mettiamoci una pietra sopra 8
Qui claustra construit vel delapsa reparat...
PRIMO TENTATIVO (1999)
Una piccola storia dove architettura vita privata e vita civile s’intrecciano strenuamente - volevo dire strettamente - strenuamente invece ho detto. Una piccola storia perché è piccola la città, e piccola se vogliamo la vicenda (se giudiziariamente le vicende si misurano in soldi, la misura di questa vicenda è irrisoria), ma la Storia in cui s’innesta la storia è quasi sproporzionata a questa piccola cittadina e alla piccolezza dei protagonisti (e alla poca numerosità dei protagonisti, forse volevo dire), quanto sproporzionati erano tutti quei frati su ventimila abitanti o quanti fossero, operosa spicciolata di pacatamente autorevoli, rosei domenicani venuti da chissà dove con le loro scuole di Teologia coi loro Collegi degli Studj, colle loro liti contro i Capitoli prospicienti certamente sproporzionate per odio alla poca animosità, che anima ma direi anche allieta, come un concertino di sottofondo questa, di nuovo, vicenda - e tiro una nota sul termine. Parlare di vicenda ripetendo la parola due o tre volte è già parlare da architetto di architettura, questo assillo di ripetere i termini questi termini agglutinanti fagocitanti, pochi sono i termini che gira e rigira si possono usare perché gli architetti fra loro e solo fra loro si capiscano, e li devi girare e rigirare tutti insistentemente per ottenere un denso pastone dentro al quale, poi però, poter riconoscere i sapori, e questi termini per esempio sono funzione, evoluzione, assetto urbano, morfologia, tipologia, metodologia d’intervento, assetto viario, impianto originario, spazio, area, zona d’intervento, tema di studio e/o di progetto, e/o, connessione, stretta connessione, collegamento, stretto collegamento, fluido, corretto, ripristino delle condizioni, stravolgimento del contesto, impatto ambientale, grande vuoto, grande pieno, vuoto/pieno, cinta muraria, viaria, daziaria, murazione, extramurale, extramoenia, extraurbano quindi, assetto morfologico, aspetto attuale, impianto murario, resti, superfetazioni, ricostruzioni, ristrutturazioni, rimaneggiamenti, contesto di nuovo, testo forse, testuale, contestuale, disordinato/ordinato, e prioritario, propositivo, allusivo, minimo intervento, ridisegno, ricucitura, nel rispetto di, nel più grande rispetto di, un assetto un concetto, e così, in sopra e in sotto, lungo un lungo elenco di parole, che a ben vedere tanto lungo non è. E io per giunta, che non sono “un architetto che scrive”, come diceva mio padre di volere che diventassi, ma faccio tante relazioni di tutti i tipi e di tutti i generi come ne fanno tutti i generi di architetti, e di ingegneri e di geometri per dire, per esempio le perizie giudiziarie, oh le perizie, che bella sensazione di tutto-detto tutto-descritto onnispiegato nelle sue minime piegoline nei suoi minimi spiegazzamenti, in definitiva, di che cosa voglio parlare? Di una chiesa, di una chiesa con annesso impianto conventuale, o ex impianto, o impianto ex conventuale, di una cabina elettrica tangenzialmente, di un sindaco anzi due sindaci, di un architetto anzi più d’uno ma non molti, di una o più primavere, di uno o più inverni, di quell’inverno che, di quella primavera che, e poi di nuovo un inverno una primavera. Voglio parlare del lavoro, di un lavoro che non mi sembra lavoro certe volte mi sembra un gioco certe altre un grosso equivoco certe altre un grosso amore, e un’insopportazione che monta, e l’impossibilità di dire, certe volte, di dirla tutta e di dirla in breve. Ieri sera per intanto ho dovuto mettermi a riscrivere, per la ventesima volta o forse più, la storia della Chiesa e del Convento, e ho resistito, oh se ho resistito fino all’ultimo, e poi mi ci sono messa e ce l’ho fatta, solo