mettiamoci una pietra sopra 9

maglioncini grigiochiaro

 

Oggi ho sognato, nitidamente ho sognato, una situazione ossessionante che per me rappresenta un tabu, e ha a che fare con l'intrapresa, con mio padre e con le regole.
Allora: mi ero comprata una casa a milano, in una palazzina ad angolo dei primi del novecento, tipo a tre o quattro piani, piuttosto malmessa ma tutta quanta (così pareva) abitata - e già m'immaginavo gli abitanti: gente torva e misera, torva e timida, torva e scassacazzo, torva e lavoratrice di non si capisce che lavoro, la quintessenza della frustrazione.
Guardando la palazzina dall'altro lato della strada, io (e non altri) dicevo, a non so chi: ho un'idea, metterò immediatamente mano alla ripulitura e manutenzione esterna, interna e per ogni dove, di questo condominio ammuffacchiato. Lo farò fare a velocità supersonica, in questo sole dolce che va tramontando (questo sole faceva parte del sogno, perciò lo dico), perché io ho i soldi, io ho i mezzi, so a chi rivolgermi e cosa fare, e soprattutto io ho la tranquillità e il coraggio - io lo dicevo, tutto questo.
Dopo aver forse già avviato in modo abbastanza inesorabile la faccenda, nel senso di aver già fatto arrivare il camion con i muratori, di averlo fatto arrivare dalla puglia voglio dire, da ottocento chilometri di distanza, perché mai mi sarei fidata di un'impresa del nord, altrettanto torva saccente e inutile come i condòmini di quella casa, quei condòmini con quei lisi maglioncini aperti color grigiochiaro (anche questi maglioncini fanno parte integrante del sogno), mi reco dall'amministratore del condominio (devo dire com'era?), felice di potergli annunciare la mia vaga ma lieta decisione, di metter mano alle superfici interne e esterne di quello stabile (come ho detto?) ammuffacchiato, e così segnato dall'ignavia, un'ignavia torva che si respirava nell'aria per tutto il quartiere - e lui mi dice sbarrando gli occhi, i piccoli occhi, "no!", spiegandomi che non era così che si faceva, che quantomeno avrei dovuto chiedere una riunione per chiedere un permesso (che non mi avrebbero dato) o anzi più propriamente, prima, avrei dovuto, proporre in riunione l'esame di tre preventivi presentati da tre ditte di scalzacani del quartiere, scalzacani nel senso che magari erano ex salumieri ex bidelli o ex ferrovieri, non come i miei muratori che erano figli di muratori da quattro o cinque generazioni, poi avrei dovuto proporre il preventivo della mia ditta di giù, più professionale veloce e naturalmente più economica, loro avrebbero dovuto accettare (se avessero avuto soldi o avessero voluto tirarli fuori dal materasso, il che non stava scritto da nessuna parte), e solo così, forse fra sei mesi non certo oggi, avrei potuto rendere presentabile quello stabile popoloso e semifatiscente. Provavo a ribattere mantenendo l'entusiasmo, mantenendolo con le mani disperatamente, "vabbè pago tutto io per adesso, poi mi ridaranno la loro quota con calmissima, alle rate che vogliono, nel giro di due o tre anni" ( e già mi rendevo conto di stare proponendo una cosa assurda, ma era per mostrare che non ero una delinquente, ma una sinceramente interessata al decoro di quella fetta di città, e solo in secondo luogo dei locali che avrei abitato). Tanto era difficile quella conversazione, dove il mio entusasmo e la mia allegra decisione franavano rovinosamente sul lurido pavimento di quell'ufficio appena appena abitabile, intriso com'era degli effluvi provenienti da quegli orribili maglioncini di lana rasata grigiochiaro, che a quel punto me ne scappavo fuori, dove ancora il tramonto dorato sui fabbricati giallo zucca, grigi o marroncini, e l'aria limpida e il cielo azzurro, come spesso a milano d'estate, e mi reco nel piano terra ormai tristemente di mia proprietà, dove tre dei miei muratori, cioè due più il capocantiere, avevano già messo in piedi dei trabattelli, e stavano lì a spicconare con leggerezza e precisione le parti più ammuffite dele pareti e delle volte. Il sole, tramontando, sbatteva sui pavimenti di cemento decorato, color mattone nerofumo e grigio piombo, molto oppressivi ma anche belli in quella luce dorata, e il capocantiere mi annunciava lietamente: "oggi ce la finiamo tutta, poi puliamo tutto per bene, così domani...". E a quel punto, improvvisamente, venivo presa dalla paura. Prima "fate piano" dicevo, cioè non fate rumore, poi più decisamente chiedevo loro di smontare ogni cosa, e di provare ad aspettare con me l'esito di tutte quelle procedure "legali" (anche se dentro di me sapevo, di stare dando corso a una mera operazione di pulizia). Loro non capivano, cioè capivano ma non si potevano opporre, essendo io la direttrice dei lavori oltreché la proprietaria. Alle mie spalle o al mio fianco compariva mio padre, scettico: avrebbe detto volentieri, a quelli, di continuare eccheccazzo, tutti quei soldi buttati a venire col camion fino a lì, i trabattelli già montati, quell'aria lieta e tranquilla e sapiente di lavoro buttata all'aria, ma non era possibile! (m'immaginavo che dicesse, ma non so se diceva, sentivo solo forte la sua disapprovazione, per quella piccola ma anche enorme e ingiustificata mia mancanza di coraggio, "ma fottitene" mi diceva con tutti i pori, il mio padre attentissimo alla delicatezza e alla qualità dei lavori, e l'immagine stessa della giustizia della legalità della pulizia morale, diventato improvvisamente "l'illegale", o meglio quello che stava impedendo a me, di essere "legale", cioè ignava e lasciare tutto come stava, ammuffacchiato e tranquillo).
Basta. Questo sogno rappresenta moltissime mie situazioni lavorative. La disperazione è questa: che mentre procedere in un modo del genere (un po' rapido, e ingiustificatamente "a proprie spese e sotto la propria esclusiva responsabilità"), finalizzato alla semplice manutenzione (o peggio ancora: alla messa in sicurezza) di uno stabile, è "illegale", legale è invece cercare di ottenere quella carta, quelle carte, quegli assensi, e tutte le simpatie necessarie, che giustifichino un lavoro meno completo oppure eccezionalmente tardivo oppure palesemente di pezza, più che di sostanza (che la sostanza primo costa, e secondo troppa sostanza può turbare gli equilibri, i portafogli, la caduta mollicchia dei giacchettini), attraverso altri mezzi, che chiameremo nel loro insieme "politici".
Questo modo apparentemente antipolitico e responsabile di procedere, contro l'ordine regnante nelle carte - questo ingiustificato mettere a disposizione risorse patrimoniali proprie, contro un'equa spartizione degli oneri fra mille situazioni a vario titolo "debitorie" (debolmente avviate, ma senza impegno, da una vaga "intenzione di far qualcosa, un giorno, sempreché"). Sole dorato che tramonta infine, contro quei maglioncini grigi di lana sottile, sempre uguali e ugualmente polverosi d'inverno come d'estate. Allora penso: questo (questo quale?) potrebbe essere uno dei motivi che spingono una certa quantità di gente di qui (gente perbene, e non folle, e nemmeno rimbambita dalla tv, anzi che nemmanco la guarda la tv, come per esempio un gran numero di lavoratori dell'edilizia, o di artigiani, di piccoli imprenditori, e nel caso dei piccoli imprenditori molti di quelli che osservano tutte le norme di sicurezza pagano tutti i contributi e non hanno a nero nessuno) a votare a destra, o insomma a non votare più a sinistra. Dico questo dopo aver parlato con moltissimi fabbri, falegnami, pittori, elettricisti, piccoli imprenditori, muratori. Dopo aver sentito le loro ragioni di scoramento, dopo aver pensato che se stanno diventando pure loro torvi, come persone, e se sono tutti quanti lillì per invecchiare in modo brutto, e infilarsi pure loro quei tristi maglioncini grigiochiaro, se si sono pure loro così intristiti, abbrutiti, o anche solo semplicemente spenti negli occhi e resi molli nelle mani e innaturalmente voraci, è perché da questa piccola voracità imparata oggi è come se dovesse discendere, domani, quella minima "sicurezza" (per sé, per la famiglia, per gli anziani della famiglia) di cui tutti abbiamo bisogno...
ma poi no, il mio sogno non voleva essere un'analisi politica di nessun genere, né tantomeno "di settore", nonostante l'argomento edilizio del sogno e delle discussioni di ieri e dell'altroieri: era solo la solita analisi che mi faccio io quotidianamente, come un solitario arrabbiato, sbattendo le carte sul tavolo perché non esce, sulle ragioni del mio cosiddetto fallimento, che vedo sempre che è il fallimento di un modo di fare più che di un mondo - dal momento che il mondo di maglioncini grigiochiaro è sempre esistito ed è sempre stato orgogliosamente ignavo, solo che prima era bilanciato da quelli che facevano (verso i quali, se pure provava invidia e irritazione somma, era costretto a portare rispetto), mentre oggi si pasce in una specie di vittoria, del mollusco sul muscolo, dell'indifferente sull'appassionato, del chi-non-fa-non-sbaglia, e se è abbastanza torvo si arricchisce pure, ma comunque di sicuro non s'impoverisce.

