La nascita di Untitl.Ed - capitolo II

 

A proposito dello sproposito: Matteo

15 settembre 2004

 

 

Tanto per aggiungere carne a cuocere sulla griglia del post precendente, riporto qui integralmente le osservazioni che mi ha inviato Matteo stamattina, e che credo possano costituire uno spunto di riflessione per tutti.

Cara Anna,
come puoi vedere ti scrivo da un file di Word, opportunamente e furtivamente aperto stamani, qui in un ufficio, per tentare di offrirti il mio punto di vista sulla tua interessante iniziativa editoriale. Premetto che, non avendo letto gli ultimi commenti sulla questione, potrebbe mancarmi qualche utile elemento nell’argomentazione. Proviamo.
Mi sembra di aver capito che tu vorresti “trapiantare” alcuni caratteri positivi della scrittura blogghistica su carta, con una collana editoriale da te diretta e finanziata: una specie di ibrido capace di trasferire l’agilità, il dinamismo e l’inventiva di certi post in un supporto tradizionale, seppur con alcune limitazioni. La prima reazione che ho avuto è stata: che bellissima idea!! Sono proprio contrario. E perché? Perché ogni mezzo ha la sua scrittura. La grammatica interna al mezzo è una questione di tempo e di lunghezza, e la lunghezza di scrittura e di lettura è ancora una questione di tempo. Io leggo post lunghissimi e noiosissimi (non i tuoi, non fraintendermi) assolutamente inadatti alla rete. C’è chi si ostina, ad esempio, a pubblicare i propri racconti in rete: una follia. (in principio, ci cascai anch’io) Quando dici “cose più lunghe e più complesse di un post” temo che tu possa riferirti a qualcosa del genere. Oppure a qualcosa di talmente rapsodico da non avere né capo né coda. Inoltre, si è creato il luogo comune dell’originalità della blog-scrittura quando invece, io credo, vi si trovano solo (sotto spirito) tutte le forme di scrittura e di retorica sviluppate in secoli di tradizione. Ci sono libri, ad esempio, enormemente più coinvolgenti e ipertestuali della rete, libri che chiedono una collaborazione del lettore molto superiore alla dinamica, spesso sorda e fittizia, dello scambio post-commenti. È vera dialettica quella? Sto divagando, provo a mettere ordine in quello che vorrei comunicarti, proprio perché mi piacerebbe inviarti una critica capace, comunque, d’incoraggiarti a proseguire nel progetto.

1. Dici che hai trovato “scritture splendide” non catalogabili in linee editoriali. Ogni tanto, però, parli dell’editoria e dei libri in termini troppo vaghi: parliamo di narrativa? di romanzi? di saggistica? di poesia? di saggistica accademica? di editoria a pagamento? di editoria locale a distribuzione nazionale? di grandi editori?
2. Un libro è un “PROGETTO”. Un post quasi mai è un progetto. Spesso un insieme di post, un blog intero o una parte di esso possono costituire un progetto. E solo in quanto “progetto” possono essere, per così dire, “fotografati” e trasferiti su altro supporto (il libro) cercando di adattare l’immagine alle caratteristiche strutturali del supporto di destinazione.
3. Parli di “geniale scrittura dilapidata”. Sono d’accordo, anche se più che scritture geniali ho trovato delle “intuizione”, delle idee (in fondo dei progetti): sono sicuro che in libreria acquisterei e regalerei l’artisticità del diario di “soloinlinea”, le creazioni di “matisse”, per fare i primi esempi che mi vengono in mente.
4. IO DICO TUTTI, era la mia risposta: tutti i blogger (e mi sbaglierò) sognerebbero di eternarsi con il libretto stampato: quello che funziona anche senza energia elettrica, quello che consente l’ipertestulità dell’indice da saltare a piacere girando le pagine col dito inumidito, quello che regali alla persona amata con la dedica e la data, quello che s’impolvera e cambia il colore della carta, quello che ti rigiri tra le mani, che maltratti sul treno, che stropicci, che annoti in rosso e blu etc. etc.
5. Mi sembra di capire che la United Press of Untitled sarebbe riconoscibile, prima ancora che dalla qualità e dall’argomento degli scritti (e una linea editoriale dovresti poi pur prenderla) dagli elementi paratestuali (copertina, titoli etc..). Mi sembra che, in fondo, avremmo una specie di edizione tradizionale che però si giova di un appeal proveniente dal mondo del blog (ma su questa osservazione devo lavorarci ancora).
6. Più rileggo il tuo post originale, più scopro questo: “Guarda Anna, che bella ispirazione, mecenatismo editoriale”. Poi, però mi dico, sempre rileggendolo. “Io la lunga osservazione di una carruba da porco non la compro!” Che non è neppure del tutto vero, perché se la carruba da porco fa parte di un progetto (e sai che per me un progetto è sempre una forma di “gioco”) magari la compro anche, se è scritta davvero bene.
7. Insomma, mi sa che se continuo mi accorgo di essere in accordo con te e finisco per chiederti di pubblicarmi qualcosa! A parte gli scherzi vorrei tornare sulla grammatica interna e sul concetto di tempo, che è la vera differenze specifica tra libro e blog (il buon blog non esiste, il buon libro sì, per il semplice fatto che le categorie di valutazione di un blog non potranno mai imporsi tanto da diventare metro condiviso). Il libro è sì una “opera aperta” (interpretabile e sovra o sotto-interpretabile) ma è un “prodotto” puntuale, dis-cronico (scrivi un giorno un racconto che verrà pubblicato, forse, qualche anno dopo) e risponde ad un progetto. Il blog è plastico, caotico, sin-cronico, non necessariamente progettuale e collaborativo. Perché trasferire un blog o parte di blog su carta??????????????
8. Un blog o una sua parte può andare “su carta” solo se è già stato pensato, scritto, progettato, vissuto “COME SE” fosse pubblicato su carta o come se un giorno dovesse finire su carta. Vale a dire se la sua “grammatica profonda” è già permeata dei codici della “carta” (elementi paratestuali, progettualità, dis-cronicità etc.)

