Sovrapposizioni
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Allora sto leggendo, come ho detto (ma com’è che mi metto qua a scrivere dicendo sempre più spesso “sto leggendo” invece che “ho appena finito di leggere”? che recensioni sono mai queste?), questo libro Le confessioni di Max Tivoli di Andrew Sean Greer. Ma infatti non tanto del libro voglio parlare, quanto di alcune cose che si stanno muovendo intorno a questa lettura di libro.
Primo: ho preso questo libro scegliendolo fra altri, e proprio a questo mi sono appiccicata. Buffo modo di leggere dice Palmasco, saggiare qui e lì, per venti pagine o anche oltre, e poi farsi decisamente trasportare da questo e non più da quello, mi ricorda la vecchia réclame del Bailey’s, “fate scegliere i vostri sensi”, e lei che tocca al buio le labbra dei suoi fans, si lecca il dito e riconosce dal sapore il suo preciso “uomo al Bailey’s”, sul quale poi si avventa senza più preoccupazioni. Che cosa stavo dicendo? Ah sì. Stavo dicendo primo.
Secondo: questo libro parla di un uomo che nasce di settant’anni e muore di zero anni. Ma allora è falso, mi dico, e non mi sono forse ripromessa di non leggere mai più nulla di “falso”? Tanto scopertamente falso, questo libro, che tutta la prima parte passa a dovermi convincere della quasi quasi verosimiglianza dell’accaduto, tipo “ci sono stati almeno tre o quattro casi nella storia della medicina. Il primo risale al 1250…”, e a quel punto tu rispondi sì vabbè, che cazzo mi stai dicendo. Poi il libro prosegue come un diario un taccuino, e già è difficile spiegare in che modo strano l’autore-protagonista sta redigendo per noi questo taccuino - tipo adesso, che a dieci anni apparenti (e sessanta effettivi), seduto all’ultimo banco cerca di nascondere il taccuino che sta scrivendo per noi, e nel contempo inventa per la maestra una risposta idiota da ragazzino negligente e distratto, mentre, al primo banco, suo figlio suo coetaneo, che a questo punto deve apparire più intelligente di lui, alza la mano e dà ridacchiando la risposta corretta. Vabbè appunto, è difficile da spiegare. Insomma un libro che è un meccanismo gigantesco e scricchiolante, non perfettamente funzionante ma che procede a scoppi e scossoni, facendo un rumore infernale. Però mi prende, accidenti se mi prende, e senza quasi volerlo divento amica e confidente di questo Max.
Terzo: l’altroieri vado a trovare mia madre, e siccome sono una che parla tanto di ogni sua piccola faccenda, tempo un paio di minuti mi metto a parlarle di questo strano e avvincente libro che sto leggendo. Ma non faccio neanche in tempo a dire la frase “un uomo che nasce di settant’anni e muore di zero anni”, che mia madre scatta in piedi, levandosi il tovagliolo dalle ginocchia, e mi dice ma io questa storia l’ho già letta. Si avvia poi verso il suo studio e io la seguo trotterellando. Mi dice “non solo l’ho letta, ma mi pare di averla anche tradotta”, e scorrendo certi libri che tiene sullo scaffale, mi tira fuori un grosso volume blu della serie “Short Stories”, quello delle short stories di F.S. Fitzgerald, e mentre io continuo a dirle “è di un autore che si chiama Andrew Qualchecosa Griiir, scritto Gre-e-r”, mi spalanca davanti agli occhi una novella di Fitzgerald che si chiama The Curious Case of Benjamin Button e mi dice trionfante “è questo!”. Poi mi trascina sul divano col libro aperto, si appoggia il libro sulle gambe (rapidamente attorcigliate al suo modo solito), e si mette a tradurmelo per passi, all’impronta. E mi recita della nascita del piccolo Benjamin Button, che appena nato si mette a conversare come un signore col suo padre atterrito, al cospetto di un’infermiera che non sa più che diavolo dire fuorché la frase “signor Button, questo è proprio suo figlio”. Poi mamma si alza di nuovo (e io dietro, docilmente, fino alla sua scrivania, in attesa di una qualche decisiva rivelazione intorno al mio amico Max) e si mette a scartabellare in un grosso mucchio carte, dalle quali comincia a tirar fuori alcuni fogli dattiloscritti con la sua traduzione in italiano di quel racconto, tutti mischiati.
