Questo che sono diventata




Alto varco d’ingresso, aria di edificio restaurato con un concetto snobistico di ricchezza, forte e dissimulata, tutta concentrata nella materia, si vede dai pavimenti irregolari e lussuosi, e dalla grafica sobria dei cartelli che individuano le aule. Mi ricordo la miseria imbarazzante della facoltà di achitettura di Firenze, replicata in ogni sede, quando la frequentavo io. I ragazzi di qui sembrano ricchi, giovani, americani. I professori sembrano quasi inglesi. Vengo presentata a un professore, che si duole di non poter assistere alla mia “conferenza”, perché impegnato al piano di sopra, a presenziare alla conferenza del preside della facoltà di architettura di Milano, denominata “la metopa e il triglifo”. La mia invece si chiama “configurazione di equilibrio - la composizione e la casa”.
“Perché non la registrate?”
“Non è proprio una conferenza”
“E che cos’è?”
“È il filmato di una performance”.
“Allora ce ne facciamo una copia. Andate in segreteria e fatene fare una copia per la facoltà. È molto lungo?”
“Ventotto minuti”.
“Beh allora dopo venite su alla conferenza del preside. Siamo tutti lì”.

Cammino svelta.
Dietro di lui.
Che si porta un piccolo zaino, pesantissimo appeso a una spalla, dal quale sbuca – pericolosamente sbuca – argenteo un lettore dvd. Nell’altra mano, la pesante valigetta del proiettore. Tutte le volte che gli cammino alle spalle, mi stupisco prima di quant’è magro, e poi di quant’è alto e chissà perché, quando gli sono di fronte o a fianco non me ne accorgo.
Abbiamo entrambi vecchie giacche di tela molto sottili e di buon taglio, veramente stazzonate oltre che veramente vecchie, e di colore facciamo blu e nero, e di capelli facciamo biondo, e di andatura facciamo quelli che volano sui corridoio, come aliscafi. I ragazzi nei corridoi ci guardano, sicuramente, ma camminiamo troppo veloce per accorgerci di che cosa pensino. C’è comunque una diversità nelle andature, la mia non risente del trasporto di pesi, e ho delle ciabatte di marca con l’alta fascia di cuoio marrone scuro, la sua invece è impercettibilmente appesantita dai molti chili della strumentazione, dei cavi, dei libri, e ha delle scarpe nere, di pelle morbida e grassa, con la punta quadrata leggermente all’insù. Mi concentro assai, come spesso mi capita di fare, sulle sue scarpe di cui va sicuramente fiero, o sulle proprietà degli aliscafi.

La sala è una specie di navata dalla volta altissima. Dodici finestroni in alto, alti tre metri ognuno, hanno tende da oscuramento che si azionano mediante appositi interruttori. Quattro di quelle non funzionano, buio non ci sarà, la proiezione sarà strana, le immagini annebbiate. Doppia fila di altoparlanti, tanti per ogni fila, sono altoparlanti abitualmente collegati a microfoni, tarati quindi sulla voce dei conferenzieri, spesso sommessa - l’audio ne patirà. Ai banchi ci sono già alcuni studenti, chini su grandi quaderni aperti. Mi sento così leggera, avverto il sole forte al di là delle alte e spesse mura. L’ateneo prima era un convento, e per vedere il sole ci sono i chiostri, dove anche si può fumare, e chiacchierare, come frati.
Lui sale su un armadietto per attaccare con grossi pezzi di scotch il lembo di una tenda che non si chiude (quella più prossima allo schermo, la cui luce è più fastidiosa), sulla parete all’angolo dello sguincio. Per fortuna che è alto, mi dico, e magro, mentre uno studente servizievole gli porge, da sotto, l’alternativa di un nastro isolante – che come tutti sanno, sull’intonaco non tiene.
Salta giù, felice di mostrare ai suoi studenti una certa sua agilità, oltre che una democratica attitudine alla manualità. Più tardi mi racconterà del perché Mies van der Rohe prevedesse, per le sue case, l’utilizzo di tende di shantung, “shantung di cotone sottilissimo, o addirittura, anzi credo proprio, di seta” . Una storia di donne, naturalmente, che ti credi.

