lontani da me, scivolo!

 


sono stata bene in questi ultimi tempi, ho esagerato perfino un po'

anche se non so più bene che significa esagerare, non mi ricordo molto, non mi ricordo niente. Si vede che sono entrata, scalza o meglio con delle calzine scivolosissime, nel perimetro della famosa tabula rasa, meno di un mese e compio cinquant'anni, non farò la scemenza di far finta di niente e di parlare del tempo, questo è il mio argomento oggi e lo sarà

per il prossimo paio di mesi io credo

comunque già ieri, qui dalla tabula rasa appena inaugurata, mi guardavo intorno appizzavo l'orecchio, e mi rendevo conto che di tutte le persone a cui scrivevo a cui parlavo a cui pensavo, nessuna mi rispondeva o aveva voglia di parlarmi, "è entrata nella tabula rasa" ho immaginato che pensassero - non sapendo che fare ed essendo piuttosto triste la circostanza

e non sentendomi affatto in forma che devo smetterla con la frutta, stare attenta alla frutta questo è il fatto, oppure era solamente che avevo voglia di un caffè, e di fumarmi tre o quattro sigarette dopo il caffè, sono andata all'oviesse e mi son comprata un giubbotto, e un paio di pantaloni finalmente più larghi, che da quando non fumo sarà pure che "sto meglio" e che prima ero "pelle e ossa", come mi dicono i fan, ma il fatto è che sono ingrassata di tre chili, e tutti sulla pancia porcaputtana, e a parte le sigarette questo succede in prossimità della menopausa, ho letto, lo sapevi? ecco perché

le donne grandi hanno sempre quegli strani pantaloni, e un tipo particolare di jeans

a parte i fatto che mi chiedo, le solite madonna e sharon stone che sempre citano, ce le hanno ancora le mestruazioni?

comunque è vero che non se ne può più, le donne quando smettono di scrivere di ritardi mestruali iniziano a scrivere di amanti, e quando smettono di scrivere di amanti incominciano con questa mestizia della menopausa, meglio gli uomini che almeno parlano di geografia e di politica

o di amore, di ammmmmore come sapeno fare loro, banalmente cioè

"scusa, ma quella canzone ha coperto qualunque altro pensiero sul tema", dice il primo commento a questo post di musicamauro, del quale però decido di non condividere il nostalgico video, preferendo sicuramente mina a questa dionne warwick che sembra la mamma di michael jackson, e che comunque evidentemente non capisce una parola di quello che sta cantando (ma se vuoi ci sono cover di renato zero, mia martini, alex baroni, andrea bocelli & elisa, jenny bi & massimo ranieri, silvia mezzanotte, luca laurenti perfino)

per dire che sto in mezzo a un campionario di invecchiamenti e di nostalgie possibili, che come in un negozio di stoffe mi srotolano davanti tante pezze di diversa consistenza, e mano, e non mi resta che scegliere verso quale tristezza andare, o di quale tristezza ammantarmi, se proprio devo trasformarmi in una signora di mezza età (che a rigore la mezza età l'avremmo pure superata, ma è per fare cifra tonda)

e all'improvviso, mi sembri molto grande
(curioso si dica "grande" che si è già giunti alla mezza età
un'età aperta, vuol dire
spaccata in due come una mela
di cui la parte matura si mangia dopo
che quella acerba ti si è già messa sullo stomaco)
ma infine, che te ne importa:
non sono grande forse io?


[1997]

Lettere dell'Australiana

 

 

● Sono molto più tranquilla oggi. Ci sono tempi in cui si deve aspettare, è come aspettare che qualcuno finisca di pulire una stanza, è ancora bagnato adesso aspetta che asciughi. E inoltre ci sono cose che non si possono avere, o non si possono avere subito o non si possono avere mai, questa cosa non mi è chiara ma nell'incertezza...

nell'incertezza, diamoci una calmata. Una certa quiete, per me è difficile. Io non sono una persona quieta.

 

● Ieri sono andata a vedere un concerto. Erano tedeschi, fanno musica elettronica. C'erano molti ragazzi giovani, davvero molto giovani sai. Tutto era molto freddo e composto, formalmente perfetto. Anche le loro facce, e le loro espressioni corporee, erano molto eleganti, molto belli, e molto irraggiungibili per me.

 

● Guardo molto i ragazzi più giovani. È un problema, anche se molti dicono che non dovrebbe: anch'io sto attenta alla forma, una donna di sessant'anni non dovrebbe avere niente a che fare con uomo di venti, neanche per dirgli che gli sembra molto attraente, ed elegante. In quest'epoca ghiacciata e senza passioni, queste questioni di forma sono assai più rigide che nel secolo scorso, quando un po' tutto si poteva perdonare, al sangue o al fascino. E' un dato di fatto, e io mi adeguo docilmente agli stati di fatto, dopo un breve subbuglio di ribellione.