L’autore di questa argomentazione caotica autorizza la destinataria ad utilizzare (in parte o integralmente) e a divulgare la presente corrispondenza.

Saluti e in bocca al lupo per l’impresa editoriale (vorrei, però dei diritti di autore, eventualmente su “United Press of Untitleds” )

Matteo Pelliti

 

io forse non ho capito. Tra l'altro possibile. Quello che io ho capito è che la Ed. Untitled vorrebbe pubblicare non pezzi, parti, o blog interi, ma provare a traferire su carta il gesto di questa scrittura nuova. forse ho capito male. Ma non si tratterebbe di far pubblicare il blog di solo_in_linea, ma di fare in modo che solo_in_linea scriva una cosa "altra" dal suo blog. ho capito male? d. ps. propongo matteo come vicedirettore editoriale. Anche se non ha detto che acquisterebbe anche un mio testo, però ha accettato la mia proposta di atto fondativo.
postato da demetrio il 15/09/2004 13:18

Ho letto con interesse, credo che sia una riflessione sui contenuti. Dei post, dei blog, dei libri, dell'editoria. Molto idealizzata, secondo me, fino al punto da affermare non solo che tutti i blogger vorrebbero essere pubblicati su libro, ma perfino che vorrebbero esserlo su libri la cui carta ingiallisce. Dice Matteo che i libri hanno una grammatica interna ed un progetto, mentre i post nascono come foglie autunnali, che si dispongono a caso sul terreno sotto gli alberi, come implicitamente farebbero le dita quando pigiano i tasti di un post. Non so se sono daccordo, credo proprio di no. Non credo che la riflessione sui contenuti sia centrale nel discorso sull'editoria, al contrario credo che sia marginale - non fosse che perché l'editoria nel suo insieme ha portato e porta alla ribalta forme, contenuti e stili di ogni tipo. Non credo, tra l'altro, che untitled voglia trasferire i blog su carta, al contrario ha scritto che in quanto editore solleciterebbe il materiale agli autori da lei invitati - invitandoli a produrne di nuovo, pare implicitamente di capire. In questo momento non è importante mettere in rilievo le differenze tra i commentatori, anzi è potenzialmente negativo, eppure non posso fare a meno di ribadire che la differenza tra blogs e libri va cercata meno nella scrittura, secondo me, quanto piuttosto nelle strategie editoriali. In fin dei conti la scrittura di un blog non è molto diversa dal materiale iniziale che gli editori ricevono dagli scrittori, sul quale si mettono a lavorare secondo la dinamica editor/scrittore, dinamica orientata dalle idee e le strategie e le necessità dell'editore, che in fin dei conti è il responsabile della pubblicazione del libro. Sono convinto che il materiale di un blog, sottoposto allo stesso processo dialogico tra autore ed editore, partorirebbe uno splendido libro. Dinamica, e chiudo, di cui tanti scrittori famosi hanno scritto con fastidio e divertimento, contribuendo a creare una mitologia del conflitto; ma che proprio in questo suo famoso carattere conflittuale risponde all'essenza editoriale, che è poi anche la differenza del libro col blog: creare attenzione nella società e nel mercato della lingua in cui si scrive.
postato da palmasco il 15/09/2004 13:28