che adesso che è ancora notte non riuscivo a dormire e me ne sono venuta qui, nella cucina sul panorama che non si vede ancora bene, con tutti questi uccelli che a poco a poco si svegliano e fanno chiasso, e ancora non è uscita la luce e fanno già tutto ‘sto chiasso, e non riuscivo a dormire perché pensavo al convento, e alle sue parti residue, e al rudere e alle ortiche, e ai fiori di cicoria che ci sono dentro, e ai vecchi banchi di scuola accatastati nella cabina elettrica, e alla faccia del titolare dell’Impresa, che è morto da pochi giorni, e alla faccia del Sindaco, quello di prima e quello di dopo, e poi alla faccia dell’Avvocato, quello di prima e quello di dopo, e alla faccia del Carabiniere, che si fece condurre che ero incinta, perfino nel mio vecchio appartamento, per fare una perquisizione per vedere se tenessi nascosti non so quali documenti di contabilità del cantiere che secondo l’Arma non avrei voluto tirar fuori a tempo debito. La storia è lunga, si dovrebbe dire qui, ma la storia non è lunga è solamente complicata, e una cosa è certa solamente, che io da qui mentre scrivo, inquadro come al solito centrale nell’obbiettivo della finestra il Campanile, una specie di cespo di lattuga stante il suo permanente ingabbiamento rivestito da veli verdi, che invece di un campanile barocco dai tre ordini pregevole, sembra appunto qualcosa di vegetale, tagliato e ammazzettato ma sempreverde, come qualcosa di surgelato: come un mazzetto di verdura surgelato, degli asparagi, o bietole, o fagiolini.
Sono venuta ad abitare, dopo alcune peripezie che forse è buffo, chiamare peripezie, ma sicuramente non è troppo né abbastanza, sopra a una casa al sesto piano da cui si vede, se ci si siede alla finestra della cucina o anche dal bagno o dal soggiorno, la città come una coperta senza nemmeno una strada, posta a una quota intermedia fra la stradale e la stellare, una visuale un po’ dall’alto e un po’ schiacciata, e in fondo vedi un panorama, sfumato e prepotente come nei quadri del quattrocento, da sinistra procedendo verso destra il Castel del Monte piccolissimo, alcune luci, il Vulture, il tramonto, e la campagna di Canosa. Quando e solo quando sono qua sopra, la città mi manda segnali e io la guardo, la guardo e la odio, e l’abbraccio, e c’è tutta una discussione tra me piccola e la città, e il territorio, e la- città-e-il-territorio, e prima o poi finisco a dire adesso scendo, scendo in strada volevo dire e a te non ti vedo più, Visuale di Città, scendo e ti smaschero, piccola cittadina meridionale grande Comune uno dei più grandi d’Italia. Poi scendo e dal portone sono subito, non su una strada ma in una specie di galleria, pomposamente dotata di nuovo toponimo “Galleria Cavour”, che non ha nulla di ottocentesco anzi è una specie di corridoio casalingo dilatato, sopra al quale “si sviluppa” un edificio a otto piani, risalente alla fine degli anni ‘60, progettato colpevolmente da mio padre che allora era, uno dei quattro cinque massimo dieci, ingegneri della città, e di architetti non ce n’era nessuno, e certamente non è un grattacielo, ma allora e qui dovette sembrarlo, nel bel mezzo di un cicciottoso edificatino otto-priminovecentesco, sulla via detta “via di Trani”, praticamente corso Cavoùr, che però ad Andria si dice Càvour, come Flòrian per esempio e come tutti i nomi propri “stranieri” che si accentano tutti piani tranne quelli che sarebbero piani, che si accentano tronchi. Ma io dico, quando dico il mio indirizzo, con lietezza pronunciativa Galleria Cavoùr numero 9, e poi però per farmi capire devo specificare, la Galleria di Minimoda, che era il negozio di abbigliamento per bambini preesistente in questo sito e concorrente di quello di zia Jolanda, e tutti se lo ricordano Minimoda, e zia Jolanda per prima.
