The Crystal Ship

 

1. Che ci faccio io in una nave di cristallo?
Non voglio andarmene di qua , e non voglio che nessuno se ne vada. Vorrei essere capace di scrivere in maniera più semplice. No più sincera. No meno attenta. Forse la chiave è: meno attenta, per essere più...
Oh, al diavolo: posso scrivere delle note e poi cancellarle.

2. Non ho mai fatto ordine per così tanti giorni, ora il magazzino è presentabile, non sembra più neppure un magazzino.
Quasi quasi neanch'io sembro io.

3. Ieri ho preso un altro lavoro da architetto, dopo un sacco di tempo. E' consolante, confortante, corroborante, trovarsi di nuovo davanti una casa da trasformare. Ma per la prima volta ho pensato, che sarebbe meglio trasformarla poco. Nel senso che io me la terrei così - ma queste cose non si possono tanto dire, se no non ti danno i soldi. Quando poi ho cominciato a spiegare, alla cliente, che non sto lavorando più tanto "perché faccio altre cose", a un certo punto non sapevo bene come continuare, ho sfumato rapidamente e meno male alla fine mi sono ammutata. Lei aveva una faccia così simpatica e sintetica, le mie naturali complicazioni mi sono sembrate così impresentabili all'improvviso.

4. A semplificare troppo mi viene una specie di paralisi, che poi devo andarmi a sciogliere da qualche parte, in qualche acqua termale. Bisognerebbe studiare un sistema tipo bagnomaria, che non ti diluisci (cioè non ti disperdi) ma ti sciogli lo stesso.

5. Ho un passato fitto di eventi, ma anche di lunghe pause di silenzio e cretinaggine. Tendo a ricordare (e a interrogare) più queste che quelli.

6. Come si fa a chiamare un libro "Il bambino che non sapeva mentire" quando invece si tratta di un bambino che si allena a riconoscere la menzogna negli altri? Certe volte mettono i titoli partendo dal presupposto che nessuno leggerà mai, mi fanno proprio arrabbiare.
Per quanto mi riguarda, quando metto un titolo penso esattamente al contrario: confido sempre in letture prolungate e sottili, misteriosamente empatiche, meravigliosamente sostanziali - ma tutti mi dicono che sbaglio, che nessuno ha tanto tempo.

7. Nessuno ha tanto tempo.

8. Ma... ma sono cinquanta!! Vedi che significa essere governati dai numeri? Sono andata avanti per due mesi, a scegliere spolverare e rimontare post, pezzi di post, commenti, pezzi di commenti, immagini e canzoni, e poi a un tratto mi sono bloccata e ho detto: ecco, adesso basta. Solo adesso mi accorgo che quando l'ho detto ero arrivata a cinquanta. Questo significa che davvero basta, che va bene così, che non c'è nulla da aggiungere o da togliere, che lo scopo di tutti questi anni è stato comporre un puzzle di cinquanta pezzi, tutto qui. E farlo in un tempo onesto.
Cinquanta. Né tanti né pochi. Bel numero tondo e sfacciato, chiuso e abbondante, pieno di sé. Il numero barocco.