Il tecnico della facoltà gli chiede sa ha portato la prolunga. “Eccola qui”, dice trionfante, tirando fuori dallo zaino una prolunghetta a spirale, in tutto un metro, nuova nuova. Il tecnico scoppia a ridere, anch’io scoppio a ridere, “perché non va bene?”, dice lui stupito, “si allunga, guardate!”, dice, estendendola. Ridiamo ancora, sperando che la presa di corrente più prossima funzioni – viceversa, la prolunga avrebbe dovuto misurare sette o otto metri.
La presa più prossima però funziona - perfetto allora. Il tecnico si scusa con me per la scarsità di supporti tecnici dell’ateneo, “non li finanziano”, dice.
Facciamo uscire gli studenti presenti dicendo loro che dobbiamo fare una piccola prova audio. Si attende nel frattempo l’arrivo di altri studenti, quelli che sono andati al piano di sopra, convinti che la conferenza da seguire (quella per cui avranno i crediti) sia quella della metopa e del triglifo.
“Andateli a chiamare immediatamente, ditegli che è questa, la conferenza del vostro corso”.
“E l’altra?”.
“Non m’interessa. Io sono il vostro professore di progettazione, e vi dico che è a questa conferenza, che i miei studenti devono assistere”.
“Ma c’è anche quell’altra. Non eravamo sicuri”.
“Ma se ci sono locandine in tutte le bacheche e a tutti i piani!”.
Una locandina relativa a questa conferenza (“conferenza disciplinare”) sta in effetti in ogni bacheca, la incontri salendo le scale a ogni piano. Nella foto ci sono io, o meglio c’è la mia ombra che sembra rifuggire dalla luce abbagliante di un quadro bianco.
Si vedono, nel profilo dell’ombra, i capelli ricci.

(Il Santo - sub specie Thomas Moro, capelli lunghi e accento francese - nudo da sotto le lenzuola, osserva Emma, la Scienziata Americana, avvicinarsi con la camicia aperta, un reggiseno bianco a balconcino, di abbagliante cotone tipo sangallo, e dei biglietti ripiegati seminascosti dall’orlo del balconcino. Noi sappiamo che l’unico scopo del Santo è quello di rubarle la formula della fusione fredda, per conto di un’imprecisata mafia russa che deve rivenderla a peso d’oro al Presidente dell’Unione Sovietica (l’intera popolazione dell’Unione Sovietica è prostrata da tempo per la mancanza di gasolio da riscaldamento), il tutto contro versamento di tre milioni di dollari sul conto personale del Santo in una banca di Zurigo, lui pensa all’improvviso “non posso farlo, non posso farlo, non posso rubarle la formula”, ma noi sappiamo che alla fine lo farà.
Emma gli si avvicina ancora di più. Primi piani alternati. Emma sorride, quasi sapesse. Lui sorride incredulo: davvero questa donna l’ama? Si avventano l’una sull’altro, poi l’uno sull’altra. Al risveglio di lei (il braccio si allunga sul cuscino vuoto, eccetera), lui non c’è più. Sul tavolino, al posto dei bigliettini ripiegati contenenti la formula della fusione fredda, giacciono altri bigliettini bianchi accuratamente ripiegati, che lei apre tremante. C’è scritto “I’m sorry”, poi su un altro, “I’m sorry”, su un altro ancora, “I’m sorry”.
Inquadratura: “I’m sorry”. Primo piano di lei, mordersi il labbro).