Come altre volte mi dice con noncuranza: “mi piaceva e l’ho tradotto” - allora, senza lasciarmi prendere dallo stupore che sempre mi prende, quando comincio a raffigurarmi mia madre immersa in questo genere di occupazioni, la aiuto a scegliere dal mucchio di testi (senza poter rintracciare un titolo che sia uno, tutto a pagine sciolte, e senza uno straccio di numerazione) tutti i fogli dattiloscritti (certi puliti, certi altri corretti a penna) in cui compaia il nome “Benjamin”, il nome “Button”, il nome “Roscoe”, eccetera.
Alla fine le porgo, servizievole, un pacchetto di diciassette fogli, dicendole “devono essere tutti”, e pregandola di mettermeli in ordine. “Non è urgente”, aggiungo per temperare l’eccitazione con cui l’ho detto (che poteva parere quasi un ordine), ma a lei già brillano gli occhi. E oggi ho qui sul tavolo la sua completa traduzione del “Benjamin Button” di Francis Scott Fitzgerald (pubblicato credo per la prima volta nel ’22, nella raccolta “Tales of the Jazz Age”), coi numeri di pagina aggiunti in alto, a penna.
(Ah, un particolare di cui mi sono appena accorta, appena ho visto le due copertine montate affiancate: entrambe le copertine rappresentano un uomo e una donna vestiti da sera, che ballano) 
2
Naturalmente ho trovato mille motivi per sospendere momentaneamente la lettura de Le confessioni di Max Tivoli di Andrew Sean Greer, e oggi pomeriggio mi sono rassegnata a prendere atto di questa resistenza: ho preso quindi i diciassette fogli della traduzione di mamma e me li sono portati sul divanoletto, dopo pranzo, per tuffarmi risolutamente nell’altra storia: quella corta di F.S. Fitzgerald, The Curious Case of Benjamin Button.
Per prima cosa, qui l’atmosfera è tutta diversa: non più un uomo che ti parla sottovoce, “confessandosi” di nascosto mentre continua a fingere di essere quello che non è, ma una terza persona che ci racconta allegramente di un evento paradossale, cospargendo il racconto di notazioni argute di carattere sociale, come benissimo sapeva fare Fitzgerald. La differenza con l’altro libro balza agli occhi fin dall’inizio: questa volta il neonato settantenne ce lo vediamo proprio davanti, a cavalcioni della culla, avvolto in una grossa coperta, coi capelli radi gli occhi acquosi e la lunga barba che ondeggia leggermente allo spiffero d’aria proveniente dalla finestra della nursery.
“Quindi è una specie di cartone animato”, ti dici, e questi waspissimi scrittori degli anni quaranta, ti dici - e ancora, di pregiudizio in pregiudizio: che Fitzgerald è uno scrittore leggero (e ti ricordi del Grande Gatsby, quella sensazione di poter scostare una tenda e all’improvviso trovare un dolore, qualche cosa di grosso e invece niente), e la crisi e il dopoguerra, e la generazione perduta, ed Hemingway da qualche parte che fuma sorridente all’aria aperta, e Fitzgerald invece che non fuma e non sorride e taglia in due con lo sguardo una profonda e “moderna” sala da ballo, o la hall di un albergo, che sembra la scenografia di quello straordinario film con Fred Astaire, quello che vinse l’Oscar per la scenografia o per la coreografia, quello famoso delle porte girevoli… Vabbè, relax ti dici, e procediamo con la lettura di questo breve cartone animato, o short story che dir si voglia, ambientato a Baltimora nel 1870.