9. Sto quasi pensando, a sto punto, di riaprire un normale blog, con normali commenti. Cioè basta col commentario unico, con le pagine statiche e con la cristalleria navale: di nuovo date, di nuovo feed, di nuovo "postare" come movimento quotidiano, fresco, tracciabile e istantaneamente solubile, di splendida irrilevanza e dignità. Ho detto "quasi" - in effetti non sono per niente convinta.
Quello che ho cercato di fare in questi ultimi due mesi non è stato un lavoro di archiviazione, ma soprattutto di validazione: separare i discorsi di contenuto ancora "spendibile", e cioè di qualche rilievo, da quelli a valore zero. Calcolando solo il numero dei post relativi ai miei blog ufficiali - e cioè non il numero dei commenti, né la valanga di contenuti marginali (tipo citazioni etc), né le vecchissime cose (quelle preistoriche), e senza naturalmente contare i miei blog non ufficiali - diciamo che 50 su 661 significa che siamo intorno al 7,5%. Considerando che la consistenza delle aggregazioni (perché evidente: in molte delle pagine statiche raccolte qui sotto, ovvero nella "stiva" di questa nave, ho aggregato più post) risulta più o meno pari alla consistenza dei tagli effettuati sui singoli post immessi, direi che rimaniamo attestati sul 7,5% - forse poco più, in ogni caso meno del 10%.
In conclusione: se è così che funziona (90% di cazzate contro un misero 10% di cose sensate), è davvero necessario, o per così dire "ecologico", ostinarsi a chiedere attenzione (e a chiederla a gran voce per giunta, con tutto sto sistema di feed che regge e governa l'intera blogosfera) per quel 90% di cazzate? sono forse ineludibili, le cazzate?

10. Insomma si tratta di decidere fra la freschezza del movimento e la pesantezza del gesto.

11. Non è tutto uguale, non è tutto indifferente. Senza-data non è uguale a datato, se ti arrischi non puoi stare tranquillo, e no il sinelink non è una specie di tumblr, e parlare di qualcuno è diverso da cliccare save-this-post, e leggerti per feed è come spiarti dalla finestra prima o invece di entrare, e scambiarsi delle mail non è lo stesso che parlarsi via contatore, e avere persone che ti ascoltano non è la stessa cosa che sapere di averle, ed è diverso dal non averne ovviamente... e l'amicizia non è uguale alla frequentazione, incazzarsi non è lo stesso che irritarsi, il tempo-che-ci-vuole non c'entra niente col tempo che ci manca... e dire una cosa non è uguale ad averla più o meno pensata, e dire anch'io non basta se non dici anch'io cosa, e memoria non è amarcord, e quello che faccio io non è la stessa cosa di quello che fai tu, e la canzone che ricordo io non è la stessa che ricordi tu, perché...

12. Tutto molto aleatorio, finché non formalizzi. ("Aleatorio" è un posto pieno di spifferi e di persone che sbuffano. Qualcuno entra ed esce dalla finestra, svolazzando).

13. "E' così bello, non si capisce niente", mi dicono. Potrei anche esserne contenta (come una padrona di casa che ha a cuore il divertimento degli ospiti), ma io non ho mai voluto questo: pensavo a un luogo di ragionamenti aperti, piuttosto, che non dovessero necessariamente interrompersi allo scatto del datario. Pensavo a certi datari di alluminio, coi numeri giganti girevoli, di quelli che nei vecchi uffici scandivano i tempi delle cose di cui occuparsi. Un luogo dove lo scatto del datario fosse meno incombente, cercavo, più che un teatro dell'assurdo.

14. Registrare ogni minima progressione nell'azione continua di un individuo non significa automaticamente "leggerla", anzi a volte significa proprio il contrario: per averla registrata, esentarsi dal leggerla - per sempre e una volta sola.

15. Una persona cerca su google "che tempo fa a san pedro de macorìs". Viene indirizzata, giustamente, alla pagina di questo sito che ha quel nome di città nel titolo. Da quella, risale alla front page - ed eccola sul ponte, della crystal ship. Ufficialmente imbarcata, per così dire. Infine si ficca nel commentario, a vedere. Anche questa persona ha ascoltato il discorso del presidente nuovo, probabilmente. Quello che abbiamo ascoltato tutti: è finito da poco. Ne ha pensato qualcosa, ne ha pensato moltissime cose, non ne ha pensato niente. Probabilmente ci sta risparmiando la sua opinione in merito. Probabilmente a breve cambierà idea, e deciderà di non risparmiarcela invece. Probabilmente s'interessa di meteorologia, anche, e non trova che i due interessi siamo minimamente in conflitto. Oppure deve andare a san pedro de macorìs, prossimamente - a fare cosa, sa dio.