Gli studenti sono infine tutti in aula. Mi alzo, afferro il telecomando e dò avvio alla proiezione, poi mi siedo lateralmente, su uno sgabello in legno girevole, del tipo da tecnigrafo. Lui davanti a me, sullo stesso tipo di sgabello, ha già visto il filmato ieri sera, ne ha detto cose inutili e interessanti, mi ha aperto perfino un libro e me ne ha citato uno stralcio, parlava dell’estetica dell’ottocento e, diceva, poteva riferirsi anche a quanto facevo io.
Estetica dell’ottocento, il rifiuto dell’ordine classico, la dissociazione dal canone, la destoricizzazione dei contesti, la singolarità dell’edificio, la rivalutazione del pittoresco. “Più che composizione, la tua, mi pare proprio progettazione. Anzi, di più, è come… voler rendere asettico il pittoresco”.
“Va bene va’”, gli ho detto, “forse è vero. Forse è vero”.
Le immagini scorrono e il sonoro allaga l’aula, riempiendola in altezza fino a metà, come una profonda piscina per la quale non basti l’acqua. Ma nella metà di sotto ci stanno gli studenti, che alternano brusii a silenzi imbarazzanti. Non li guardo, neanche uno, ma anche senza guardarli avverto, all’ottavo minuto, come una specie di scarto: ecco, l’attenzione è stata colta, ora sono nelle mie mani e non è un miracolo, è stata la reazione a una frase particolare, a un ben preciso innalzarsi del tono di voce, alla sorpresa di un tono improvvisamente energico e amicale. Mi dispongo a proseguire la visione con animo più tranquillo, e a questo punto so bene cosa dirò, dopo.

Alla fine, c’è un timido applauso. Ad orecchio mi pare amichevole, ma è davvero piccolo. Devono applaudirmi, perché rappresento i loro crediti. Ma si riservano di ascoltare quello che ho da dire, e di prendere preziosi appunti su quello che dirà il loro Professore – magari saranno informazioni necessarie all’esame, non si sa mai.
Lui parla in piedi, mentre io mi siedo sul banco dei conferenzieri a qualche metro da lui. Lo ascolto presentarmi, credo che stia esagerando sulle mie competenze, eppure fra le tante cose dice che sono un architetto perché “insomma, è laureata in architettura e quindi è un architetto”. Come lui, penso, che in effetti è un professore. Bastardo, penso. Sarà la prima rettifica che farò, non appena inizierò a parlare. Più tardi, lui se ne risentirà: “Ma come, non ho detto che eri architetto? Certo che l’ho detto!”. La mia precisazione verterà sul fatto che sì, sono laureata in architettura ma non solo: faccio il mestiere dell’architetto, da quasi vent’anni.
“È il mio mestiere, faccio le case”, dico.

Parlo guardandoli in faccia, adesso. Quasi uno per uno. C’è un ragazzo in prima fila, dalla faccia rotonda, con gli occhiali, che sorride instancabilmente. C’è una studentessa (“una giovane donna”, penso), con gli occhi azzurri e una vaga rassomiglianza con Monica Lewinski, che mi guarda fissamente con la faccia poggiata a una mano, e sorride con decisione anche lei, e chissà perché mi chiedo se mi stia ascoltando o no. C’è un ragazzo smilzo, verso il fondo dell’aula, che non sorride, e che mi chiede se può farmi una domanda, e me la fa, ma non ricordo la domanda, ma comunque gli do una risposta, e non ricordo la risposta, ma lui alla fine ringrazia e china il capo assertivamente, a significare (almeno così credo) una relativa soddisfazione. C’è un altro in fondo, che non vedo bene, che mi fa una domanda tecnica, e mi chiama “professoressa”. “Grazie a dio”, gli dico, “non sono professoressa”, e guardo lui. Che se ne sta in piedi, appoggiato al lungo tavolo, a osservare e a cercare di comprendere, o di farsi finalmente comprendere. Dopo un po’ che ho parlato, gli cedo la parola. “Al professore”, dico quindi, accompagnandomi con un gesto della mano, ed è come se gli consegnassi in un palmo della mano i cervelli aperti dei suoi giovani studenti. Da come comincia a parlare, deduco che devo essergli molto piaciuta, ma che in qualche modo sono andata oltre.
Oltre.