Se uscita dall’atrio del mio palazzo in galleria vado a sinistra, mi trovo appunto su questo Corso Cavoùr, ma spesso non vado a sinistra vado a destra, dove la galleria è chiusa da un alto muro, che crea un vortice di vento come una grande ondata quando fa freddo, che fa riprendere la bronchite al mio bambino non appena è guarito dalla bronchite precedente, e quindi vado verso il cul de sac, verso l’alto muro vorticoso. Non si vede quasi, ma a sinistra del muro c’è una piccola porticina, che quando si chiude fa un tonfo rumoroso tutto speciale, che se la chiude qualcun’altro io la sento da sopra dal sesto piano, e per questa geniale porticina, inciampando sul pavimento a spacco semidivelto dalla leva delle radici di una ricchissima e potentissima bougainville, e oltrepassando così avventurosamente un minuscolo spazio triangolare di raccordo, si entra (quindi entro) nel giardino di casa mia. Di casa dei miei volevo dire, nel giardino di casa dei miei che è anche il giardino dello studio, dove lavoro, o non lavoro, a seconda delle annate delle stagioni, o faccio finta di lavorare, a seconda del senso di colpa del periodo. E questo passaggio avviene precipuamente sotto una cascata di rami di bougainville come si è detto, e c’è quando tonfa la porta uno svolazzo impaurito di diecimila uccelli, che sbucano da tutte le parti - della maestosa suddetta pianta - e che abitano tutti lì. Facendo attenzione a non essere assaltata dai cani, i due cani dello studio e della casa, Yumi e Bigolo, posso scegliere di andare, o al piano superiore da mia madre, o di lato allo studio. Questi giorni vado dritto difilato allo studio perché stiamo organizzando la seconda edizione del Seminario-Laboratorio Internazionale di Progettazione “Tra la Murgia e il Mare”, sottotitolato quest’anno La riqualificazione funzionale e architettonica degli spazi pubblici di Andria antica. E io sto scrivendo correggendo e battendo a macchina i testi del dossier informativo per i tutors e i relatori e i visiting critics e i laborantes, e sono abbastanza contenta di questo dossier, solo che adesso, devo dare informazioni circa un posto, un posto o una vicenda? Un posto-vicenda, e anche un posto avvicendato, dalla vicenda dovrei staccarmi, e anche da quel posto in verità, non sarei io in sostanza, la persona giusta per parlare di queste cose, per parlare cioè di un posto, senza parlare di una vicenda, questo proprio non lo so fare.
Ci giri intorno ci giri intorno, se non ti vede nessuno, e misuri la città per vedere se un grande convento poteva starci, in un piccolo posto, poi però te ne accorgi, che il posto non è piccolo è impercorribile, e la città non ha una forma è indisegnabile.
La signora Nobildonna Donna Sveva Orsini, devotissima vedova del duca Francesco I Del Balzo, devotissima nel senso che lo divenne da vedova, devotissimamente al papa Bonifacio IX si rivolse, domandando e ottenendo, per quei Reverendissimi Padri, “di fondare, costruire ed erigere, sopra un suo fondo, un luogo per uso ed abitazione dei Frati..., con la Chiesa, il campanile, la campana, il chiostro, il dormitorio, il refettorio, le case, e le altre officine necessarie”. Davvero oh davvero, la pia Duchessa doveva esser persuasa che, “colui che innalza o restaura un monastero, si fabbrica una scala per salire al cielo”. Scale poche, da queste parti. Qualche scala a pioli, corta e pericolosa, dalle corde sfilacciate.
Qui claustra construit vel delapsa reparat coelum ascensurus scalam sibi facit.
SIC STANTIBUS REBUS: COLLOCAZIONE DEI TUTORS NELLE AREE DI PROGETTO.