16. Mi piace "pratica", sostantivo: pratica professionale, avere pratica di qualcosa. Naturalmente pure la parola "pratica" ha una sua versione accademica e intimidatoria, e questa è "prassi" (infatti esiste la "prassi" professionale, ma in genere non si ha "prassi" di niente). Pratica dovrebbe essere un iperònimo di prassi, cioè valere di più, rappresentando la gestione di più accidenti e variabili, ma misteriosamente vale di meno, e proprio perché si occupa di più accidenti e variabili. E' sempre la stessa cosa: la parola dinamica è meno rilevante della parola statica. E fra parentesi, esiste un significato di pratica molto specifico, relativo al linguaggio dei marittimi, che è il seguente: "permesso concesso alle navi che, dopo la visita dell’ufficiale sanitario del porto d’arrivo, sono ammesse ad avere comunicazione con la terra; prendere p.: effettuare gli accertamenti sanitari necessari per ottenere tale permesso; mettersi in p.: scendere a terra, dare ordine di sbarcare" (De Mauro).

17. Mi sa che a me non mi fanno scendere, a terra.

18. Oggi ho aperto account un po' da tutte le parti: su tumblr, su wordpress, su blogspot... In tutti questi posti ho aperto un blog, l'ho chiamato "a ticket for", e poi ci ho messo dentro un bel biglietto d'ingresso, che se ci clicchi sopra arrivi direttamente fino a qui. Qui in mezzo al mar. Dove me ne sto seduta immobile, o poco mobile, col mio piccolo blocnotes e quest'economico e riassuntivo archivio/stiva sotto ai piedi. Fatto questo, non mi restava che andare sul vecchio blog di tiscali, e cioè su ioepalmasco, e cancellare finalmente a uno a uno tutti i circa trecento post che stavano ancora lì: non c'era proprio motivo di lasciarli a galleggiare in quelle acque lontane.

19. E' scrivere sempre, che pesa. Ci siamo ficcati (volontariamente, certo) in un ambiente dove siamo tutti obbligati a dire per iscritto, invece che a voce. Uguale a dire: normali uomini e donne parlanti, obbligati a comunicare tra loro cantando. Stonati, intonati, di genere, lirici, jazz... e poi fra un pezzo e l'altro ci diciamo pure (sempre canticchiando): quella "canzone" di prima era bella, questa "canzone" di oggi non mi prende, ti faccio sentire un paio di pezzi nuovi... così certe volte ti viene di metterti i tappi alle orecchie, cominci a dire basta canzoni basta basta, voglio parlare normale. Però lo sai che non ti piacerebbe, che se smettessi di cantare ti accorgeresti di non avere niente di speciale da dire. Proprio come succede ai cantanti veri, i cantanti la spiegano proprio così.

20. Lo strumento più disciplinante che conosco è la forbice. Mi sono ritagliata uno spazio piccolo. Mi sono tagliata dieci centimetri di capelli. Quando lo strumento è essenziale nella sua efficacia, uno poi si appassiona pure: se ho delle forbici in mano tendo a non fermarmi, così come se ho una pala tendo ad accumulare, se ho una penna a riempire, se ho una brocca a versare. Aggiungere e togliere appassiona allo stesso modo se lo strumento è efficace, se l'attenzione si mantiene costante, se il ritmo sembra buono.
Andare avanti ore con la matematica.

21. Non sei stanca dei lavori inutili?

22. Per "lavori inutili" intendevo questo fatto di iscriversi a tutte le piattaforme. Sono diventata "membro di": questo e quello. Ciò mi consente di commentare su tutte le piattaforme siglando con la mia fotina. Che poi cliccando sulla mia fotina (in tutte le piattaforme) si accede al "mio profilo". Eh.

