mettiamoci una pietra sopra 2

Tanta musica per nulla

 

 

Avvenne tutto in poco tempo: che ci invitassero a un concorso, che decidessimo di partire. Con la nave da Napoli.
Era la prima volta che partivamo tutti e tre, io Giovanni e Pino, anche se lavoravamo insieme tutti i giorni. E forse era la prima volta, che c'invitavano a un concorso a inviti. Sicché prendemmo la nave la sera da Napoli, senza pensarci due volte.
La sera cenammo in nave, al ristorante. Incontrammo da subito, al bar della nave, un architetto e un'architetta invitati anche loro al medesimo concorso - prendemmo un martini insieme e andammo a cenare insieme.
Alla cena solite cose, solite chiacchiere, tutta la nostra vita professionale e i nostri sogni e i nostri incubi condensati in quelle solite chiacchiere. Che proseguirono sul ponte della nave, guardando indietro il porto di Napoli che finalmente si allontanava, e si parlò di conoscenze comuni.
I due ragazzi dormirono in cabina, noi tre sulle poltrone, e la mattina arrivammo a Palermo.
Facemmo un'infinita colazione in un bar col giardino nei pressi del Teatro Massimo, poi ci recammo dove dovevamo, cioè poco lontano, a Palazzo Giachery.
Dove nella parte deteriorata non si poteva entrare, ma io spostai un'asse e entrai lo stesso, e vidi una luce forte penetrare da una crepa. Dove mi aggiravo con l'olympus appesa al polso, per fare fotografie. E presi foto inutili, e parlarono di cose inutili, dell'auditorium a realizzarsi per esempio, e dei soldi che non c'erano, e i professori di musica si dilungarono specialmente su insolubili problemi di acustica.
Andammo nel cortile posteriore, a prendere delle foto, e il cortile aveva alti muri e rampicanti rigogliosi da un lato. Per entrare litigammo col gestore di un parcheggio abusivo, che ci accusava di voler fotografare abusivamente il parcheggio all'interno del cortile, ci fu chi disse "vado a chiamare la polizia", lui rispose "te la spacco, la macchina fotografica", un altro disse "sono architetto, cosa crede", e là io risi forte - in pochi secondi scattai diverse foto, senza che mi notassero, poi mi avviai rapidamente verso l'uscita, dicendo ad alta voce a tutti quanti: "andiamocene, smettetela".
Un alto muro con finestre barrate, uno spazio che non voleva saperne. Per rientrare feci il giro dell'edificio settecentesco, forse un'antico ospizio per i poveri, non so. Mentre giravo pensavo a noi, a me. Pensavo anche a una specie di progetto - ma così, tanto per fare. Li avevo visti già, quelli che avrebbero vinto.
Di nuovo dentro per ulteriori comunicazioni, per esempio sulle esigenze del coro. Prendevo molti appunti mi ricordo, inutili. Poi fuori tutti e tre, per una boccata d'aria - e decidemmo che poteva bastare.
In un negozio di strumenti musicali, comprai un'armonica a bocca per mio figlio, una Piccolo. Mi chiesero che nota volessi, mi pare che presi il La. All'improvviso capii che venire a Palermo era stato uno sbaglio. In macchina mi tolsi le scarpe, per consegnare gli elaborati del concorso c'erano solo due settimane.
Ci precipitammo sulla via del ritorno, via terra questa volta. Prima di sera eravamo in Calabria, a casa di Pino, dove a cena fra i salami e certi dolci di marmellata mi dimenticai dell'armonica e dell'auditorium a costruirsi e di Palermo.
L'indomani mattina passeggiammo in una faggeta piena di nebbia, a terra strisciavano migliaia di salamandre incinte, gialle e nere, e ci dimenticammo completamente di Palermo e delle foto scattate.