Mi sembrano molto sensate le osservazioni di Matteo Pelliti. Mi permetto di segnalare un libro che secondo me c'entra moltissimo con questo discorso. E' "Ricrescite" di Sergio Nelli, appena uscito da Bollati Boringhieri. Non è un romanzo. E' il diario di un anno, il 2000. Dodici mesi, dodici capitoli. Non più lungo di 120 pagine, se ricordo bene. Scansione in paragrafi separati, mai troppo lunghi, che ricordano davvero la forma post. Sembra davvero l'antologia di un blog, "il meglio di", scritto quando i blog non esistevano ancora. Cara Untitled Anna, dacci un'occhiata, te lo consiglio di cuore. Per vari motivi. Intanto perché è bellissimo. Poi, per esempio, il tempo editoriale che c'è voluto per arrivare in libreria. Scritto nel 2000, il libro è acquistabile da noi lettori solo oggi, nel 2004... Con questo non voglio dissuaderti dal tuo bel progetto, ma offrirti materia di riflessione. Poi ci sono altri elementi per cui vale la pena di leggerlo: uno vede che quando la scrittura è smagliante, le teorie sulla differenza fra libri e blog sono di poco conto... Certo, il blog è una consolazione, perché scrivere libri è una pratica di solitudine, il blog no, nel blog non si è mai soli davanti al mostro come quando si scrive un libro, si sta sempre in compagnia. Il blog è una lettera collettiva, una lettera aperta plurale che ci si scrive reciprocamente e collettivamente e simultaneamente e interattivamente (spesso interpassivamente). Il blog è per chi ha paura della solitudine della scrittura. Può darsi che il tuo progetto vada in porto, e sarebbe bellissimo, sarebbe un arricchimento per tutti, ma chiedere a un blogger di scrivere un libro secondo me significherebbe snaturare l'animo del blogger (non tanto la sua scrittura). Scrivere libri è per spiriti forti che affrontano il drago da soli e tornano a mostrartene la carcassa trucidata, e le loro ferite, anche, gli arti mutilati. Il blog è una merendina con gli amici, e quando si avvicina un cane randagio che non fa parte della compagnia tutti a tenersi a manina e a strillare: "sciò!"...
postato da Cane Randagio il 15/09/2004 14:31

Secondo me demetrio e palmasco hanno capito benissimo l'idea cardine del mio progetto, e li ringrazio per aver chiarito alcuni punti importanti della faccenda. Alla fine di queste discussioni, penso che farò un post intitolato "il proposito", con una descrizione dettagliata e piuttosto definitiva dell'operazione che ho in mente di fare, cercando di assorbire la maggior quantità possibile di suggerimenti, ma anche di non farmi appesantire troppo da certi timori e da certe timidezze (e a questo proposito ringrazio tutti per non avermi, per così dire, segato le gambe...) A cane randagio: riguardo al libro di cui parli non posso risponderti - o meglio: devo ancora decidere COME poterti rispondere mantenendomi untitled :) - e comunque hai ragione: quel genere di libri configurano senz'altro una specie di ante-blog. Ma io non vorrei parlare dei blog da un punto di vista troppo strettamente strutturale. Qui non si tratta di mettere i blog contro i libri, ma di pubblicare libri di bravi scrittori che siano anche blogger, o comunque che abbiano un'esperienza diretta di scrittura in rete - esperienza che io reputo in ogni caso un valore aggiunto rispetto al valore intrinseco, per così dire, dell'autore. Questo per cominciare. Un domani, anche questa ipotesi fondativa potrebbe essere abbandonata - una volta che si siano rese ben visibili quelle qualità particolari che un po' tutti (mi pare) abbiamo in mente, ma delle quali è ancora così difficile dare un'esatta definizione. Ragion per cui, credo, ci serviamo di una scivolosissima idea di contrapposizione fra blog e libri: idea che per me è del tutto provvisoria, un assunto funzionale, una divisione fra questi e quelli che serve solo a capire meglio di che genere di cosa stiamo parlando. Il fatto che tu mi abbia portato quell'esempio non fa che confermare quello che ho appena detto, mi sembra. Quindi davvero, in questo discorso "blog vs libri" io credo che meno pulci ci facciamo (caro cane randagio...) meglio è. Ti ringrazio comunque per essere intervenuto (a proposito: che c'entra questa specie di vittimismo da cucciolo abbandonato? qui nessuno dice sciò a nessuno, davvero!)
postato da untitled io il 15/09/2004 16:56

Ma io ho detto "cambia il colore della carta" non "ingiallisce". La carta ingiallirà in Lucarelli & Co., nei miei libri cambia colore. Alcune pagine diventano verdi, altre blu, altre marrone scuro, altre beige chiaro........
postato da Matteo il 15/09/2004 17:11

