Tu n'écriras pas

 

Tu n’écriras pas (tu crieras). Tu n’écriras pas (tu te souviendras). Tu n’écriras pas (tu feras l’inventaire, la description, la pesée, le compte, l’accusation, le règlement). Tu n’écriras pas (tu marcheras, tu regarderas, tu enquêteras, tu accumuleras). Tu n’écriras pas (tu liras, tu écouteras, tu copieras)...

 

Basta. Basta eh? Basta. Vai un po' su facebook a divertirti, scendi a bere una cosa, habla con ella e con ello. Levati le cuffie.

Parlo al telefono camminando a lunghi passi e mangiando pomodori, avanti e indietro cucina studio cucina studio, parlo con lei e con lei, hablo con ella ed ella, non la finisco di camminare, raggiungere la cucina, tagliare un pomodoro rosso tenendo il telefono col mento, mangiare il pezzo di pomodoro e riavviarmi, parlo a bocca piena, la polpa dolce, anna, qui è anna che vi parla, dall'argentina, sì sto bene, sto bene, sto bene, e che cosa facciamo allora? organizziamo. Organizziamo questa cena a firenze, no aspetta, voglio rintracciare uno, uno chi? un mio amico, e come si chiama? si chiama francesco, francesco "checco", e da quanto non lo vedi? da vent'anni. VENT'ANNI?
Comunque, ella, cara Ella, ti sento abbastanza bene, nonostante il periodo pesante gli impicci e inconvenienti anche gravi come le malattie, non solo tue voglio dire, dicevo quelle dei tuoi parenti, nonostante tutto ti sento allegra e piena di opinioni, perfino sorridente, un po'.

- e quindi ci vado io, a parlare per questa cena?
- no guarda che ci va lei, ormai ha detto che va, stai tranquilla
- ma io STO, tranquilla, abito proprio qua dietro, ci posso andare benissimo
- beh allora facciamo così: se non ci può andare lei, vuol dire che ti richiamo e ci vai tu.

Ho-voglia-di-te.
Ma come è possibile. Guardami. Guardami da quel lontanissimo da cui mi parli, è chiaro che non mi vedi, che ti ricordi soltanto. E sa dio che cosa, ti ricordi: una donna nel fiore, nel fiore della bellezza, quel fiore di quando una non si guarda, non si pensa, che il pensiero ce l'ha tutto altrove, e il corpo le serve solo a riprodurre, a nutrire, a contenere, a far nascere, dio che cosa e quale donna, ti ricordi precisamente tu?
Tu ti ricordi del fior fiore, di donna, la donna riproduttiva, liscia e tesa di piume, che già le dolorava, il ventre, questa strana parola ventre, quando la penetravi con quella grazia quella violenza sconsiderata, in quale epoca avveniva tutto questo? ma è chiaro: NEL SETTECENTO!
Nel settecento.
Ho-voglia-di-te.
Da quale presente mi parli, e tu chi sei, e da quale lontano e miope, da quale latte di opacità mi parli, che non ti rendi conto.

Hated by all and everywhere he goes
Blazing contempt for human life and lies,
Murder as art and what he knows he knows
From life and fear in other people's eyes

Crazy love is all around me,
Love is crazy love is kind
But I know somehow you'll find me
Love is crazy, love is blind

She walks the boulevard without a care,
Knowing too much but having come so far
Pretending life is just a game you play for nothing,
Loving no-one and nowhere

Crazy love is all around me,
Love goes crazy given time
But I know somehow you'll find me
Love is crazy, love is blind

She looks as if expecting a surprise,
Maybe an encounter that will change her life
Not knowing hot from cold or good for bad,
If life is just a joke or if it makes her sad

Crazy love is all around me
Love is crazy love is kind
But I know somehow you'll find me
Love is crazy, love is blind


Tu non zai quando mi sono stangato...
[Ernesto Rossetti al figlio Gabriele]

Queries

cosa mettere nelle tasche del cappotto aereo

 

Ho freddo ho freddo ho freddo ho freddo ho freddo.