 

P.S. che strano, proprio con un muratore che spicconava su un trabattello cominciava il "diario di untitled io", il blog che mi aprii nel 2005 all'interno del sito di untitled editori, dopo aver chiuso il vecchio "io e palmasco". Si chiamava "anello baricentro e scala". Lo aggiungo qui prima di pubblicare - anche perché, a rileggere oggi quello che solo ieri mi premeva così tanto raccontare, cioè tutto il papello di qua sopra, mi sta salendo una specie di nausea. Spero che il frammento che riporto qui sotto, scritto anch'esso "spontaneamente" più di quattr'anni fa, (un giorno le persone come me la pagheranno tutta questa "spontaneità"...) sia una specie di indizio: che non mi so lamentando, che sto solo cercando di immaginare come conviene procedere. E che si può scendere e salire più e più volte, finché non si è finito, e che non è necessario fare tutto in una notte, davvero come se "fare" fosse qualcosa di illegale a priori.


anello baricentro e scala


baricentri.JPG

Devo avere la forza di non fermare le mani mentre discuto, e di non discutere mentre rifletto, e di non riflettere mentre muovo le mani: è un anello, ed è questione di non perdere il baricentro. Proprio il contrario di quello che mi si chiede.

Anche stanotte ho sognato: una cosa importante, una frase chiave - che ho subito dimenticato, che era forse il baricentro.

Giù quindi dalla scala, di nuovo.

 

[11 aprile 2005, primo post del secondo blog]

 

NOTA: archiviamo immediatamente nella mesta sezione "mettiamoci una pietra sopra"