E' bello, questo blog.
postato da Cane Randagio il 15/09/2004 17:17

A proposito dello sproposito: Matteo
E poi ti devo una precisazone: gli "scio!" li ho ricevuti altrove. Ti faccio una scodinzolata affettuosa
postato da Cane Randagio il 15/09/2004 17:20

Non è che son sparita, anzi. Ho continuato a leggervi, tutti, con passione. Ma aspetto. Aspetto il post che Untitled ha promesso e intanto mi trovo a interpretare questo progetto, almeno come finora io ho letto il suo sviluppo, come la prosecuzione naturale di quei "vecchi" discorsi su "scrivere l'immediato". ricordate? Non sono andata a rileggere tutto sulla questione ma mi sembra di ricordare che Unts parlasse di scrittura come "urgenza". E allora, quando leggo che Demetrio dice "scrittura come gesto" penso a quell'urgenza. La rete la evidenzia, quell'urgenza, e mette in scena non solo la necessità della scrittura ma anche la sua fragilità (il perdere tutto quanto appena scritto di cui parlava Untitled nel post precedente) e la sua intrinseca relazionalità. Per me ha ragione Cane randagio: la scrittura al chiuso è affrontare il drago da soli. Anche nella rete, però, almeno per me, la scrittura resta un drago e il fatto di non affrontarlo da soli non è solo un aiuto per i "codardi" ma anche, e al contrario, un rischio in più. Perchè sei a diretto contatto con la scrittura degli altri, con i draghi (o i fantasmi)altrui. E ci sei "immediatamente", quindi "urgentemente". Scusate questa "drammaticità" che attribuisco al gesto della scrittura, magari è solo una caratteristica psicologica personale, e potrebbe sembrare in collisione con la leggerezza e quell'allegra gratuità con cui Untitled connotava la scrittura in rete. E invece a me sembra coerente perchè il "gesto drammatico" è un gesto teatrale, un play, e credo che la rete suggerisca proprio una scrittura teatrale, con tutto ciò che fare teatro implica in termini fisici, attentivi, interpretativi. Si tratta però di un play dove non c'è separazione di ruoli fra autori, attori e pubblico. Questo è il progetto di scrittura che qui si ipotizza, almeno credo. Farla diventare libro significa proporre ad un pubblico, che torna ad essere tale, un'esperienza di scrittura che non è quella dello scrittore a tavolino a cui tutti noi lettori siamo stati fin qui abituati. Per questo, credo che Untitled non pensasse alla narrativa (fiction) che Gino Tasca difendeva. Si tratta di mantenere, scrivendo, l'atmosfera da performance unica, una sorta di traduzione in scrittura dell'improvvisazione jazzistica o, meglio (?) di una jam session per strumento solo. Boh?
postato da caracaterina il 15/09/2004 21:25

Penso che questo accenno alla "drammaticità" del gesto (della messinscena?) non sia affatto fuori luogo. Più che a testi violentemente teatrali, in effetti, io pensavo a testi a rischio. Dramma, rischio, sono termini difficili da maneggiare, ma a questo punto credo che tutti ci conoscano abbastanza da poter percepire il motivo per cui ci "arrischiamo" a spendere parole come queste. Buttare sul tavolo la parola prima che sia troppo tardi, per esempio - perché si percepisce fertile, anche se rischiosa. O buttare sul tavolo l'idea prima che venga inghiottita dalla cautela (cosa che è capitata qui). Non è questione di pensare prima di parlare: è che la riflessione deve annidarsi nell'atto, certe volte (sto seguendo lezioni di judo, ultimamente...)
postato da untitled io il 15/09/2004 22:52

