Lo strano caso

della signora Untitled e del dottor Fanfalouche

 

 

[dalla notte dei tempi: Guardiani della Soglia contro Guardiani della Libreria, quinto round]



Quando una discussione non va più da nessuna parte, le possibilità sono diverse.
La prima è che si continui all’infinito: per amore della partita.
La seconda è che uno si alzi e se ne vada: butto all’aria le carte, non gioco più, che palle.
La terza è che si prenda la discussione da un altro lato: cambiare gioco, non andare più a scala ma a figure, scartare tutte le picche e concentrarsi sui quadri, provare un bluff, che ne so.
Di mio (ti pare strano?) preferirei la prima. Sono una tignosa che non hai idea (e questo ci accomuna, Fanfalouche). Mi piace la tensione del gioco in sé, il non arrendersi, il continuare. Sapere che le mie ragioni se ne stanno ancora lì tutte in piedi come birilli mi fa dannare (se ne vedessi crollare una, una sola, non avrei difficoltà ad ammetterlo, anzi quasi quasi mi metterei a festeggiare, lo giuro). Ma questa partita, davvero (se è una partita) rischia di durare in eterno, e c’è un limite a tutto.
Una un po’ se le tira queste cose, se si ostina a chiamarsi Untitled. Ma insomma, è così che mi chiamo. Prendimi così, che ti costa? Ma a te ti dà fastidio proprio questo: che ci sia qualcuno che si sia sognato di chiamarsi così. Per te il nodo di questo blog è il nome della sua proprietaria. Non te ne importa niente di come è costruito, di dove vuole andare a parare, delle sovrapposizioni, dei guardiani della libreria, perfino della casa editrice t’importa niente: t’importa solo, di questo blog, che io mi chiami Untitled.
Tu mi dirai: non era questo, l’oggetto della discussione. Ed evidentemente no, non era questo per niente, e quello che ho appena enunciato è un pregiudizio. Come non lo era il mio presunto problema con gli scrittori. Non ho nessun problema con gli scrittori, come te lo devo dire? anzi fa ridere solo la frase: “ho un problema con gli scrittori”. Prova a ripeterla: non ti fa ridere? suona, che ne so, tipo “ho un problema coi vigili del fuoco”. Se poi a problema ci aggiungi “irrisolto”, la comicità diventa perfino raffinata, surreale, non credi?

Ho un problema irrisolto coi vigili del fuoco.
Ho un problema irrisolto coi vigili del fuoco.
Ho un problema irrisolto coi vigili del fuoco.
IL FATTO E’ che ho un problema irrisolto coi vigili del fuoco.

Ho un problema irrisolto con quelli che si chiamano Untitled.
Ho un problema irrisolto con quelli che si chiamano Untitled.
Ho un problema irrisolto con quelli che si chiamano Untitled.
IL FATTO E’ che ho un problema irrisolto con quelli che si chiamano Untitled.

Ho spostato l’attenzione su di me. Beh sì. Mi sono scocciata di parlare degli scrittori, voglio parlare di me. Tu vuoi parlare di te? Se vuoi parliamo di te. Di me o di te?

Parliamo di me. Supponiamo che io sia una scrittrice di professione. Una che ha scritto libri, che li ha pubblicati, che li ha venduti, che li ha portati in giro, che ne so. E supponiamo che a un certo punto mi apra un blog, nel quale mettermi a scrivere e nel quale parlare di scrittura (e di cos’altro, se no?).

- In questo caso, ti chiameresti col tuo nome e cognome?
- No.
- Diresti a tutti che sei una scrittrice di professione?
- No.
- Non ho capito: vuoi dirmi che non racconteresti a tutti che hai scritto questo e quest’altro libro?
- Proprio no.
- E perché no? forse perché ti vergogneresti di ciò che hai scritto hai detto hai fatto col tuo nome e cognome?
- Oh no!
- E allora perché?
- Perché non vorrei marcare una differenza fra me e le altre migliaia di persone che scrivono e che non hanno mai pubblicato un opuscolo in vita loro.
- Ma non ho capito: per falsa modestia, per gentilezza, per piatto formalismo, o per cosa?
- No, non per falsa modestia, né per gentilezza, né per formalismo: il fatto è che non mi piacerebbe essere giudicata per quello che ho scritto, ma per quello che vado scrivendo.
- E perché mai?
- Perché la rete è “quello che si va scrivendo”, non quello che si è già scritto. E’ quello che sta succedendo, non quello che è già successo.
- E parleresti mai di te scrittrice come se si trattasse di qualcun altro?
- (risata) No!
- E perché?
- Perché mi sembrerebbe veramente buffo.
- Ma se non lo facessi, qualcuno comincerebbe ad avere dei dubbi, no?
- Beh è vero. La gente è strana. Però non so bluffare.
- Ti ringrazio per le risposte. Un’ultima cosa: sei sicura di chiamarti Untitled?
- Sicura, sì. Grazie a te per le domande.
- Prego non c’è di che. Adesso tocca a me però.
- Sì. Vai.

Parliamo allora di te. Supponiamo che tu sia uno scrittore di professione. Uno che ha scritto libri, che li ha pubblicati, che li ha venduti, che li ha portati in giro, che ne so. E supponiamo che a un certo punto tu decida di aprirti un blog, nel quale metterti a scrivere e nel quale parlare di scrittura (e di cos’altro, se no?).

- In questo caso, ti chiameresti col tuo nome e cognome?
- Sì.
- Diresti a tutti che sei uno scrittore di professione?
- Sì
- Non ho capito: vuoi dirmi che racconteresti a tutti che hai scritto questo e quest’altro libro?
- Già. Sì.
- E perché sì? forse perché non ti vergogneresti di ciò che hai scritto hai detto hai fatto col tuo nome e cognome?
- Esattamente, sì. Ma c’è dell’altro.
- Cosa?
- Mi sembrerebbe importante marcare una differenza fra me e le altre migliaia di persone che scrivono e che non hanno mai pubblicato un opuscolo in vita loro.
- Ma non ho capito: per non essere accusato di falsa modestia, o di piatto formalismo? e se no, per quale altra ragione?
- No. Nessuno mi può accusare di falsa modestia, di troppa gentilezza, di piatto formalismo: il fatto è che mi piacerebbe essere giudicato per quello che ho scritto, oltre che per quello che vado scrivendo.
- E perché mai?
- Perché basta con questa favola che la rete è solo “quello che si va scrivendo”: la rete è anche un modo di veicolare quello che si è già scritto. Quello che sta succedendo, va bene – ma anche quello che è già successo.
- E fingeresti mai, ogni tanto, di essere un emerito sconosciuto?
- (risata) Mah, perché no?
- E perché lo faresti?
- Perché mi sembrerebbe divertente.
- Ma se lo facessi, qualcuno potrebbe cominciare ad avere dei dubbi, no?
- Beh è vero. La gente è fatta così. Però so bluffare benissimo.
- Ti ringrazio per le risposte. Un’ultima domanda: come ti chiami?
- Beh mo’ sei scema. Avevamo detto “supponiamo”, no?
- Già. Supponevamo. Scusami.
- Figurati.