Naturalmente leggere una traduzione di mamma non è per niente come leggere un libro dell’Adelphi, piena com’è di “intraducibili” con la traduzione letterale fra parentesi, e fresca come l’acqua la sua scrittura da ventenne, che a settant’anni mantiene così pura, non intorbidata da nessuna abitudine né da nessuna vera necessità di scrivere – una scrittura di puro piacere, rapidissima e allegra, scritta per nessun pubblico al di fuori di se stessa, “mi piaceva e me lo sono tradotto”.
Ora la vita di questo neonato settantenne di Fitzgerald, che si avvia a morire a zero anni pure lui come il Max Tivoli di Greer, scorre invece veloce a differenza della vita di quello, perché il racconto di Fitzgerald è una short story mentre quello di Greer è un vero e proprio romanzo, e alla tredicesima delle diciassette pagine dattiloscritte, Benjiamin Button è già arrivato ai trent’anni.
Mi vergogno un poco di confessare, a questo punto, che non me la sono fidata a finire neanche questo racconto breve, perché a un certo punto mi sono addormentata, e mi sono svegliata alle cinque.
Quando mi sveglio il pomeriggio, emergendo all’improvviso da un sonno che è una specie di catalessi, la prima cosa che penso è al web e ai blog, e a certe cose che ci ho letto e che ci ho scritto, e che ci leggerò, e che ci scriverò. Allora ho pensato a Effe che mi diceva: allontana questa fine che s’intravvede, lasciala ancora nell’ombra, ancora un giro di ballo per piacere, e mi son chiesta quale fine intravvedesse. Mi sono provata a dare delle risposte, e ho stabilito che erano tutte sbagliate. Fra l’altro nel racconto di Fitzgerald mi è sembrato di ritrovare il vestito di una donna di Greer, giallo a disegni neri, e adesso qui vi copio i due vestiti.
Greer:
…un abito giallo coperto da una sottile rete nera cosparsa di grandi foglie sagomate, che sembravano esservi state incollate durante un temporale.
(traduzione di Elena Dal Pra)
Fitzgerald:
…una mantilla spagnola del più tenero giallo, con dei disegni neri di farfalle.
(traduzione di mamma)
A stanotte la continuazione della vita all’incontrario del tormentato Max Tivoli - oppure di quella (ugualmente all’incontrario) del più allegro e strafottente Benjamin Button. Deciderò là per là.

Figg. 1 e 2
La prima è il collage che ho promesso a Palmasco, la seconda l’ho trovata grazie a Effe e Marquant.

3
Dattiloscritto Fitzgerald. Ovvero come si fa, di leggerezza in leggerezza, in un piccolo vortice di arguzie e sorrisetti e stupidaggini, a farti procedere, in accelerazione e senza fartene accorgere, in direzione del buco del lavandino. E a un certo punto lo scarico della storia ti risucchia e Benjamin Button non c’è più.
Avevamo detto che la storia doveva finire a zero anni no? e in effetti, a zero anni finisce. Ma mentre per tutte le prime quindici pagine (per tutti i suoi primi sessant’anni, a partire dai settanta per arrivare circa ai dieci anni) il protagonista attraversa all’incontrario tutte le sue età consapevoli, dalla famiglia alle ragazze allo studio ai successi e alle delusioni nello sport, a partire dai dieci anni e procedendo senza sosta verso la prima infanzia la sua mente si fa via via sempre più semplice – e come si semplifica il suo sentire, così all’improvviso comincia a semplificarsi la scrittura di chi scrive, che altro non è se non il modo per dircelo.
C’è un culmine di pura felicità, nella vita di Benjamin Button, che ci viene consegnato rappreso in una specie di immagine solarizzata: al suo arrivo all’asilo, il sorriso di Benjamin si allarga sulle pochissime cose che lo circondano e lo attraggono (la plastilina, la tata, la palla arancione del sole), fino a stringerle tutte insieme in un piccolo abbraccio, e diventa all’improvviso immortale. E dall’età dell’asilo, Benjamin non vuole andarsene mai più – poi qualcosa lo risucchia nel vuoto, in una perfetta (forse) felicità.