Stamattina presto c'era un vento freddissimo e bagnato, adesso c'è un sole violento, come se fosse riflesso da uno specchio o da un pezzo di lamiera.
Mi faccio fotografie dove vengo bruttissima. Mi trema l'occhio destro, è proprio arrivato l'inverno.
Cosicché parti stasera. E io?


"Certo che siete state proprio sceme".
No è questa cosa, appunto, ti sto dicendo: la lamiera abbaglia, e poi senti il frastuono che fa... (no nel film non si sente, eppure viene fatta così tanto ondeggiare, il frastuono te lo puoi immaginare)
Il a recréé la femme!, esclama a un certo punto la signora. Esclamano tutte un po' troppo, veramente.

Una cosa bella è quando lei pronuncia il cognome, sempre doppio, esteso (nonostante i sottotitoli economici): megreg'maggoo
(no, non è qua, sta in un altro spezzone)
"sei rimasta solo tu a usare termini come spezzone - dammi il link, cmq"

l'uno in piedi in cima a una montagna di nave, guarda l'isola dall'alto avvicinarsi

le invia un breve messaggio di spavento, ultimativo e d'amore

quindi l'altro: ho 2 figlie, le comunica (così a numero, in cifra)

(contandosi le figlie sulle dita, concentrato sul senso)

(spaventato lui pure, ma di nessuna isola: di lei, di questa sua apparizione

repentina, sbagliata)

l'ultimo amico/amore scuote la testa e la guarda, come se gli parlasse, con gesti da sordomuta, da marte

(nulla che lo riguardi effettivamente, se non il grido di spavento, disturbante come un sibilo asciutto)

(di lei, ovvio di lei, il grido, che quelli non sa nemmanco chi siano)

la quale

su marte

prepara certi intrugli organizzatorii

(cappello verdeazzurro molto elegante, dall'aria antica, appropriato

con tesa piuttosto tesa, orizzontale proprio nel senso di segnare l'orizzonte, ombreggiarlo

quanto basta per non farsi spaventare, anche da quello)

(insomma, uno spavento comunitario)

(tremendo)

(irriferibile)

(il cappello: da mago!)

(ma non mago merlino: il bateleur dei tarocchi)

(ancora per pochissimo: è abile, procede a mano ferma, seguendo un suo preciso progetto)



E' normale che il mio pubblico si attesti da sempre sulle tre o quattro persone: i miei orari non sono naturali, le mie modalità non sono logiche. In altre parole, vivo protetta dal segreto e non mi ammazzano ancora.
Ci siamo dette ufficialmente, con la mia amica, che non ci tolleriamo. Ogni tanto mi succede, di dover ratificare queste lunghe insopportazioni, e allora spetta a me tagliare la corda, la cima: con un coltello affilato, di netto, come una macellaia.
Trovo altrove la mia linfa: sono un animale grosso e delicato che ha bisogno di succhiare, sostanze di origine naturale non troppo facilmente reperibili - cioè: sempre meno, in questo mondo innaturale e malsano.

Rileggo quello che sta in cima. Detto e fatto: in sintesi, blogging è fare proprio questa cosa qui, cioè non scrivere ma gridare (lamentarsi?), ricordare, fare l'inventario, la descrizione, la pesata, il conto, l'accusa (l'arringa?), il regolamento di conti... e poi camminare, guardare, cercare, accumulare, leggere, ascoltare, copiare...
Ricordo, anche, quello che c'era stato poco prima: qualcuno che mi parlava del caos (hélas: un argomento da salotto). E io che docilmente mi mettevo a riflettere sul caos, io che non l'ho mai riconosciuto, il caos, che non ne ho mai avuto paura, che me ne sono sempre (devo dirlo?) sinceramente disinteressata. Chiami me, figlia del caos? e non lo vedi, l'otto dell'infinito che fa la tesa del mio cappello? oh cristo, siete ottusi certe volte: in questo mondo innaturale e malsano, accumulare scoperchiare e copiare vi sembra un'allegra attività postmoderna e non invece un'attività intellettuale di rigore assoluto, come sarà possibile parlarvi? E poco importa che vi giustifichiate opponendo cifrature e op.cit. (op.cit., quante ne sapete eh?): voi, che avete inventato monumenti all'inefficacia su scala mondiale come Tumblr (l'Immaginifico), o Twitter (il Politico, tu pensa!), o Facebook, il Benefico Sociale, sapete leggere questo? Leggete questo, sì: leggete questo, e dite se siete in grado di riconoscere la linea conduttrice di ciascuna post-azione - e non vale opporre un "non mi interessa l'immagine" (che poi vale tanto quanto un "non mi interessa il cinema", "non mi interessano le scienze occulte", "non guardo la tv"). Avete dunque guardato? se avete riconosciuto la linea netta e senza tremiti, e non vi siete presi paura, ecco, questo è il modo di fare di alcuni - fra cui io ma certamente non solo io: io in quanto figlia di un'epoca e di un modo, io rivendico l'epoca e il modo, io rivendico un certo modo di fare drammatico, la drammatizzazione della...