23. Mi sono appena iscritta a fb. Gli utenti di fb non possono accedere al resto di niente, solo arrivare qui se vogliono. Io non ho niente da nascondere di quello che c'è qui: è una nave cristallina.

24. La nave dondola. Bisogna prendere continuamente decisioni, pare: chiami, eviti, inviti, dichiari, te ne fotti, mostri, nascondi, controlli, lasci andare... sì, lascio andare. Mi ricordo quando con papà, in mezzo al mare, ci mettevamo a cantare a squarciagola l'inno dei sommergibilisti, come se fossimo al buio e in guerra, e invece era mezzogiorno e ce ne andavamo "pel vasto mar" solo per farci un tuffo al largo, dopo il lavoro, prima di pranzo.

25. Ho pensato alla mia lunga resistenza a entrare in posti tipo fb. La cosa che mi ha trattenuto di più finora, dall'entrarci, è questa tendenza generalizzata a spostare ogni "movimento" sulle quelle piattaforme veloci, facendo viceversa dei blog spazi sempre più statici, di riflessione ed esposizione. Come se il "movimento" non potesse che essere gestito dall'alto e secondo regole scarne, stringenti e condivise, e a noi restasse solo il governo e lo spolvero dei pesanti arredi delle nostre case.
L'idea di aprirmi account un po' dappertutto e reindirizzare qui rappresenta per me l'idea di forzare i "centri" a dirigersi senza pigrizia verso le periferie produttive. Periferie pulsanti invece che centri pulsanti: non è quello che poi succede nelle metropoli? è che siamo provinciali, ecco cos'è, dovremmo essere più genuinamente metropolitani.
Allora, in teoria, io non dovrei mettermi a chiacchierare con gli amici in fb, ma indurre le persone a venire a chiacchierare qui - cioè "anche" in posti marginali come questo. Vero che qui ho creato una situazione statica, "artificialmente" statica - ma anche passeggera lo so: statica come una traversata in nave - che puoi fare su una nave in traversata, se non starti un poco ferma? Mentre la nave comunque cammina, anche se tranquillamente.

26. Mi sto leggendo, sul ponte, Stendhal: "La badessa di Castro". Mi sono iscritta pure a friendfeed.

27. "The point of presence" mia cara, si chiamava una volta. Vale a dire: ci si dissolve e ci si ricompone in un punto solo, ma in mondovisione e al rallentatore.
Mi è volato il cappello. Getto una cicca in alto mare, schioccando la punta dell'indice sul pollice, è un esperimento: se qualcuno mi viene a dire che sporco i mari, rispondo allora è vero che incido.

28. Il prezioso libro "Autogrill" si può comprare in tutti gli autogrill. Quindi non è prezioso.

29. Procedono improvvisi e diretti, pieni di forza e normalità. Si lanciano in avanti anche, senza incertezze. Si abbattono a terra ogni poco, perché così è che funziona sempre. Abbandono anch'esso pieno di forza, abbandono funzionale del corpo umano efficiente, abbandono tecnico. Le piante dei loro piedi sono rovinate perché vengono continuamente sollecitate e caricate: se ne occupano, non se ne preoccupano, le piante dei piedi sono solo (sono i sacri, sono i semplici) ammortizzatori del veicolo. The aesthetic of METHOD is one where the human body resides as sole communicator and is stripped of artifice: no spoken word or text, no video projection or multi-media display, no play-acting... just pure, high velocity, idiosyncratic, unbridled movement and momentum. METHOD on the web at methoddance.com.

30. Certe persone neanche ho più bisogno di ascoltarle, talmente che mi parlano dentro. E continuo a non sapere niente di loro, non mi interessa, non mi serve: scorrono piano, e infinitamente mi parlano.