Ieri a casa è venuta mia cugina con suo figlio, il piccolo Michelino. Solo io e lei, nella famiglia, abbiamo chiamato i nostri figli piccoli diminuendone il nome, per distinguerli (come se ce ne fosse bisogno) dalle persone più grandi. Anche se adesso, ai suoi sette anni, sempre meno spesso mi capita di chiamare mio figlio “Vincenzino”: evidentemente i sette anni danno diritto – almeno nel mio procedere mentale, che è a tappe – a un nome a tutto tondo, ovvero a un nome da anagrafe. “Beniamino”, mi scopro allora a pensare, è un nome che nasce già diminuito: un nome programmatico di bambino.
Dunque Michelino ha due anni, e come mio figlio alla sua età, si serve di un sorriso provocatorio e seduttivo per ottenere quello che vuole, ossia di stare al centro dell’obbiettivo di chiunque abbia a che fare con lui. A un certo punto Michelino la smette di sorridere, infila tutt’e due le mani in una busta di plastica piena di residui di plastilina, pescata nel mucchio di giocattoli vecchi del suo cugino più grande, e poi ci infila il naso e direi anche tutta la testa, e inspira. In quel preciso istante penso al racconto di Fitzgerald, a mia madre che se l’è tradotto, e a che cos’è la scrittura per qualcuno, e la lettura per noi. Poi Michelino emerge dalla sua tirata di plastilina, ci sorride di nuovo, e spariscono Fitzgerald e mia madre, insieme ad ogni specie di parola.
Vorrei che continuasse, questo inspirare ed espirare, questo sapere e non sapere alternato. Naturalmente non è possibile, se non per qualche istante fortuito. Intanto so che ho abbandonato vicino al letto le confessioni di Max Tivoli, la sua espirazione continua, il suo sapere fittamente intrecciato che avvolge come un cappio ogni dettaglio di ciò che lo circonda. Falso, sempre-adulto, l’ho lasciato l’altroieri al piano di sotto di un lettino a castello, in una casa dove s’è infilato con l’inganno, facendosi adottare come figlio da quella che un tempo era sua moglie, pur di dormire sotto il respiro del bambino che ha generato lui stesso a ventott’anni, e che a questo punto è diventato suo coetaneo e fratellastro, oltre che amico di scuola. Falso, falso, falso, mi sorprendo a mormorargli, dopo aver tifato per lui ogni volta che lo ha assalito la tentazione di dire tutta la verità. Max Tivoli si volta verso di me, rigirandosi sul fianco nel letto di sotto di quel castello espugnato con l’inganno, mi fa “sshh” col dito appoggiato sulle labbra, mentre il respiro di suo figlio al piano di sopra si fa pesante e regolare. “E anche se la dicessi, la verità”, mi fa notare, “chi mai potrebbe credermi?”.
All’improvviso so questo: che Andrew Sean Greer lo conosceva benissimo, quel racconto di Fitzgerald. Il Benjamin Button di Fitzgerald nasce a esattamente settant’anni, nel 1870; il Max Tivoli di Greer (che quando è nato si chiamava …., e poi ha cambiato nome) nasce sempre a settant’anni nel 1871, cioè solo un anno dopo. Ma c’è una torsione premeditata nella storia di Greer rispetto a quela di Fitzgerald, e fin da subito: mentre il Benjamin Button ringiovanisce nel corpo e nei pensieri (e quindi anche nella capacità di maneggiare il linguaggio), Max Tivoli ringiovanisce progressivamente nel corpo, mentre invecchia progressivamente nella mente.