"Buttare sul tavolo la parola prima che sia troppo tardi", scrive fra le altre cose Untitled. Secondo me questo è un punto cruciale. La rete offre questa opportunità: noi, qui, nei nostri blog, non siamo più in ritardo. Chi è che poteva "buttare sul tavolo la parola prima che fosse troppo tardi", prima della rete e della sua diffusione davvero di massa, generale e individuale (cioè prima dei blog)? Il giornalismo. Soltanto il giornalismo. Che non per caso deriva dalla parola "giorno": ai giornalisti appartiene il giorno, l'attualità. Ai giornalisti apparteneva il possesso esclusivo del giorno, dell'oggi. Erano i monopolisti dell'oggi. Esiste una riflessione che si annida nell'atto (come scrive Untitled), ma esiste a maggior ragione anche un'attualità dell'atto. Altrimenti l'atto perde di significato. Un atto fuori dal tempo, fatto troppo tardi, è pazzia (ma può essere anche profezia, arte, memoria, celebrazione...) Vorrei sottolineare con forza, cara Untitled, che scrivere un libro è pensare l'atto e l'attualità in modo radicalmente diverso dal giornalismo, e anche dall'"oggismo" del blog. Con il blog siamo diventati tutti "giornalisti". "Oggisti", mi viene da dire. L'attualità dell'atto di parola appartiene anche a noi (prima si poteva soltanto mandare una lettera al direttore, e sperare che la pubblicassero...). Dico un'altra cosa, scusandomi per la lunghezza. Mi dispiace che tendiate a descrivere gli scrittori come gente che lavora "a tavolino": è un cliché. Che idea burocratica dello scrivere! Basta dare un'occhiata alle biografie degli scrittori di tutte le epoche per vedere che le loro esistenze e le loro scritture si sono svolte nella tempesta, altro che tavolini! Allo stesso modo, la questione dell'urgenza: forse che i poeti, i romanzieri e i saggisti non sentono l'urgenza della scrittura? Per la struttura stessa dell'editoria, certo, a loro non appartiene l'oggi, non sono giornalisti, non possiedono l'attualità: sembrano condannati a gettare le parole sul tavolo quando è sempre troppo tardi (sei disposta a fare i conti con questo aspetto della questione, come editrice, Untitled?). Debbono scrivere parole che arriveranno comunque "tardi" sul tavolo, e perciò debbono trascendere l'urgenza immediata, l'attualità in senso letterale. Mantenere l'attualità dell'atto in un libro è un bel paradosso, una contraddizione molto interessante, che può essere anche fruttuosa.
postato da Cane Randagio il 16/09/2004 02:22

Io infatti vorrei che si trascendesse, direi assolutamente, "l'attualità in senso letterale". Un tipo di attualità che non mi ha mai veramente interessato, neanche nel blog dico, pur scrivendo quasi quotidianamente. Di "oggismo", come lo chiami tu, non vedo traccia in nessuno dei blog che mi interessano, e ai quali faccio riferimento per questo progetto. Forse abbiamo in mente blog diversi, tutto qui: i tuoi saranno senz'altro più "giornalistici" dei miei, che non lo sono quasi per niente. (detto questo, molte tue obiezioni rimangono in piedi - e dovrò farci i conti, lo so)
postato da untitled io il 16/09/2004 02:45

Sì, molte contraddizioni rimangono in piedi, per questo ne stiamo discutendo. Forse sono inutilmente pignola ma mi sento di dovere a Cane randagio un chiarimento: con "scrittura a tavolino" non intendevo burocratizzazione della scrittura o lontananza dalla tempesta della vita da parte degli scrittori. Con la metafora spiccia e trita, nonchè poco azzeccata, intendevo indicare la distanza temporale e spaziale che segna la scrittura rispetto allo stimolo che le dà impulso. E' un'espressione per indicare la modalità della scrittura che abbiamo conosciuto fin qui prima dell'avvento della rete, prima che le contraddizioni che cerchiamo di focalizzare si manifestassero così tanto da farci venire la voglia di non ignorarle, di non liquidarle come un falso problema.
postato da caracaterina il 16/09/2004 08:56

questo discroso dell'oggi, mi intriga e mi fa venire alla mente una serie di riflessioni, così. Presente storico. E' uno di quei tempi che mi piacciono, che lasciano intatte le possibilità di una scrittura che se da un lato trascende un fatto un evento, dall'altra lo tiene sempre presente. Uno degli esempi più precisi di questo uso è in Primo Levi, in un capitolo di Se questo è un uomo, racconta la selezione per le camere a gas. Il testo è puntellato da "oggi", "adesso", "domani", poi verso la fine del capitolo, Levi ha come uno scatto, uno spostamento millimetrico e scrive "ora, in questo oggi in cui scrivo al tavolino questi fatti, ...". Levi insomma ci descrive quella drammaticità di cui parlava caracaterina e untitled; penso che l'oggi di cui parliamo sia questo. Sia questa fessura tra l'oggi che accade, sempre presente, e l'oggi in cui sento di dover scrivere il fatto. L'oggi di cui parla cane randagio è il quotidiano, la notizia che avviene e che sparisce. Mi ha fatto riflettere molto sempre in tema di labilità del quotidiano, un servizio di ieri al telegiornale; in cui la mamma della bimba rapita diceva: "non dimenticate denise". I giornali sempre alle prese con l'immediato-avvenuto bruciano le storie, le "fottono" in un certo senso, e poi se ne vanno. quindi riflettevo, uno scrittore - vero - starebbe lì. E racconterebbe queste giornate monotone di attesa, ne farebbe un libro, un racconto. Monterebbe una sorta di meta-romanzo, in cui fa parlare tutti, in romanzo dove non si sente l'unica voce che si vorrebbe sentire. d.
postato da demetrio il 16/09/2004 10:43