31. Strelnik, il piccolo vecchio bitworker, si rabbuia e finalmente le si rivolta contro, alla riga di facebook: "ma saranno un po' cazzi miei (intendi: che sto facendo in questo momento)", scrive. E fu così che si presentò Strelnik, il piccolo vecchio bitworker, al gran mondo oltre la linea del digital divide (sotto alla foto di Strelnik, il piccolo vecchio bitworker, è apparso: "Strelnik è nuovo di qui, aiutalo a trovare degli amici"). John Barleycorn Must Die.

32. L'altroieri mi parlava di come da queste parti (anzi: da tutte le parti) sia sparito "il desiderio". Oggi vado nel suo blog e leggo invece che quello che è sparito è "la dimensione simbolica". E quindi anche la scrittura, conclude. Eh.

33. Da quando tengo solo un diario di bordo mi sono accorta di aver eliminato, con una sola botta di spugna, immagini video e ammennicoli vari - ma anche il semplice corsivo, per dire. Oltre ai link, naturalmente, che già mi piacevano poco. E i feed, certo (questa è storia recente). Viaggiare leggeri cioè: i bagagli complicati da trasportare li lasci nella macchina giù in garage (dove in teoria non ci puoi più andare finché non si sbarca), e sul ponte ti porti solo la borsa piccola. Pure quando uscirono i trolley rimanemmo affezionati ai borsoni, che erano più belli da vedere, ma era una presa di posizione totalmente cretina.

34. Vecchi e nuovi vanno avanti e indietro, parlando lingue diverse, quasi inciampando l'uno nell'altro, molto assorti ma senza riuscire minimamente a concentrarsi, come se avessero improvvisamente dimenticato cos'è che dovevano fare di urgente, anzi cos'è che avevano interrotto di fare... I "vecchi". I "nuovi". O semplicemente: quelli che son sempre stati benissimo ovunque e quelli che bene-bene non sono mai stati da nessuna parte, tranne qui. Non è una storia da niente, è una faccenda che fa paura quant'è grossa. Nessuno si rende conto che sentirsi dire "è finito, adesso giochiamo a un gioco nuovo" significa, per alcuni: fate finta che questi ultimi anni non siano passati, anzi depenniamoli proprio dalla vostra biografia e buonanotte (ma mica uno o due: anche quattro, sette, dieci anni, che uno volendo in dieci anni ci si può sposare due o tre volte, fare tre o quattro bambini, cambiare lavoro o posizione sociale, o ammalarsi di cancro e guarire compresa tutta la terapia).

35. Che poi non è vero, che a sentire quella canzone ho ripensato a quelle corse in campagna col cane: era una nostalgia molto più difficile da dire quella che mi è saltata alla gola, la storia del cane era più facile. Bisogna che impari a non commentare qualsiasi cosa tirando in ballo sentimenti generici, che è quasi sempre un quasi-mentire, alzare fumo protettivo immediato.

36. Dentro a una ship-metafora si sta scomodi perché, a rigore, non è che puoi entrare e uscire a piacimento. Però si sta anche comodi perché pure gli altri sarebbero tenuti a imbarcarsi, se vogliono averci a che fare. Cioè non è che in una nave ti puoi "affacciare" senza accettare di navigare, almeno un poco, e non è questione di soglie è proprio il mare che è fatto così. Però insomma, la nave è trasparente: un po' si vede, da fuori - e da dentro puoi... e per questo devi stare... oh, tenerti, portarti in un certo modo, in nave devi camminare in un certo modo... poi però puoi pensare a quello che ti pare, perfino "fare", quello che ti pare: Mikel lo sapeva il trucco, per esempio.

37. Allora: epigrammi. Non è così, d'altronde, che vi parlate nella testa, che vi organizzate la giornata, che minuto per minuto la rendete... tracciabile? Ecco, limitatevi a quello. Vi si ricorderà per il vostro colpetto al triangolo, la sua precisione non memorabile: bello così, tremendamente sufficiente. Allestimenti minimali, capito come? così funziona. Partecipate all'evento estetico collettivo più imponente e leggero della storia dell'uomo. E. Lasciate perdere l'infra-lieve, non è cosa per voi. Anzi facciamo direttamente così: non c'è proprio niente fra cosa e cosa, ve lo siete sognato.