"Se mi sposti Ricci e Mastrigli dalle Grotte a piazza Catuma e Kleihues da San Domenico alle Grotte, e Franchini da piazza Catuma alle Grotte, e mi sposti dunque Cannatà dalle Grotte a San Domenico, stante il fatto che non lo puoi mettere a piazza Catuma, perché se no dovresti spostare Aymonino o Ghersi da piazza Catuma a San Domenico, e non è pensabile la prima e non è logica la seconda, va a finire che a San Domenico rimarrebbero Cannatà e la Fernandes, con tutti gli architetti portoghesi, cioè marito e moglie a lavorare sullo stesso convento che non è consigliabile e lo sai, dunque se vuoi spostare Cannatà cioè il marito da un’altra parte, opzioni: lo sposti da San Domenico a piazza Toniolo, e Guerrera lo sposti da piazza Toniolo a San Domenico, o lo sposti da San Domenico a via Orsini, e Scaglione e Giunta vanno da via Orsini a San Domenico, o lo sposti da San Domenico a Ponte Giulio, e Esposito va da Ponte a San Domenico, stante il fatto che Netti e Valente stanno bene dove stanno a San Lorenzo e che Serino sta bene dove sta, alle Grotte pure lui coi due tedeschi avanzati... - e allora insomma ci vuoi mettere Esposito o Guerrera, a San Domenico? - Esposito no! - perché no? - perché no! - e Guerrera allora? - men che meno, se vuol fare poi venti sopralluoghi mica ti danno venti autorizzazioni speciali! - e allora chi ci vuoi mettere, Scaglione e Giunta? - e mettiamoci Scaglione e Giunta, insieme alla Fernandes e a tutti gli architetti portoghesi..."
Franchini, responsabile del workshop per i contatti internazionali, mi guarda assonnato sudare, mentre cerco di immaginare chi avrà il permesso, alla fine, di entrare nel cantiere.
Oggi il campanile è verde scuro sembra fradicio, è lucido, si staglia pesante e smaltato sul cielo bianco ovatta, mi ricordo un tubetto di colore costoso, un acquerello in pasta, color “verde vescica”, più smaltato e gommoso di altri, organico, inquietante, vivo e scuro, che se sovrapposto o accostato ad altri colori miti, delicati, quali quelli che usavo quando dipingevo, immediatamente dava un tocco cupo e vibrante, come un suono di gong nel bel mezzo di una pastorale. E ti spingeva poi, a metter mano ai carminii ai rossi sangue, ai geranio agli aranci dell’incendio, a tutto quanto di più vivo e pericoloso potesse offrire una scatola di Winsor & Newton Water Colours. E la figura esplodeva di gong e di sangue e di sole.
Il campanile non è verde, lui. E’ di pietra ingrigita e striata. Ma è velato di verde vescica (se è brutto tempo) o di verde erba (nelle giornate di sole e di foschia). E’ velato come una stravagante anziana signora, sempre di verde, divistico smeraldino. Il verde attenua la sua vecchiezza, lo fa stagliare ancora come un uccello tropicale in mezzo agli altri campanili - sbiadite tortore. Quando tutto sarà finito, quando il restauro sarà completato e la signora Campanile si sarà svelata, non sarà diversa nè strana, non mi dirà più nulla, non disturberà le cartoline, non sarà dimenticata dalle guide turistiche, non inquieterà nessuno, attraverserà morbidamente i panorami, non se ne parlerà. Come non se ne parlava prima, tranne che per dire che era alta trenta metri in più di quanto è. Così, tanto per dirne qualcosa, come si dice di una persona, “altezza mezza bellezza”, o che bel taglio d’occhi, eccetera.
GLI OCCHI DELLA DONNA GUERRIERA l'hanno chiamato, il progetto.
La Donna Guerriera non sono io - non ho avuto occhi, di donna guerriera, non ho avuto fare, da donna guerriera, non ho avuto armi. La Donna Guerriera di cui volevano parlare, gli italo-portoghesi, era la donna di via Santa Chiara la donna di via Quarti la donna di via Cipriani, era la donna che raccontava loro della sua guerra dentro e contro la città - e della sua guerra con la mastella, e della sua guerra con quei quattro delinquenti dei figli, e della sua guerra col Comune che solo adesso gliel’ha data la fognatura, ché devono venire i Ristoranti, a aprire nel Centro Storico, quella era la Donna Guerriera di cui parlavano, quella dalla parlata feroce, quella di Andria “abbasso a San Domenico”. Non io. Io quale guerriera, nascosta dietro agli scranni della Sala Consiliare, a trafficare con le targhe per gli Architetti Coordinatori e gli attestati e i manifesti arrotolati per i partecipanti, alle spalle del Gran Giurì, alle spalle del Bravo Presentatore, alle spalle perfino del Tecnico del Suono e del sussurro, io alle spalle di un’intera sala consiliare di un’intera città, non io la Donna Guerriera. E neanche lei per la verità, l’altra architetta ai piedi della sala consiliare, nelle ultime file del pubblico con marito e bambino piccolo al seguito, ben pettinata come sempre, tesa come sempre e con i suoi toni alti pronti ad esplodere in bocca e la sua faccia gattesca e larga, simpatica e diffidente, non lei e non io. Lei che la seconda Direzione dei Lavori del Campanile, quella dopo la mia, l’ha iniziata chiamandomi al telefono che sai come si fa, fra amiche fra colleghe, dispiegandosi al telefono in un’incazzatura contro il Comune e tutto il mondo, che aveva il tono inconfondibile delle gridate stridule della scuola elementare, fra compagne di banco per qualche oscuro torto - ma dove stava il torto? perché non gridavo io?