Prima una notazione fatua: se Unts non provvede a rendere più leggibile il suo forum, io, io, io ... beh, cosa fai tu? Te ne vai via? Dove? Uffa, è vero, non so con cosa minacciarla. E scrivesse, almeno, cazzate direi, ma sì, leggiamo a volo d'angelo e quel che è perso: vuol dire che lo dovevi leggere. La cosa meno fatua è questa: io sono come un martello pneumatico (cioè un martello dello Spirito Santo, pneuma ...) e finché non troverò una spiegazione amorosa del perché la scrittura in un blog, in un forum, in rete, va!, sia diversa da quell' "altra" scrittura, non mi schioderò dal dogma dell'unitarietà della "cosa" scrittura. Continuando imperterrito a pensare che l'unica differenza sia tra "buona" e "cattiva" scrittura, pregando tutti di fare attenzone al fatto che"buona" e "cattiva" sono categoria dell'etica e non dell'estetica (per chi ancora si attarda - e sono legioni come i demoni - a distinguere le due cose: ecco: non sarà che chi scrive blog pensa di essere più etico di chi scrive "finzioni"? Allora sì che sguainerò la mia spada e mi ucciderò.)
postato da gino tasca il 16/09/2004 11:07

Bello il mio lapsus (oh dio! Adesso mi metto a vantarmi dei lapsus che faccio ...) Ho scritto: vuol dire che quello che hai perso è quello che dovevi leggere: volevo, secondo la superficie, dire il contrario: quello che hai perso voleva dire che dovevi proprio perderlo. L'Es - che è più furbo di mille demoni - mi ha fatto dire la verità: e cioè: quello che hai perso, proprio lì e non da un'altra parte, in quello che hai perso sta la cosa che dovevi leggere. Sono proprio fottuto: solo gli scrittori fanno lapsus così. Koff koff koff ... (tossicchiare imbarazzato).
postato da gino tasca il 16/09/2004 11:13

e io quello pubblicherei, Gino :)
postato da untitled io il 16/09/2004 11:57

Attenzione, Untitled. I blog hanno ampliato l'oggi. Tutti i blog, non solo quelli che assomigliano di più ai quotidiani perché danno notizie di interesse "generale". Oggi io so che cosa succede in Iraq ma anche che cosa ha sognato La Pizia stanotte o com'è andato il colloquio di lavoro di Gattostanco... (esempi inventati). Da qualche anno il mio "oggi" di lettore è fatto non soltanto di notizie erogate da strutture imprenditoriali, professionali, istituzionali (giornali ecc.), ma anche di notizie individuali (blog). Che poi queste notizie si riferiscano a fatti che coinvolgono due milioni di persone o due persone e basta, non fa differenza (almeno da un punto di vista assoluto). In questo senso io vedo la scrittura del blog più vicina al gionalismo (all'"oggismo", se mi concedi il termine) che ai libri. Quando parlo di "oggismo" del blog intendo una parola ancora calda, che ha la possibilità di manifestarsi (di essere pubblicata) in tempi brevissimi, e non soltanto un commento alla cronaca o un giornalismo fatto in casa in un sito (cfr. Wittgenstein di Sofri figlio). Se a questa caratteristica ci aggiungi la non solitudine della scrittura (il blog è scrittura in pubblico, in diretta, davanti a tutti, immediatamente, ed è fatalmente condannata a correggere rotta o riplasmarsi - o anche solo a rispondere polemicamente, o ignorare - a seconda delle reazioni che ottieni nei commenti), secondo me vedi come la scrittura del blog è radicalmente diversa rispetto a quella dei libri. Ma, ripeto, ciò non significa che non ne possa venire fuori qualcosa di molto fruttuoso, a pubblicare i blogger. Resto un po' perplesso sull'esito un pochino regressivo di tutto ciò: ma come?! Non era meraviglioso, rivoluzionario, innovativo il nostro scrivere nei blog? Che cosa ci manca, se c'è bisogno di farli diventare libri o di scrivere ex novo libri a nostra volta? Non è un pochino deludente, alla fine, desiderare sempre il solito feticcio cartaceo? Insomma, sotto sotto siamo uguali ai soliti questuanti autori di manoscritti che cercano la pubblicazione? Tu, Untitled, perché senti questa necessità? Non ti basta leggere i blogger? Che cosa ti spinge a metterli su carta? Che valore agiunto ci trovi? Non sono domande polemiche, eh! Vorrei capire meglio. "Tutto il mondo è fatto per finire in un bel libro", scriveva Mallarmé. Anche il blog deve avere per forza questo esito? Scusami se ho espresso queste perplessità. Spero siano utili.
postato da Cane Randagio il 16/09/2004 13:50