(Il Santo, in fuga con Emma nei sotterranei di Mosca, contratta con una specie di mercenaria l’acquisto di una pianta della rete dell’acquedotto. Vengono poi accompagnati al tombino di partenza. Il progetto è quello di sbucare giusto davanti all’Ambasciata Americana, ma devono correre, prima che aprano le chiuse e che l’acqua si riversi nel cunicolo. “Abbiamo due minuti, dobbiamo farcela”, si dicono. Corrono allora, ma quando finalmente ce la fanno ad arrivare, scoprono che il tombino dell’ambasciata è stato chiuso ermeticamente, segno che il tempo è scaduto, e l’acqua sta arrivando. “Corriamo! Dobbiamo tornare indietro!”, grida lui. Mentre tornano precipitosamente indietro, ecco arrivare: prima il rumore forte, poi l’acqua. Il flusso forte corre verso di loro, loro cercano di correre più forte dell’acqua. Raggiungono l’altro tombino: è chiuso anche quello. Con la forza della disperazione, sbloccano le ferrature – per un pelo: l’acqua arriva, e loro “esplodono” fuori. Sbucando sotto il pianale di un’automobile che, giusto in quell’attimo, si è fermata in mezzo al grande piazzale, a poca distanza dall’Ambasciata. Da sotto la macchina, affacciati al tombino, vedono prima le scarpe, e poi la punta del bastone d’argento, del figlio del capomafia, che li sta rincorrendo per ammazzare lui, e per rapire lei, e portarla viva al laboratorio del loro quartier generale, laddove un anziano fisico, assoldato da suo padre il capomafia, sta cercando invano di completare la formula, che allo stato risulta insufficiente a ottenere la fusione fredda).

Il vento è fortissimo e freddo, la luce forte, il mare agitato. Come se nessuno di questi elementi li schiaffeggiasse così come schiaffeggia me, alcuni in costume da bagno giacciono immobili sulla spiaggia, le spalle accostate alla recinzione del piccolo lido, i piccoli costumi allentati e colorati, vecchi, giusti per prendere il sole a inizio stagione.
Una ragazza porta un costume color ciclamino, quasi un perizoma ma appunto allentato, un costume sportivo molto ridotto e molto sexy, bordato di blu. Un uomo tiene addosso la maglia, ma ha le gambe già solidamente abbronzate, ricoperte di peli biondi. Noi mangiamo linguine alle vongole in mezzo al vento, come fossimo sulla prua di un battello, quell’attimo di indecisione intollerabile, se stare a guardare il mare o rifugiarsi all’interno per ripararsi dal freddo. A me dà fastidio, il vento, specialmente quello dal mare, e ho un inizio di mal di testa, oltretutto so che fra poco ci toccherà di parlare, e ho deciso di non bere perché dopo dovrò guidare. Un insieme di piccoli disagi fanno una grossa nube minacciosa che si allarga a spirale, quasi un ciclone fermo, lì pronto per attaccarti.
“Fammi un piccolo resoconto di questi due giorni, va bene?”
“D’accordo”.
“Allora: fammelo”
E io che pensavo significasse, che dovevo tornare a casa, scrivere un resoconto e poi mandargleilo per e-mail. Già l’idea mi piaceva.
“Adesso?”
“Certo, adesso. Mica volevi mandarmelo per e-mail?”
Oh dio. “Così, a voce?”
“Sì certo, a voce”.
Allora.
La prendo lunga, da quando mi sono messa in macchina ieri mattina, già stanca. Dalla paura del traffico, come certe volte mi prende, dalla paura di perdermi, dalla paura di andare a sbattere e dalla paura di essere derubata, e alla fine dalla paura di non trovarlo ad aspettarmi. Che poi, invece di vedere, in cima alla rampa, la sagoma della sua vecchia macchina accostata al guardrail, vedo lui, in piedi e senza macchina, gli occhiali da sole i capelli svolazzanti, il sorriso lungamente preparato, insomma tutto quello che c’era da aspettarsi e che all’improvviso non ricordavo, radunato in una figura lì in piedi, di leggerezza di inconsistenza inusitata, in mezzo a un traffico scatenato, sulla rampa della tangenziale, che mi vene incontro costeggiando il guardrail.
“Prendete caffé?”
“Sì, due. Continua, è emozionante”.
Allora poi.
“Scusa se t’interrompo. Questi vecchi battelli brasiliani, gialli e verdi, che ha acquistato la Caremar, non sono orribili? Guarda quel battello: non dovrebbe essere bianco? Su questo blu grigio del mare agitato, sul profilo di Procida, con questa luce di oggi, la nave dovrebbe essere… bianca no?”
A me piace, il battello che sta passando, l’aria di un cargo da cartone animato, invece è un traghetto passeggeri, mi piace che sia scuro e colorato, mi pare riconoscibile in quanto macchina per solcare il mare, un giocattolo un arnese metallico pesante sulla superficie del mare, barche e traghetti bianchi invece mi paiono di una specie animale, infestanti equivalenti ai gabbiani, sempre lì a roteare sull’azzurro – tronfi e privi di peso. “A me piace”, gli dico.
“Ma se è un orribile verde”.
“Non sembra verde, sembra nero”.
“Sì in effetti, oggi sembra quasi nero non sembra verde e quasi quasi dà meno fastidio, ma ti assicuro è un verde orribile, non parliamo del giallo, orribile, una delle cose peggiori che mai potessero…”
“E dai”.
“Muah. Mi sembra orribile. Comunque. Continua”.
Lo vedo molto in difficoltà. Difatti squilla il suo cellulare. Fino a ieri era l’unica persona che conoscessi, che non aveva un cellulare – ora ce l’ha. “Scusami”, dice.

