie di acrimonia, o con un atto dovuto a delusioni di ogni tipo, che tu riesca a trasformarla in un impeto di rancore o peggio di spirito rivendicativo, mi può dispiacere per non essermi saputa spiegare perfettamente anche a chi come te non si sente (e non si sentirà mai, immagino) minimamente coinvolto da un progettino tipo il mio, ma poi basta. Io non costringo proprio nessuno. Matteo ha dichiarato di pensarla in maniera diametralmente opposta, e non per questo si è sentito in diritto di attribuirmi sentimenti così negativi come quelli che mi hai attribuito tu. Io sono tranquillissima - spero così per te. Per finire: dicendo "micragnoso libretto" mi riferivo a un eventualità. Quella che un felice scrittore di blog possa a un certo punto decidere di rivestirsi del suo nome e cognome per pubblicare un libro, e che per pubblicarlo si arrenda a scrivere un libro sostanzialmente diverso da ciò che scrive abitualmente, e assai più liberamente e "generosamente (perché gratuitamente), in qualche maglia della rete. Mi riferivo a un caso molto specifico quindi, e non certo a un qualsiasi autore di libro.
postato da untitled io il 14/09/2004 18:31

Commento alquanto micragnoso di tipico carattere bloggistico (ma sincero fino al midollo): Una bella idea esposta con la solita chiarezza cristallina.
postato da aitan il 14/09/2004 18:54

grazie aitan, la tua micragnosità mi rincuora :) allora insomma la settimana prossima vado a iscrivere la neonata alla camera di commercio? e che nome le metto? Untitled Edizioni? Io&P? Untitled e basta? UNTS?
postato da untitled io il 14/09/2004 19:49

UNTD?
postato da untitled io il 14/09/2004 19:51

Ed. Untitled. Mi piacerebbe così.
postato da demetrio il 14/09/2004 20:06

Ma vedi (e mi verrebbe da dirti, cara ****, cioè scrivendo il tuo nome), quello contro cui continuo a fare resistenza è questa stramba teoria: tua, di Palms, di molti di voi, temo. Che qui si scriva con nonchalance mentre "lì" (e sarebbe molto piacevole discutere di cosa siano questo "qui" e quel "lì") fuori, no. Lì ci sono gli scrittori pesanti, tetri, pieni di fumo, gli hollow men della scrittura. Qui gli angeli. Ma sul serio ci credete? Che bisogno c'è di questa mitografia sui blog? E sai perché insisto? Sì che lo sai, perfettamente: perché mi conosci. Me ne fotto delle teorie: della stessa teoria che posso avere esposto qui sopra: io, io, io (e se qualcuno scambia questo "io" per l'io narciso, peggio per lui: io so che che è la "terza persona") scrivo secondo un'etica della scrittura non secondo l'etica del luogo. Achtung, achtung! Adesso mi si potrebbe ritorcere contro l'accusa di angelologia: come se io non sapessi che scrivo, ANCHE, secondo il PESO delle COSE che mi stanno attorno. Certo che sì, eccome. Ma allora parliamone, andiamo avanti e a fondo, vediamo dove porta questa vostra idea. Ops, ma questo mica è un forum.
postato da gino tasca il 14/09/2004 20:35