Bene, lo schema è chiaro. Chissà perché, mi chiedo, ci ho messo tanto per capirlo. Ritorno a Michelino, al suo inspirare la plastilina per poi volgersi all’improvviso con lo sguardo verso le cose e tutti quanti, a quando mi sono detta: vorrei che continuasse, questo inspirare ed espirare, questo sapere e non sapere alternato. E però torno anche a un’altra cosa, di cui vi ho parlato ieri e che non ho potuto fare a meno di appuntarmi:
Se attraverso il respiro esistiamo ritmicamente a livello inconscio, quano possiamo intervenire a livello conscio, per lo meno metaforicamente, sul disegno ritmico? Poiché in un certo senso è proprio spezzando questo andamento che ci mettiamo in grado di scoprire nuovi schemi ritmici. E’ ovvio che non possiamo smettere deliberatamente di respirare, se non per alcuni istanti, né arrestare le nostre pulsazioni fisiologiche. Tuttavia interrompendo teoricamente i nostri schemi universali è piacevole credere di poterci affrancare dal battito che sempre ci accompagna, il quale proprio per la sua regolarità crea la stabilità e l’agio del nostro sistema nervoso.
Il respiro e il ritmo si conformano agli schemi umani universali e quando questi vengono scossi o disturbati anche il corpo viene coinvolto alla stessa maniera. Questo parallelismo diventa evidente quando ci si riferisce all’eccitazione che nasce nel corpo quando si trovano soluzioni ritmche straordinariamente insolite. E in realtà è per contrasto e per interesse che abbiamo bisogno di deviare dal ritmo regolare e già previsto per scandagliare il territorio più intimo del corpo e scoprire andamenti sempre più interessanti.
Ebbene, è una questione di primaria importanza trovare la chiave di ciò che abbiamo definito vero ritmo guidato, in quanto il ritmo è uno degli elementi basilari della danza. Esso costituisce la conenssione logica tra danza e musica, e grazie alla sua grande forza il ritmo interno ci aiuterà a non dipendere dal brano musicale quando coreografiamo o eseguiamo movimenti coreutici (…)
(Gillian Hobart, Danzare con l’anima - Il corpo e la mente nella danza contemporanea, Guaraldi)
Questa cosa che ho ricopiato ha a che fare, curiosamente, con una certa idea di “dissonanza proficua” tirata fuori da bgeorg in questo post, e rimbalzata in questi giorni anche altrove - per esempio nei commenti a questa poesia di Palmasco.
P.S. per chi si sta appassionando: c'è aria di sovrapposizioni in giro. Per esempio: leggete qui.
Intervallo
La situazione di Mr Tivoli sta precipitando, e sono troppo preoccupata per lui per poterne scrivere. Quindi faremo un intervallo, tipo un consiglio di acquisto.
Comprate e leggete: Ben Schott, L’Originale Miscellanea di Schott (ed. Sonzogno).
Anzi fareste bene a impararlo a memoria – per cui vi consiglio di metterlo sullo sgabello del bagno, e di lasciarlo lì.
Per tutta la famiglia.

4
Poi alla fine l’ho finito, il libro.
E’ usanza non rivelare la fine di un libro, per gentilezza verso chi se l’è comprato, ebbene io le usanze le rispetto, che mi costa? Anche se poi, probabilmente, “come finisce” è la parte meno importante di questa storia, tant’è che mi è successa una cosa strana.
Stavo leggendo rapidamente le ultime pagine (che poi alle ultime pagine non è più neanche leggere, è un immergersi nei patemi e gli autori quelli bravi lo sanno, e difatti verso la fine vi portano sulle rapide, lo sanno che non v’importa d’inzupparvi o farvi male o che vi giri la testa, figuriamoci avere fame sete o sonno, stare scomodi o avere gli occhi che s’incrociano: lo sanno e ci danno dentro), e all’improvviso la storia di Max Tivoli mi è finita tra le mani. Naturalmente non c’è niente di strano in questo: ci sono libri che finiscono di botto, come una corsa in uno scontro frontale – lo strano è venuto dopo. Che ho chiuso il libro, l’ho riaperto, e ho cominciato a rileggerlo.