Ecco, io non sono d'accordo col carattere "regressivo" di questa cosa. Perché a fronte di tante belle cose che possiamo leggere nei blog, ce ne sono tante altre che non possiamo leggere NE' NEI BLOG NE' NEI LIBRI: nei primmi perché fuori misura rispetto al mezzo (intendo "fuori misura" in un senso molto ampio) e nei secondi perché gli editori non li vogliono. A questo ruguardo citerei un bello scambio fra demetrio e un editore, nel quale l'editore (o l'editor di collana, non ricordo) gli risponde semplicemente (cito a memoria) "non è che i tuoi racconti non piacciano, è che non sono stati proprio letti, E NON VERRANNO LETTI perché un lettore costa, mentre noi sappiamo che I LIBRI DI RACCONTI NON VANNO, se non sono racconti di uno scrittire famoso". Ho citato questo ""argomento" perché si tratta di un dato di fatto dato ormai per scontato, sul quale nessun editore (né grande né piccolo, checché se ne dica) si sogna di rischiare. Bene io credo che la comunità di blogger, o più ampiamente di scrittori e lettori della rete, sia più che pronta a ribaltare questo assunto, che invece risale a ben più di un decennio fa (e per di più: le vendite sono diminuite, non aumentate, nonostante la luminosa analisi di mercato di cui ho appena dato conto). P.S. ricordati che gli autori saranno piuttosto untitled. Mi piace la soddisfazione dell'autore, di vedere una sua cosa stampata - mi piace meno la soddisfazione di vedere "il proprio nome stampato sulla copertina". E tu di quest'ultima soddisfazione parli, quella che io per prima (sollevando critiche) mi sono azzardata a chiamare "micragnosa" (avrei potuto limitarmi a piccola, è vero...) Ma adesso basta vado a pubblicare il "proposito" :)
postato da untitled io il 16/09/2004 14:09

Sui libri di racconti: non sono d'accordo. Fai un torto a editori grandi e piccoli, se generalizzi quella risposta data da un editor svogliato a Demetrio. Minimum fax ha pubblicato l'esordiente più interessante dell'anno, che ha ricevuto molti riconoscimenti (compreso il Premio Campiello Esordienti), e ha fatto svariate ristampe del libro: parlo di Valeria Parrella, "Mosca più balena". Poi, sempre da minimum fax, Christian Raimo è al suo secondo libro di racconti (senza avere mai pubblicato un romanzo). Nicola La Gioia esordì pochi anni fa con un libro di racconti (ancora minimum fax). Ora è in libreria con un romanzo presso Einaudi. Sono forse scrittori famosi? Erano famosi, prima di esordire? Aldo Nove e Niccolò Ammaniti non erano scrittori famosi. Riscossero attenzione con due libri di racconti: "Woobinda" (Castelvecchi) e "Fango" (Mondadori, secondo libro di Ammaniti; il primo era sì un romanzo, ma uscito per una casa editrice minuscola e praticamente non distribuita, Ediesse). L'anno scorso Antonio Pascale è approdato alla narrativa di finzione (dopo un libro di reportage per l'Ancora del Mediterraneo, poi ripubblicato in Stilelibero Einaudi) con un libro di racconti, "La manutenzione degli affetti" (Einaudi). Con tutto il rispetto per Pascale, è forse uno scrittore famoso? Mi fermo qui, anche se potrei moltiplicare gli esempi. L'editore che ha dato quella risposta a Demetrio è uno che voleva tagliare corto, e secondo me non è rappresentativo di un bel nulla. E' vero che gli editori preferiscono pubblicare romanzi. Ma questo non è anche un po' colpa dei lettori che sono meno interessati ai racconti e vogliono una storia unica e articolata? Infine, c'è pure un pregiudizio: gli autori di racconti vengono considerati meno "bravi" dei romanzieri, come se avessero il fiato corto... Ovviamente non sono d'accordo con questo pregiudizio. Anzi, spero di cuore che questa iniziativa vada in porto, sarebbe fantastico. Attenzione, però: i libri debbono essere veramente belli. Passata la curiosità iniziale dei primi titoli, ricordati che nessuno compra libri o li legge per spirito di solidarietà verso l'editore o verso una rete di persone entusiaste e onestamente motivate. I libri si leggono perché sono belli: che li pubblichi Mondadori, Einaudi, minimum fax o Untitled Ed.
postato da Cane Randagio il 16/09/2004 16:20