 

● E d'altra parte. I miei coetanei fanno una questione di ogni minima cosa. Sono muscolari e organizzativi, hanno visions e letture del futuro, quasi non si rendessero conto di non avere molto futuro, al contrario di me che invece so benissimo di aver vissuto più di quanto ho da vivere. Il che fa la differenza, è giusto che ne faccia. Io non nascondo la tristezza di essere invecchiata, o almeno di stare invecchiando. E nemmeno ho la tentazione di fare della mia età una leva per ottenere potere.

 

● In tutto questo, tu dici che vorresti qualcuno che t'insegnasse. Ma che cosa ti posso insegnare io. Io ti guardo con un'ammirazione che non riesco a dissimulare - riesco pure a vedere i tuoi limiti, che poi sono i limiti di una persona di vent'anni vista da una persona di sessanta, ma mi dico anche non sono importanti, perché quando sarò morta lui sarà vivo, e allora i suoi limiti te li fai a brodo.

Scusa la sciatteria dell'espressione. Una persona della mia età non dovrebbe essere sciatta. Ma dell'eleganza mi è sempre sfuggito qualcosa, quella cosa sostanziale che è il rispetto per l'altro. Io sono meno rispettosa di quanto mi affanni a mostrare.

 

● È nero, fuori. Non nero, grigio piombo - si vedono alcune camicie e magliette bianchissime giù in strada, stagliarsi contro i muri e i marciapiedi, grigi e solidi, e i volumi dai margini netti di alcune macchine metallizzate, che all'improvviso sono di un grigio denso, da pellicola. Si scampa dall'estate, tutto si calma e ridiventa elegante, in uno sventaglio di mazzetta di colori da pittura, sezione tonalità di grigio, dal gesso all'alluminio al piombo al ferro all'ardesia. Volevo dire che c'è una quiete molto elegante nel rinunciare a toccare ancora, come pure nell'interrompere l'esposizione.

 

● L'uomo s'è addormentato, in mezzo a questo grigio fotografico, temporalesco. C'è quiete nell'eleganza dei grigi, l'insperata possibilità di riposarsi. È arrivata, non è stato molto piacevole, ma intanto s'è addormentato di un sonno calmo, efficace. Lei pensa: probabilmente, quando si sveglierà, tutto sarà impercettibilmente più triste e sgombro. Però sarà più reale, di una realtà fotografica dalla grana finissima e dai contrasti eleganti, spiegati. Ci vuole una sapienza e un'eleganza nell'aspettare - che io non ho, si disse lei. Eppure era l'Australiana.

 

● Quindi è questo, invecchiare. Che all'improvviso, ti stagli su uno sfondo con la postura di una signora elegante. E sembra una foto che proviene da mille passati, mentre fino a ieri saltellavi nel presente, tutta contenta e colorata, mobilissima - ecco, l'eleganza è fissità. E davvero i tuoi occhi - mesyeux? - da celesti diventano grigi, e dentro ci si può pure addormentare, scordandosi all'improvviso di tutte le complicate coreografie della grazia, le passioni, le tristezze, il furore. Non c'è modo di essere eleganti quando si dicono davvero le cose, questo è. Questo è, è un'espressione sua tipica - sua di lei, della signora.

 

● Ti farò sapere tutto questo fra qualche giorno, si disse l'australiana. Con infinita tristezza, se lo disse. Abbandonando d'un tratto le consuetudini dell'ardore, la fretta di concludere, la sconsideratezza assoluta e sorprendente dei suoi slanci d'amore. Solo l'attesa mi renderà bella, si dice. O almeno, abbastanza bella da non essere respinta. Ecco perché le signore, quando invecchiano, portano la testa più eretta e ostentano maggiore indifferenza alle urgenze: se non possono più farsi desiderare, almeno possono farsi aspettare.

 

● E poi questi problemi non più tuoi. Li sai insolubili, ma non puoi dirgli "non importa", perché nessuno risolve niente andando avanti con l'età: almeno per un po' dovrebbe ancora poterci credere, a una specie di soluzione per la tristezza - uguale a dire che il dolore è una cosa per giovani, e la tristezza è una cosa per vecchi. D'altra parte una volta la tristezza l'ha investito come un inizio d'autunno, e tu l'hai visto...

Beh.

Può succedere.

Una folata non significa nulla.

 

● Dormi ancora amore mio. Non c'è nulla di urgente da fare. Mi è venuto un brivido al collo, a chiamarti amore mio, come a un bambino o a un uomo amato da mille anni. Dormi ancora perché la mia rassegnazione ha bisogno di tempo. Perché non sono pronta a trasformare l'amore in qualche cosa di duro, in un potere qualsiasi. Il mio amore era lontano dal potere, e questa è una cosa strana per una donna, figuriamoci per una donna grande. E adesso aspetta a svegliarti, che devo dirti un'altra cosa, ma devo dirtela in sogno.

 

● Allora ti racconto: è arrivato il ragazzo con nome di stella. Come l'ho visto prendere corpo (un corpo pieno e solido di ragazzo, bei capelli), salendo le scale verso di me con la grossa valigia degli attrezzi, iniziavo a sbriciolare io.