(Il capomafia riceve un messaggio via computer e capisce che proviene da lì, si alza di scatto e correndo attraversa tutto il night, cioè il bordello, cioè la bisca clandestina, scansando a gomitate uomini dai capelli lustri e gambe nude femminili accavallate intorno a cosce maschili. Donne bellissime e volgari, vestite di lamé color argento, trasportano vassoi d’argento sopra i quali torreggiano pile di mazzette di banconote. Il capomafia si fionda in un privé, e sul piccolo divano di pelle rossa vede seduto… se stesso. E’ il Santo, naturalmente - la faccia la barba identica, quasi i suoi stessi occhi, lo stesso modo di tenere le spalle indietro, nel suo più spettacolare e riuscito travestimento - che profittando dell’attimo di sorpresa del capomafia lo afferra di scatto e lo costringe a sedersi, tenendolo per il collo della camicia. “Tu adesso gli telefoni e gli dici, di versare tre milioni sul mio conto di Zurigo. Adesso. D’accordo?”. Il capomafia si attacca al cellulare e sta per dirlo, lo dice, ma il Santo ha l’impudenza di aggiungere: “Sai qual è stata la parte peggiore del fingermi te? dover fingere di essere un disastro a letto”. Il capomafia s’infuria allora, e in un impeto di rabbia cerca di abbrancare il Santo, ma questi scappa via per il night, o la bisca o il bordello che sia, gridando alle diverse guardie del corpo presenti in sala: “Prendetelo, è un impostore!”. E quelli eseguono, e il capomafia quasi si strozza gridando. “Lasciatemi imbecilli, sono io! Rincorretelo!”. Un attimo di esitazione e finalmente le guardie del corpo si convincono, lasciano di colpo il capomafia cadere a terra ormai isterico, e si lanciano all’inseguimento del Santo)