E a proposito di drammatizzazione. Ieri sono andata a scegliere delle luci. Ogni volta che devo scegliere delle luci, la questione si risolve in un dilemma molto semplice: comfort, o drama? Io a furia di scegliere drama, faccio case che per metà restano smangiate dal buio. Odio le illuminazioni efficienti, odio la luce che tutto si mangia, odio la retorica del luminoso. Non che sia una creatura ombrosa, anzi vedi, sono allegra, il buio è fatto di mille colori e di mille contrasti, per me - il buio è fatto, soprattutto, di densità. Mi piace vedere l'espressione attenta di certi clienti quando faccio questo tipo di discorsi. Perché glieli faccio davvero, questo tipo di discorsi. Solo quest'attitudine francamente socievole (quanto è diverso socievole da social!) mi permette, d'altronde, di tentare una realizzazione, di dare corpo fisico all'esasperazione del gesto ideale, anche a livello progettuale. Che parole che dico poi, "livello" e "progettuale": per spiegare che sto parlando di realtà, e non di un mondo fantasy, dovrei farvi vedere cos'è il lavoro di architetto quando se ne sta lontano (felicemente, lontano) dalle gioie estenuate del rendering. Guardate questi per esempio: il primo è un momento qualsiasi di riflessione sul luogo del mio ultimo lavoro (dove riflessione significa: non aver deciso ancora alcune cose, non già saperle da prima, che quella sarebbe pontificazione video: qualcosa di molto simile all'odiato rendering, al booktrailer...). Il secondo invece, è una conversazione di lavoro al cellulare, rubata in macchina al mio socio di architetture, durante uno dei tanti tragitti in macchina in direzione del luogo di lavoro: l'ho registrata e l'ho eletta a paradigma assoluto del tipo di attività che faccio, anzi che facciamo, non io cioè (mi trovo a ripetere), ma le persone come me, educate come me, a tirare i fili del caos per farne tessiture palpabili (o quantomeno apprezzabili in dimensione, usabilità, resistenza)



STOP, BUONA LA PRIMA!
("Polly, stella, chiuderesti un pochino quella bocca da pesce?")
    
quanto scrivono d'amore tutti, pure quelli che non vogliono

esploderà questo pianeta e dai fondi dei cassetti cosa esploderà per l'aria?

herta muller raccoglie quintali di pezzettini di carta con sopra parole rumene da ricomporre su apposite lavagnette

Parole Rumene Scritte a Stampa

possediamo fra l'altro (ricordi?) un vecchio cassettone da tipografia, sarà difficile estrarlo dal vecchio studio trasportarlo a qualsiasi parte, peserà una tonnellata

contiene, non solo caratteri di piombo pesantissimi da giocherellare in tasca (ancora unti di un qualche tipo di grasso), ma anche strani timbri di legno, a forma di spugnetta per i piatti ma di legno, raffiguranti tralci o pàmpini (per esempio) d'uva, e svariati disegni scolastici, e/o decorativi per auguri o che cosa, anni trenta o quaranta, o cinquanta, chissà a che gli servivano, al tipografo Esabòn

che non è il nome di un settenano, è proprio il nome del tipografo che dismise la tipografia  di via bologna, quel locale lunghissimo così grigio, Esabòn si chiamava di cognome