cane randagio gli esempio che hai fatto tu sono gli stessi che ho fatto io al mio amico editore. Spiegandogli non tanto che il mio testo era bello o brutto, ma cercando di capire perché non l'hanno letto. E che non l'abbiano letto ne è prova il tempo intercorso tra la consegna del malloppo (200 pagine) e la lettera del siamo spiacenti (1 giorno). Loro mi hanno detto noi non leggiamo i racconti perché i racconti non vendono e io gli ho fatto gli stessi esempio che fai tu. Hanno fatto spallucce. Lo stesso. Invece di leggere e dire: demetrio il tuo libro fa cagare, il che mi va anche bene. Ma leggilo per dio. Quello che credo caratterizzi Untitled Ed. è forse questa idea: non dire racconti, romanzi o altro ma dare spazio e interesse alle scritture. Questo non significa che Untitled mi pubblichi. Non è questo il problema. comunque grazie. d.
postato da demetrio il 16/09/2004 16:33

Prendo atto di quel che dici, Demetrio. Io commentavo soprattutto questa conclusione di Untitled: "Ho citato questo 'argomento' perché si tratta di un dato di fatto dato ormai per scontato, sul quale nessun editore (né grande né piccolo, checché se ne dica) si sogna di rischiare." Ecco, questa generalizzazione è semplicemente falsa (e anche un po' vittimistica). Gli esempi di scrittori assolutamente non famosi che esordiscono (o hanno esordito nei recenti anni passati) con un libro di racconti sono moltissimi. Chi è che non ha voglia di rischiare? Gli editori o i lettori?
postato da Cane Randagio il 16/09/2004 16:48

Stai tranquillo: sempre gli editori. In ogni caso: a un lettore non è richiesto rischiare, a un editore invece sì.
postato da untitled io il 16/09/2004 18:55

Io sto tranquillo. Resta il fatto che la tua è un'imprecisione grave, per non dire una falsificazione bella e buona. Basta dare un'occhiata alle bibliografie degli autori italiani pubblicati negli ultimi dieci anni: se ne ricava che molti hanno esordito con raccolte di racconti, o ne hanno pubblicate al secondo libro, ancora del tutto sconosciuti. Cara Untitled, per intraprendere una cosa buona, non è necessario spargere fango sulle cose fatte da tutti gli altri. Se vuoi pubblicare racconti, bravissima, io come lettore faccio festa, ti stringo la mano, ti applaudo per primo e sarò il primissimo e più affezionato acquirente della tua casa editrice, ma per favore non venirci a raccontare la favoletta che gli editori italiani non lo fanno o pubblicano solo i racconti degli scrittori affermati.
postato da Cane Randagio il 17/09/2004 01:38

Va bene, allora diciamo che quella che ha ricevuto demetrio è una risposta "anomala". Lo diciamo e lo speriamo, mi concedi? In ogni caso (e per tagliare la testa al toro): io non pubblicherò nessuna "raccolta di racconti" - ma per motivi del tutto diversi da quelli addotti dall'amico di demetrio. Io credo di voler pubblicare... uffa, come dirlo?... meccanismi. Ora mi dirai che tutti i libri sono "meccanismi". E in effetti è vero - ma se è così vero, perché questo bisogno continuo di ulteriore classificazione? Per finire (posso dire?): nonostante le tue osservazioni siano sempre piuttosto sensate e condivisibili, mi pare che tu ti stia esercitando in un ruolo di avvocato del diavolo che - per carità - può essere molto utile, ma che a questo punto tende a rallentare un po' il lavoro di graduale precisazione dell'obbiettivo che stiamo cercando di fare. Non credi? La costituenda casa editrice non ha nessuna intenzione agonistica. Ho un modo di presentare le questioni un po' brutale, se vuoi, e per questo motivo ho spesso generato, qui dentro, "dispute" infinite sul senso preciso da dare a una certa affermazione. Ripeto: a volte si tratta di un lavoro utilissimo - ma non sempre, e soprattutto non quando rischia di allontanare dalla meta o peggio di smorzare troppo gli animi. In tutto questo: lo sapevo che riportare quella cosa di demetrio avrebbe potuto generare questa inutile discussione laterale (inutile al progetto, dico). Quindi in primo luogo ho sbagliato io :)
postato da untitled io il 17/09/2004 11:29

Sempre in ritardo, sono d'accordo con Fabio soprattutto in un punto: Un libro è un "PROGETTO". Si scrive, si torna indietro, si cancella, si sposta, si aggiunge, finchè sta bene non solo il paragrafo, ma l'architettura totale, in un processo che non è lineare e che, ad un certo punto, coagula in un prodotto "finito" (che non lo è mai, ma è). Io (lettore) di quell'architettura totale ho bisogno, mi piace, mi soddisfa. Cose che durano un giorno ne ho fin troppe, attorno...
postato da Vincenzo il 20/09/2004 14:42

 

> vai al capitolo III