Suonano dabbasso, “chi è?”, “sono Gianna”.
Sto facendo il sugo per stasera, tengo in mano un peperone rosso, bello grosso. Continuo ad asciugarlo, più del necessario, quasi lucidandolo con la mappina, mentre esco dalla cucina e faccio due passi per affacciarmi anch’io all’ingresso. Dove mia sorella aspetta Gianna in cima alla scala, e le chiede sorridendo, facendo cenno a me che le sono ormai alle spalle, “conosci mia sorella?”.
“Piacere”. Sorride incerta, tendendomi la mano a braccio teso, poi decide: “Piacere. Mbeh. Giovanni”.
Entra, Gianna, guardandosi intorno. I bambini accorrono, poi tornano a giocare, rabbuiati dalla vista di qualcosa che non capiscono. Gianna è alta quasi due metri, la definizione precisa sarebbe “un pezzo d’uomo”, ha un top color fucsia incrociato davanti sui seni inesistenti, e una schiena nuda di imponenza inquietante, liscia e grande. Mio figlio ritorna tutto imbronciato e mi salta in braccio, evitando ostentatamente di guardare l’ospite, mentre sorridendo insieme a mia sorella faccio i soliti convenevoli, accòmodati, vuoi una birra, eccetera. Alla fine il bambino se ne scappa di nuovo in soggiorno a giocare con la cugina, credo definitivamente, mentre Gianna si accomoda in cucina con noi.
Parliamo di serpenti. Dal momento che ha pulito tutto il cortiletto posteriore di casa di mia sorella – si è offerta insistentemente di farlo lei di persona, dal momento che abita (in origine abusivamente, in seguito col beneplacito del proprietario della vecchia casa abbandonata, ma sempre a titolo gratuito) una vecchia casa abbandonata prospiciente il cortiletto stesso. Mia sorella vuole pagarle il lavoro, Gianna fa poca resistenza, poi quantificano rapidamente. Assaggia con gusto la birra fresca e si guarda intorno. Dunque parliamo di serpenti, o meglio è lei che ne parla, mentre noi sorseggiamo la nostra birra, ascoltandola attentamente e continuando a sorridere con gli occhi. Ogni tanto appoggio il bicchiere sul tavolo, tornando meccanicamente all’asciugatura meticolosa del mio peperone.
Gianna è convinta che i piccoli vermi neri, quella specie di millepiedi corazzati che si arrotolano e che infestano i giardini fin dall’inizio dell’estate, siano “i piccoli figli”, così dice, dei serpenti. Ci mettiamo un po’, io e mia sorella, a convincerla che si sbaglia. Racconta poi di suo nonno, quando uccise una vipera in campagna, sul tavolo di pietra in campagna, con un’accetta. La tagliò in due con l’accetta, dice, lì sul tavolo, poi ne prese una metà, la baciò, e la lanciò verso sua moglie, in segno di devozione (la vipera stava per mordere la nonna, apprendiamo), dicendo “nè, la zocc’la puttain”.
Poi ancora serpenti.
“Io faccio quel mestiere”, dice. “Quel mestiere, il più antico del mondo”, precisa, e io scoppio a ridere: per il modo di dire arcaico, e anche perché è lo stesso mestiere della vipera.
“Mbeh”, dice, “l’altra sera stavo seduta lì, e a un certo punto cos’ho visto ? Un ssserpeente. Che sschiifo. Ho lasciato tutto lì, borsa, chiavi, protettore (dice proprio così, tutto insieme: borsa, chiavi, protettore) e me ne sono scappata in mezzo alla strada, che chi mi ha visto avrà pensato questa è pazza. Che ssschiifo!”.
E che schifo sì.
Che schifo i serpenti.
Andiamo avanti per un po’, con l’argomento “che schifo i serpenti”.
Non sappiamo più dove altro andare a parare, “che schifo i serpenti” è un dato di fatto ormai incontrovertibile.
“Mbeh”, finalmente dice.
Si alza in tutta la sua poderosità.
“Me ne vado. Grazie davvero, di tutto. E mi raccomando non chiamate nessuno, per il cortiletto: me la vedo io. No se no, quei serpenti… Che sschiifo”.
E piene di comprensione per lo schifo che le fanno i serpenti, di nuovo e indubitabilmente, l’accompagniamo e la guardiamo scendere le scale.
La piccola, poco dopo, ci chiederà il nome di “quella persona” che è venuta prima.
“Gianna”, le risponde sua madre, sbucciandole una nespola.
Gianna.
O in qualche modo Giovanni, come si è presentata a me. Però tutti qui, nel quartiere, la chiamano Gianna, oppure dicono soltanto, con una specie di simpatia tutta compunta, “quella ragazza”, indicando col mento la casa dove abita.
Da oggi in poi, per quanto riguarda il cortile dietro casa di mia sorella, se la vede Gianna quindi. Una sicurezza, soprattutto per quanto riguarda i serpenti.
Procedo col sugo.

