Leonardo è tornato

e ogni cosa è coesa

 

Avevo cominciato a leggere l'isola di arturo prima di andare a procida, poi sono andata a procida, che non sembrava averci molto a che fare col libro, se non per una certa aria segreta. C'era quest'aria segreta, luminosa ma chiusa, e lo sgarrupo. Il lieto sgarrupo delle cose edilizie tutte, non un muro in sanezza, non un colore omogeneo, non un legno stuccato, non un intonaco integro. Eppure, tutto magicamente funzionante. E naturale. E poi, questo traffico da alveare di moto e porter: dove andavano, dove si andavano a conservare? undicimila abitanti in quattro chilometri quadri: dove si ritiravano la sera, che dalle case non si vedevano luci accese? Vicino a dove stavamo noi c'era un cancelletto che chiudeva una specie di rettangolino, pieno di ferrivecchi. Era la differenziata dei ferrivecchi. Davanti a una casa in costruzione, su una tavola poggiata al muro stava scritto: leona', torna. Poi leonardo dev'essere tornato, in tre giorni la casa era finita, pitturata e tutto, il terzo giorno c'era già una ragazza a pulire coi detersivi.

Poi una torna e di nuovo deve leggere parole come "coesa". Gli aggettivi coeso e coesa non esistevano prima, esisteva solo coesione, vorrei proprio sapere chi cazzo è che all'improvviso decide che nei discorsi dobbiamo metterci a usare certe parole bruttissime - e anche difficili, se vogliamo: nessun globish, nessuna ascendenza dialettale, niente di pop che giustifichi la scellerata introduzione di quei termini. Semplicemente: dovettero piacere a qualcuno, e sto qualcuno, per editto, fissò la consuetudine.