Va bene questa è una cosa che si fa, o almeno che a me capita abbastanza di frequente: che alla fine di un libro, una volta che si è staccata all’improvviso la spina dell’emozione, ti prende come una specie di fredda curiosità, direi quasi scientifica, di tornare alla prima pagina per rileggerla con calma, quasi compitando, per capire in che modo, cioè con quale baldanza è sbucata fuori quella voce dal nulla, e con quali precise parole, preciso respiro e precise virgole ha iniziato a raccontarti (per capire perché, tu hai iniziato ad ascoltare, per quale caspita di motivo ti sei messa buona buona, come al buio di un cinema o su un sedile di giostra, pronta a farti portare). Per vedere il capo e la coda, per vedere come se ne stava arrotolato il serpente. E difatti anche stavolta mi è venuto così – ma poi la cosa strana è che ho continuato la lettura, per buone quaranta pagine fino al sonno, come se niente fosse successo. E ho messo il segno al libro.
Stamattina mi son svegliata in un'altra casa. Non più al sesto ma al primo piano. Non ho fatto il caffè con la prima luce proveniente da est, ma in quella specie di residuo di notte che è la luce di ovest. Forse di uguale avevo giusto il pigiama e i capelli in bocca. C’era una donna in quel libro che invecchiava visibilmente ed era uguale o aveva lo stesso pigiama, la donna amata tre volte da Mr Tivoli: a quattordici anni, a trent’anni e a sessant’anni. E ogni volta era la donna che avrebbe dovuto essere – al contrario del suo amante: prima troppo vecchio, poi giusto, poi troppo giovane per lei. “E cosa cambia”, mi sono detta. Mica cambia il giro del sole: cambia solo la posizione della casa.
P.S. Le date. Forse ho fatto un po’ di confusione o sono stata troppo vaga (come mio solito, come sempre e su qualsiasi cosa questi giorni). Dunque Max Tivoli s’innamora per la prima volta di Alice quando lui ha diciassette anni effettivi (53 apparenti) e lei ha quattordici anni: dunque ha più o meno tre anni più di lei. Poi la perde di vista. Poi la rincontra, da quasi coetaneo, quando lei ha “più di trent’anni” (e lui dimostra più o meno gli anni che ha), e la sposa nel 1908: 37 anni lui (33 apparenti) e 34 anni lei. La mette incinta piuttosto tardi, nel 1917 (che lei quindi ha quarantatré anni, e lui 46 effettivi e 24 apparenti), un attimo prima che lei lo abbandoni un’altra volta. Si ritrovano nel 1930, che lei ha cinquantacinque anni e lui cinquantotto effettivi (ma ne dimostra dodici), e il bambino ne ha dodici.
Facendo questi conti complicati (e risfogliando il libro avanti e indietro) mi ripetevo: che cosa saranno mai, due o tre anni di differenza? nell’economia di una storia, dico? poco più di niente, che vuoi che siano….
Ma non è vero affatto: uno slittamento di un paio d’anni soltanto, e la tua storia diventa tutta un’altra storia.
5
Mano di vecchio giovane
manina di bambino
occhi cisposi da neonato anziano
amante dalle giovani
energie incompetenti, dalle vecchie sapienze di malato
egoismo dei lutti, segreto delle nascite, si è tutto mescolato
come a me stamattina qui in cucina
un bacio svelto, che: “t’ho sempre amato, bambina”
(“mammina”?), “io forse quasi”, pensavo e non dicevo
“potrei dirlo ad un altro”, ma infine sarà vero
che siamo tutti, in fondo, l’amore di qualcuno?
mi venne da pensare (a trentott’anni)
all’uomo che mi ha amato più di tutti
con quale forza lieve delle dita
l’ho tenuto a distanza, mi son tenuta stretta a qualcun altro
a due o tre altri, a chi sposava me
guardandone altre cento, a chi una sola che
non ero io, ma quasi, e come un figlio.
Va bene. Ma li ho tutti
riconosciuti al volo, ché l’unica a invecchiare resto io
carezzata da tutti come fossi
sempre dell’età loro conveniente: leggera e resistente
come una narrazione, leggibile in un senso
o (volendo) nell’altro.
(a Max Tivoli, da Alice Levy Calhoun Van Daler Ramsey Harper)