Era bellissimo - e io no, continuavo stupidamente a pensare. E davvero stavolta non c'erano questioni: non si sedeva, non si faceva servire un caffè, non la smetteva di studiarmi e non era insolente - solo questo: la potente non ero per niente io, di fatto era lui che teneva la macchina fotografica in mano.

Che imbarazzo amore mio, che vergogna. Dopo che avevo scherzato arrogantemente, e con studiata nochalance, sull'abitudine sciocca dei nostri intellettualini, di posare col mento sulla mano, mi piazza all'improvviso a sedere su un divano (il terribile quadro degli oggetti alle spalle, e un mucchio di libri disposti senza amore sul cuscino al mio fianco, come pronti da appiccarci un fuocherello). Io che su un divano non uso stare, e non so proprio come starci seduta - glielo dico, ma fa finta di nulla. Non ti chiederò di essere naturale, mi dice, ma non so, sta' seduta normale, come se stessi aspettando qualcuno.

Io non sapevo chi aspettare, e mi sono messa ad aspettare a te. E mentre che ti aspettavo, la macchina fotografica morbida procedeva, a un ritmo che potevo agevolmente seguire il suo sguardo, fino ai ragionamenti che faceva (il ragazzo, lo sguardo, la macchina, o chiunque dei tre stesse ragionando).

Non è vero che si diventa sicure di sé, pensavo, e questa è davvero una tortura elegante: mi stanno ferendo con molta dolcezza, in modo ripetuto, e non posso fuggire mai più.

Guarda fuori della finestra, mi ha detto a un certo punto - in sostanza, mi ha chiesto di porgergli il lato peggiore, quello da capro o da struzzo - e io? l'ho fatto. Avrei fatto qualsiasi cosa a quel punto, e così fa una modella poi. Bene, benissimo, mi ha detto a un certo punto, ho già visto che ce ne sono di buone, bello, per me va bene così.

Poi siamo andati a mangiare un gelato e mi ha parlato di Berlino, dove abita. Dopo si è venuto a prendere la roba, e se n'è andato.

Non si uccidono così anche i cavalli? o com'era, quel film? e adesso me ne sto qui tutta rotta, scoperchiata, scarmigliata e spossata. Ho fatto le foto con addosso la camicia di ieri, smollata e sudata, e in quella luce i capelli devono essermi diventati giogioverdi - oltre che montati compatti, come un albume d'uovo, a neve ferma.

 

● Così, c'è questa confidenza tiepida da non sapere che farne. T'interrompo bruscamente, "scusa se t'interrompo bruscamente", dici qualcosa che non ricordo, ma suona come "non fa niente", come un non fa niente impercettibile o detto in un'altra lingua. Dolcemente e in modo allegro provi sempre a insegnarmi, io sbatto grandi ali, a farfalla, spezzettando le frasi, mentre sudo di allegria, di dolcezza e sto male, scusa se t'interrompo ma mi sento un po' male.

E dopo, sempre, ho bisogno di bere.

 

● Niente bere adesso invece, che te ne sei andato. Come gli uomini che dicono "vado a comprare le sigarette", che poi non sai se spariscono davvero o se tornano trafelati con un regalo in mano, per il tuo anniversario o che cosa. Mi addobbo per l'attesa di niente, allora, mi copro le spalle con qualcosa di molto colorato e qualsiasi, più o meno come quando arrivasti ma in versione più timida, quasi invernale: lo scialle di cotone sta sulla maglietta di lana come un fatto negligente - négligé, si dice in francese, come una vestaglia di seta su un vestito per uscire, perché non torni?

 

● Il conto torna a ogni prova, a ogni rigiro di addendi il risultato non cambia. Mi chiedo se devo darti un riscontro, se c'era un qualche répondez s'il vous plait, in calce al gesto o da qualche parte, ma senza aspettare oltre mi rispondo che no, purtroppo non c'era, o tu-non-volevi-che. Sto zitta e ferma allora, non troppo serenamente avvolta in questo tu-non-volevi-che.

 

Non tieni vergogna?, risuona in mente, e un poco da tutte le parti, non provi vergogna a fare questo?

No, non provo nessuna vergogna, neppure a fare ciò che mi chiedi, attendere e fidarmi, lasciarti lo spago, credere che nonostante che. Non provo nemmeno vergogna a farmi investire dall'odore mesto, da tinello dove si fa il sugo, di mille canzoni che com'è giusto da secoli e secoli interpretano il dolore e le ansie di molti, di tutti. Così io credo, in quelle canzoni, in quelle frattaglie, interrogo le frattaglie come una qualsiasi strega di un paesino del sud. E ho fiducia che mi dicano il vero, preannuncino il futuro, spieghino il passato e rendano plausibili gli amori, dolci e sensate le sofferenze, inutili o desuete le ironie.

[senza data]