Sei tu che t'incarti nelle stesse teorie che dici di non sopportare, Gino. Sei tu che stai facendo (e da tempo) "teoria" dei blog. Io io io... provo a risponderti. QUI è la rete. Dei blog me ne fotto, in questo preciso momento. Perché dico blog ma potrei dire forum o che ne so, commento a Nazione Indiana (mi sai dire quello cos'è? vuoi chiamare blog quella Nazione?) Bene. Quante volte ti è capitato, di scrivere pagine e pagine di commento a qualcosa che ti appassionava, di scrivere d'urgenza e col cuore e con attenzione, e di accorgerti all'improvviso che ti era sparito tutto tra le mani mentre l'inviavi, e non ne avevi nemmeno fatto una copia, e men che meno una minuta? A me è successo parecchie volte, giurerei che è successo anche a te. Io credo che sia successo a tutti quelli che scrivono in rete nel modo che dico io. Certo che ci si può dire: siete solo cretini, che ci voleva ad aprire un file di word? Eccerto, non ci voleva nulla, se non fosse che non se ne aveva il tempo. E però, PERO', quelle righe non erano per niente "di getto". Erano meditate invece: certe parole cambiate e ricambiate, grossi pezzi tagliati via d'impulso, e magari proprio questo lavoro di lima era poi il responsabile della sparizione del tutto. Dài, dimmi che non sto parlando di niente che tu non sappia. E che cosa abbiamo fatto poi, a casino avvenuto? Abbiamo scrollato le spalle. E allegramente abbiamo ricominciato a scrivere UN'ALTRA COSA, una cosa tutta diversa dalla precedente, perché la precedente non la ricordavamo più. E mica siamo stati attenti stavolta, mica abbiamo aperto un file di word, mica siamo andati più per le spicce: abbiamo fatto tale e quale a prima. Ora io immagino uno scrittore che scrive senza questa pressione (so immaginarlo perché ho scritto anch'io così). Si alza. Si siede. Mangia e mangiando riflette. Si stende. Gli viene in mente una cosa. Si alza e scrive una lunga cosa. La lascia a sedimentare non si sa dove fino a domani - o anche a dopodomani. Chi gli corre dietro? Che urgenza ha, di dire quella cosa OGGI, ora? e piano piano "la cosa" prende la forma di un pubblico vagamente immaginato, onnicomprensivo e sognato plaudente, ma arcigno in certi momenti, tanto da bloccarti dalla paura in certi momenti. Ne viene fuori, io credo, una scrittura differente da quella che siamo abituati a usare noi. E dico NOI e ti includo, che tu abbia un blog o no. Perché domani potresti scrivere un romanzo e metterci vent'anni, ma quel romanzo sarebbe scritto da uno che ha sudato scrivendo in rete. Blog o non blog.
postato da untitled io il 14/09/2004 21:19

UNITED PRESS of UNTITLED. Non so se sono col tuo "NOI" o con l'implicito "VOI".
postato da MP il 14/09/2004 22:51

(a pezzi e bocconi). Il file di word da tenere sempre aperto è, in realtà, un file mentale. Non è la sua esistenza "fisica" come presupposto della pubblicazione on line a differenziare le scritture. Ma io parto dal concepire la scrittura stessa come "nevrosi", da questo segue che....
postato da MP il 14/09/2004 22:55

(il mio file mentale stamattina era limpido, non so come siete riusciti a impapocchiarmelo)
postato da untitled io il 14/09/2004 23:02

(e forse non siamo dei bloggers siamo degli ibridi)
postato da untitled io il 14/09/2004 23:04

Quando mi sono accorto che dal mio dentista facevo il brillante per poter scrivere poi le mie battute sul blog, ho capito la perversione del mezzo. Ed ho capito, anche, che le cose è meglio inventarsele di sana pianta.... "La sana pianta della scrittura", questo sarebbe un bel titolo.
postato da MP il 14/09/2004 23:09

Un'editoria innovativa, più accessibile, meno complicata, meno distante, più capace di riunire lettori e scrittori credo sia un sogno. Infatti i commenti a questo post, che sogna con una certa gioia, seguono percorsi onirici, con tanto di cattivi che senza nessuna ragione ti tirano per le gambe mentre cerchi di correre, e buoni che portano acqua al mulino. Se vuoi scrivere ed essere letto, secondo me ci sono i blog e c'è la rete, qualsiasi cosa tu scriva su qualsiasi argomento, purché la scriva bene. Il solo valore aggiunto che vedo nell'editoria è che un libro oltre ad essere letto, fa discutere, fornisce pensieri, immagini, emozioni che si possono usare per parlare, anche con qualcuno che si è appena conosciuto - mentre ancora non m'è capitato di incontrare qualcuno che legga i miei stessi blog. Un libro dunque come standard dal quale partire tra due o più persone. Sì... ma un buon libro... sì... ma un libro ben distribuito... sì... ma un libro fatto bene. Succede a pochi libri, una ventina all'anno? (non ci formalizziamo sui numeri, please) Per tutti gli altri l'editoria si comporta in modo strano, pensa che aumentando costantemente il numero dei titoli pubblicati, i lettori aumentino. Naturalmente si sbagliano, almeno in Italia, ma non se ne rendono conto, neanche quando i numeri delle vendite li puniscono restando più o meno costanti anno dopo anno. Allora dico questo: facciamoli i libri di Untitled, facciamoli! Invece di pagare per distribuirli, poi, lasciamoli per strada, negli autobus, nei caffé e nei ristoranti, abbandoniamoli in giro per l'Italia perché vengano trovati e letti, e parliamo sui blog dell'esistenza di questi oggetti. Penso che avremmo un successo di circolazione maggiore di quello che avremmo pagando un distributore, penso anche che sarebbero libri capaci di avviare discussioni. E' un sistema di distribuzione misto, diciamo, un esperimento, un sogno, del resto è lì che si gioca la partita chiave dell'editoria, nella distruzione. Se scrivi e vuoi essere letto, ti bastano la rete e i blog. O no?
postato da palmasco il 14/09/2004 23:26