(Il Santo, con un cappotto di pelle molto alla moda, una parrucca bionda mesciata e un paio di occhiali da sole rettangolari modello elton john, si aggira quasi scivolando nella sala passeggeri dell’aeroporto. Si siede all’improvviso, quasi senza senza guardare, nell’unico posto libero della lunga fila di sedili a scocca, giusto a fianco del capomafia, e di spalle al figlio del capomafia. Accavalla le gambe con un gesto rapido ed elegante. “Il mio datore di lavoro”, dice chinando il capo lateralmente verso di loro, “vi propone effettuare il difficile lavoro che gli avete chiesto per la modica somma di tre milioni di dollari” “Dica al suo datore di lavoro che è completamente pazzo”, risponde con calma il capomafia. Il Santo si allontana, e raggiunge rapidamente il tavolino del bar, sedendosi a fianco di una signora anziana e grassoccia, che noi sappiamo non entrarci per nulla, e accavallando le gambe con la stessa elegante precisione di prima. Scambia qualche parola con lei, chinandosi verso il suo orecchio, mentre il figlio del capomafia dice al padre, sottovoce “è lui”. “Certo che è lui”, risponde il padre. “Mi piace, quell’uomo”, aggiunge sorridendo, mentre il figlio alza gli occhi al cielo. Il Santo torna a sedersi a fianco del capomafia: “Il mio datore di lavoro vi fa sapere che la cifra è irriducibile”. “Va bene”, dice il capomafia, tacitando con un gesto il protestare del figlio. “Bene”, conclude il Santo. Si alza e scivola via, sparendo all’istante in mezzo alla folla).

Scendiamo a precipizio, con la macchina, fino al centro di Napoli, per una di quelle lunghe fenditure in forte pendenza che loro chiamano strade. Tecnicamente, pur avendo la larghezza di un vicolo, si tratta di un’arteria principale di attraversamento urbano. Parcheggiamo, e scendendo dalla macchina mi accorgo che è uguale ad una strada di Marsiglia dove ho avuto paura - però qui no, non ho paura.
Procediamo sul selciato, evitando le parti sconnesse. Mi concentro sui miei piedi, il loro avanzare preciso, il loro ricercare un punto d’appoggio stabile. Non si sa da dove viene la luce, eppure a tratti, alcune cose brillano: uno stipite di porta, una lattina di coca, un vetro. Ci infiliamo in una piccola trattoria, dove ognuno di noi ordinerà un piatto molto condito a base di pesce. La televisione è accesa, mentre uno degli ospiti parla di differenza fra spazio pubblico e spazio privato nella Roma imperiale. L’interessante ragionamento, che cerco con scarso successo di seguire senza confondermi, procede poi per tutti i secoli e fino a oggi, e prevede una serie di intoppi, ognuno del quale viene prontamente denominato “l’eccezione che conferma la regola”. Alla quarta eccezione, vedo la regola sfumare in una curiosa, interessantissima, nebbiosità. Quasi che fosse tutto vero, e incontrovertibile. Allora mi metto a guardare attentamente il volto dell’uomo che parla, mentre sostiene a tutta forza la “regola” appena enunciata, come se dallo svilupparsi dell’esperimento teorico dovesse scaturire una lettura semplificata dell’intero universo.
Mi sento inutile al mondo, e il vino non mi va.
Paghiamo – o meglio, paga lui per tutti. Con una specie di impeto, mostrando il portafoglio e facendo poi una colletta per la mancia, perché non tiene spiccioli.