Così hanno usato “gli Occhi della Donna Guerriera”, che di certo non si trattava di me, per spiegare il progetto, della ricostruzione della Cabina Elettrica nel cortile dei chiostri - e nell’angolo dov’ero, nascosta, ho stretto in una mano una targa un attestato, e nell’altra un manifesto arrotolato (no un pugnale, né uno scudo) e molto poco guerriera, immobile e goffa con i miei cotillons seminariali, ho versato qualche lacrima arrabbiata, da occhi buoni e fessi, senza acuminatezza alcuna - che anche oggi non ho saputo ferir nessuno, né proteggere me da certi franchi tiri, che sibilavano qua e là. Mi hanno raggiunta: dalla terza, dalla sesta, dalla decima fila...
[no è veramente troppo difficile da...]
...
Il caso 4 è esemplare della mala fede e dell’ipocrisia che stanno alla base delle varie tecniche di occultamento: si sa di non sapere, si sa che un punto è incomprensibile o così complesso da sottrarsi ai nostri tentativi di comprensione – insomma: si è consapevoli del fatto che proprio lì si manifesta la nostra debolezza; e invece di chiedere aiuto, di studiare insieme al nostro prossimo un procedimento di chiarificazione – se non altro, di sutura e ricostruzione plastica della ferita (nell’interesse nostro, non solo per rendere piano il contesto comunicativo), si preferisce definire “preziosa” quella ferita dai lembi maciullati, si giustifica l’inafferrabilità della sua forma paragonandola a una lumaca che entra ed esce dalla conchiglia, se ne parla come se fosse un cuore pulsante, esposto ma vitale; e così via, in un crescendo di parole vaghe, abbandonandosi all’apologia della fragilità segreta – una fragilità da proteggere, ma non da medicare. Si affonda nella menzogna – peggio: ci si lascia affondare nella menzogna e la si ribattezza col nome di intimità. Per pigrizia, indulgenza, rassegnazione, compiacimento per la propria mediocrità, timore (non paura, non terrore – chiamiamo le cose col loro nome!) si assiste in silenzio (se va bene, altrimenti si esulta) all’inabissamento progressivo del nocciolo ingiustificabile della persona; si lavora per sottrarlo alla condivisione ecc. Rivendicando alla mala fede, all’insincerità di fronte a se stessi lo status di principio umanistico! (Come se quell’oscurità fosse funzionale alla germinazione della persona umana ecc.)
Insomma. Non vedo che un motivo per il quale sarebbe opportuno preservare una sfera di segretezza (uno spazio riservato? un angolo intimo?): la sua possibile utilità ai fini (o nell’ambito) di un’azione rivoluzionaria. Un’azione segreta ai più ma perfettamente accessibile ai pochi: un’azione di cui si tiene segreta la struttura composta di elementi chiari e distinti – destinata, una volta trionfante, a comunicarsi all’intera società. All’interno di un mondo disordinato quanto i magazzini di un vecchio carcere si sviluppa un nuovo mondo la chiarezza del quale è addirittura programmatica.
(Forse è a partire da qui che si deve formulare il principio al quale conviene attenersi: fondare nella propria intimità un’organizzazione segreta – per cospirare nel rigore contro se stessi.)