Scusate: nella frase nella terz'ultima riga "... è lì che si gioca la partita chiave dell'editoria, nella DISTRUZIONE", volevo chiaramente scrivere: "nella DISTRIBUZIONE". Il lapsus è interessante, ma il testo così com'è tradisce le mie intenzioni, almeno quelle relative alla discussione che stiamo facendo qui :-)
postato da palmasco il 14/09/2004 23:32

faccio il rugoso. quello che propone palmasco è già presente nel bookcrossing. Con tanto di siti internet. E altro. L'interesse di questo fenomeno è durato meno di un anno. il libro ha un valore, non tanto perché lo trovi, ma perché lo scegli. Scegli di andare in una libreria e di prendere quel titolo piuttosto che un altro. quello che tu proponi palm è la stessa casualità che si ha nel navigare in rete e trovare un blog, o un post molto belli. untitled (sai che capita anche a me come a gino di avere la tentazione di scrivere il tuo nome!) propone altro. una casa editrice, che abbia una linea editoriale, una scelta di mercato, una distribuzione, dei costi, e dei ricavi, ma che proponga dei libri scritti con gratuità. secondo me il problema non è nella casa editrice, ma negli autori. E' lì che si gioca la partita. (per fare un esempio l'Einaudi fu l'Einaudi, perché ci scrissero e ci lavorarono Pavese, Calvino, Fenoglio, Ginzburg... insomma. Contano gli autori.. contano)
postato da demetrio il 15/09/2004 00:10

Per Palmasco, a proposito di distribuzione (e anche di distruzione, semmai...): non potremmo pubblicizzarli e venderli in rete? attraverso i blog, dico? con tutti gli accessi che abbiamo e i TRUST di cui facciamo parte, eccheccavolo, devono essere veramente senza cuore per non acquistare i libri della benemerita untitled press! Se li lasciassimo in giro come fanno laura e le sue amiche col bookcrossing (non ho sottomano il link ma adesso lo vado a pescare), come faremmo a pagare, che ne so, gino tasca? Perché vedi io avrei voglia di fare i contratti, come quelli che fanno gli editori veri con gli scrittori veri: ti pago (anzi addirittura TI DO' UN ANTICIPO - piccolo, va bene) perché tu scriva quel libro in un certo tempo... e se i libri non li vendiamo, ripeto, come cavolo facciamo a pagare gino? (dico gino tanto per dire) Certo poi se uno vuole comprarsi delle copie per sparpagliarle qua e là, ben venga... Stamattina mi sembrava ancora una cretinata, ma adesso che la faccenda si sta complicando per bene mi sembra quasi una cosa da poter iniziare domani mattina. Per cui: domani comincerò a pensare alle lettere di invito per le prime pubblicazioni (perché mi sono fissata che ne dobbiamo fare almeno quattro o cinque tutte d'un colpo, all'inizio. E comunque volta per volta mai meno di tre). Mi manca l'indirizzo di Fainberg, per inciso. Può comunicarmelo cliccando su "contatta l'autore" (!)
postato da untitled io il 15/09/2004 00:24