“Io sono diventata così”, mi ascolto dire, mentre perlustro il braccio di mare che ci sta di fronte, oltre il parabrezza, oltre il basso parapetto di calcestruzzo della terrazza, alla ricerca di qualche cosa.
“Io sono diventata quello che hai visto oggi. Mi sono sentita utile, dire qualcosa di utile. Li guardavo, a uno a uno, e mi sentivo utile per ciascuno di loro. Quello che dicevo, quello che mostravo, mi sembrava utile. Questo che sono diventata”, dico cercando una sigaretta, mentre lui strizza gli occhi, “questo che sono diventata è quello che volevo essere. Questo che sono diventata…”
Ecco ripassare la nave, verde e gialla. Stavolta il giallo della parte superiore è proprio limone, veramente orribile, mentre il verde della chiglia contiene troppo giallo. Sembra una busta vuota di patatine che galleggia nel mare, colori artificiali e bagliori metallici: l’indistruttibile. “Eccola, la tua nave gialla e verde. Hai ragione è orribile. Questo che sono diventata, ti dicevo, è quello che…”
“Mmh”.
“Sì. Questo che sono diventata. Adesso fammelo tu, un resoconto”.
“Ah il mio. Sarà molto meno avvincente del tuo”.
“Provaci. Anzi, devi proprio farlo. Direi che devi”.
“Mmh. Ho da dire poco. Due cose. Quando avevi gli occhi chiusi, mi sei sembrata piccola. Ma proprio piccola, giovane. Una di ventitré, ventidue anni, forse meno. Poi stamattina, quando parlavi davanti ai ragazzi… Mi sei piaciuta molto. Proprio molto. E direi che il mio resoconto finisce qui”.
“Davvero? Non c’è altro”
“No. Mmh. Credo di no”.
“Allora andiamo, non voglio partire tardi”.
Ischia annega nella foschia, e la nave con lei.

“Ascolta questo pezzo. La chitarra elettrica, dico. La prossima volta che m’inviti, giuro che vengo e suono questo pezzo. Con la chitarra elettrica. E canto pure, così. Pensi che gli piacerà?”
“Usciranno pazzi”.
“Allora prenota l’aula magna, e il sound service. Beh, ciao”.
“Buon viaggio”.
Alloggio le sigarette e l’accendino sul ripiano del cruscotto. L’espulsione dell’automobile dalla congestione di Napoli è fluida, immediata, e in un attimo sono al casello autostradale.
Alzo il volume dello stereo mentre oltrepasso la barriera del telepass. In testa all’appennino c’è un ammasso grigio piombo, pesante: troverò pioggia forte sulla strada, e tuoni e fulmini. Va bene così, punto dritto verso il piombo e nella foto ci sono io, o meglio c’è la mia ombra che sembra rifuggire dalla luce abbagliante di un quadro bianco. Si vedono, nel profilo dell’ombra, i capelli ricci.

 

Anni fa ho fatto una performance, nella quale ho realizzato dal vivo (cioè affastellato di oggetti e “scritto” in mezz’ora senza minuta), l’oggetto che potete vedere qui.
Mi ha chiamato l’altro giorno l’organizzatore del reading di poesia per il quale organizzai quella performance (odio questo termine ma non ne ho altri, abbiate pazienza), e mi ha chiesto se ho voglia di partecipare a un libro collettivo che raccoglie i testi di dieci autori (scelti fra tutti quelli che, nel corso degli anni, hanno ospitato ai reading).
Potrei occupare le mie dieci pagine con dieci poesie, e buonanotte. È così che faranno gli altri, dal momento che saremmo tutti qualificati come “poeti”.
Oppure potrei utilizzare le dieci pagine per esporre (montando pezzi, riflessioni, resoconti e appunti) tutto ciò che è avvenuto dopo quella performance: e cioè una seconda edizione della performance (fatta ridipingendo di bianco il fondo del quadro ottenuto nella prima edizione, e ricominciando tutto da capo in un altro modo), più alcuni aneddoti relativi alla produzione di un documento audio-video sull’intera performance, più il resoconto di una proiezione del suddetto documento audio-video in un’aula universitaria, più, più, più.
Insomma, un po’ come quello che faccio qui invece di scrivere – girare intorno a un modo di fare. E in effetti, il titolo della bozza del montaggio che ho provato a fare è proprio “Un modo di fare”.
La mia domanda è: interessano i modi di fare? o interessa il tipo di prodotto e basta? (eventualmente della serie: scrivi queste cazzo di dieci poesie come tutti gli altri, impiccati ai tuoi quadri e smettila di assillarci…).
Insomma, vi disarcivescoviscostantinopolizzereste voi? non scrivereste dieci poesie nuove, in perfetto ed elegante understatement, e chi s’è visto s’è visto?