Non m'aspettavo che faceste finta che parlavo di bookcrossing, ma ora che è successo non mi sorprende. Parlavo invece di questo: se chi scrive vuole essere letto, ci sono i blog e c'è la rete. Ti permettono di essere seguito da un numero di persone che varia tra la cinquantina e il centinaio al giorno, sicuramente più di quante siano presenti alla presentazione media di un libro in libreria, d'autore sconosciuto sul quale l'editore non investa pesantemente in pubblicità e relazioni; numero di persone sicuramente sufficiente ad un dialogo caloroso e approfondito, che se fossero di più ti verrebbe a mancare. Allora: perché un libro? Perché un libro, secondo me, ben governato dall'editore, può o potrebbe modificare la lingua in cui è scritto, folgorando la pubblica attenzione con temi o prospettive già presenti ma non ancora espresse, fenomeno che i blog, secondo me, ancora non permettono. Parlavo dunque degli effetti della scrittura, dicevo che un libro li porta ad un livello più ampio e diverso, e aggiungevo che questo succede in gran parte grazie al lavoro dell'editore, cioè alle sue strategie commerciali e di collana. Perché si possa svolgere questa parte del lavoro dell'editore, occorre che la scrittura sia racchiusa in un libro, almeno fino a oggi. Come dimostrano i casi frequentissimi di capolavori, o di libri comunque importanti, rifiutati dagli editori per anni, e viceversa le altrettanto frequenti bufale offerte come se fossero capolavori, nell'editoria il lavoro di selezione è molto marginale rispetto alla creazione di spazi in cui il libro respiri, che credo sia il vero lavoro editoriale. Noi qui vogliamo fare dei libri, concludevo, non ci rimane altro che progettare una linea editoriale che sia capace di farli respirare nel mondo e nel mercato odierno. Il book crossing non produce denaro, ma potrebbe generare lo spazio di cui parliamo, quello in cui i libri respirino, un obiettivo per il quale è conveniente, secondo me, investire, piuttosto che remunerare gli autori con due lire. Inventare una strategia distributiva, dicevo, perché certo non vogliamo essere presenti in dieci librerie, fare una presentazione con l'autore, il rinfresco e trentasette persone, e poi vendere 5-600 copie in un anno prima di ritirare il libro - almeno non credo che c'interessi, anche se 5-600 copie vendute sarebbero già un bel risultanto per un piccolo editore che pubblica autori sconosciuti. Bello ma non attraente, come tanti attor giovani al cinema. Proponevo la differenza tra effetti della scrittura - essere letti vs modificare la lingua - per avviare una riflessione di supporto al progetto di untitled, al quale auguro ogni fortuna e offro la mia collaborazione più entusiasta.
postato da palmasco il 15/09/2004 10:43

Io ci sto, ma se venissi pubblicato potrei scrivere sul mio biglietto da visita "scrittore anonimo"? (è la mia unica condizione)
postato da Mauro il 15/09/2004 11:16

palm la gratuità continua a non convincermi. Se ho capito bene cosa vuole fare untitled, posto che l'abbia capito, è portare su pagina, su supporto cartaceo, non tanto delle storie, o dei racconti o delle poesie, ma un gesto. Lei ha notato che la scrittura del blog o in rete ha questa duplice faccia della gratuità e della "leggerezza". Lei vorrebbe portare in pagina, nella pagina di un libro, questo atteggiamento, ma con tutto quello che l'editoria e il suo mondo ne comporta. Io non credo che il problema sia "farsi" leggere, perché in questo caso hai ragione tu: un blog, come quello di che ne so Personalità COnfusa, o di altre blog star, ha contatti superiori a qualsiasi presentazione di un libro, e crea una rete di scambi e di notizie altissima. Lei parte dal presupposto che si sia venuta a creare in rete una generazione, un gruppo, un grumo di persone, che portano avanti per vie diverse e per diverse attitudini un discorso di scrittura 'nuovo', che potrebbe funzionare anche su carta. Leggendo il post di untitled e tutti i suoi commenti, mi sono ricordato di una bellissima frase che scrisse Renato Serra, un grande critico letterario e un grande scrittore, che nell'Esame di coscienza di un letterato scrisse qualcosa come, ovvio che non mi ricordo ma perdonate la mia memoria, "Alla fine cosa mi resta? Alla fine rimane la letteratura che ho amato con tutta la trascuratezza e l'ironia propria del mio amore". Sarebbe un buon motto per il progetto di untitled. d. ps. noto una cosa. Se questo progetto fosse stato "pensato" solo 10 anni fa, tutte queste cose che ci stiamo dicendo, farebbero parte di un fitto carteggio, di una mole di corrispondenza grandissima. Non so perché leggendo queste cose mi è venuto in mente il progetto pasoliniano di "Officina". Però lo lascio lì. Officina Untitled. Non sarebbe male.
postato da demetrio il 15/09/2004 11:23

Per Demetrio: segnalo che "Officina" è stato già recentemente ri-utilizzato (vedi link)
postato da Matteo il 15/09/2004 12:08

però mi piaceva. Mi ero affezionato. Potremmo andare da questi, strappargli tutte le copertine. Non sarebbe male come atto (molto alla Dino Campana) fondativo....
postato da demetrio il 15/09/2004 12:12

vada per le copertine strappate. Ci sto. Basta che poi ne facciamo un collage (futurista, certamente)da utilizzare come copertina per i libri della Untitled Press
postato da Matteo il 15/09/2004 13:08

 

> vai al capitolo II