38. Voglio una specie di orologio con un piccolo monitor con la tua ombra che ci passa attraverso ogni venti minuti (da sinistra a destra o da destra a sinistra, a seconda).

39. Vento forte non freddo, molto rumoroso, se non ti tieni scivoli. Sveglia per un sottofondo di paura - siamo veramente al sicuro qui? e se lo siamo, perché certe parole non puoi più nominarle? Per esempio: bocca. Anna sulla nave a bocca cucita.

40. Oggi ho capito (mi hanno spiegato) che quello che tu pensavi fosse fuori posto è perfettamente a posto, mentre quello che tu pensavi fosse a posto è completamente fuori posto. Quando arrivano a convincermi di certe assurdità, reagisco sbarrando gli occhi. L'occhio, anzi. Brain Damage & Eclipse (official video), ora capisco perché rideva: guarda il vuoto, diceva, cerca di capire com'è che le cose si fanno spazio.

41. Tutti i miei amici italiani stanno dotando la loro pagina fb dello strumento "statistiche": vogliono sapere chi visita il loro profilo (quante volte, per quanto tempo e soffermandosi su che cosa), e in definitiva immaginare un intero sistema autostradale di cooptazione "ragionata". Gli amici non italiani non mi pare avvertano la medesima urgenza, ma questo era prevedibile. Non la trovo un'abitudine condannabile, questa dei contatori: rilevo solo come sia particolarmente radicata, qui da noi, quest'attenzione al comportamento dei followers. C'è un movimento un po' impresentabile, che però so che si fa, ed è questo: chi è che legge di me, e cosa? ah: tu. Cosa hai letto più attentamente, di me? questo. Allora adesso me lo rileggo immediatamente anch'io, "mettendomi nei tuoi panni" (anche se lo so a memoria, perché l'ho scritto io). Insomma: l'immagine che hanno di me, così come appare all'altro - e l'altro "in persona" lì davanti, cui chiedere: "fammela subito vedere, quella foto di me che hai appena scattato". Sottolineate tutti i "di me": l'immagine che viene fuori è quella di una nazione veramente bisognosa di affetto. E' quasi straziante.

42. "Oltre 1 milione di messaggi per sciogliere ogni dubbio sull'arredamento". Cioè più messaggi mandi, più ti sciogli i dubbi.

43. Qualcuno viene, qui in nave, a cercare autogrill+colafranceschi. Giustamente viene indirizzato al commentario, dove però attualmente si sta parlando di vecchi e carampane, e non più di autogrill - sorry. Allora il cercatore fa un "cerca" interno, digitando "colafranceschi", come se si trovasse in una biblioteca. A quel punto viene indirizzato alla pagina giusta del commentario, ovvero all'unico messaggio dove vien fatto per intero il Nome dell'Autore: il messaggio rintracciato riporta infatti nome del libro (Autogrill), nome dell'autore (Simone Colafranceschi) e nome dell'editore (Il Mulino). E poi sibillinamente: "non l'ho ancora cominciato, ma ha un bellissimo indice: ve lo copio?". A quel punto il cercatore se ne va, definitivamente o così pare. Peccato, perché proprio nel commentario (oltre che di straforo nel diario di bordo), si è parlato per più di un giorno del libro in questione - oltre che di tristi storie, emozioni, abitudini e similitudini concernenti: tutte cose che a un curioso di autogrill dovrebbero comunque interessare. La domanda finale è questa: una nave fatta in questo modo, quantunque "cristallina", servirà mai a qualcosa o a qualcuno? La risposta è: no (oppure al solito: dipende da che vuoi dire quando dici "servire").
P.S.: questo è un utilizzo cristallino delle statistiche di un sito.

44. Incerta se farti un regalo o tenermi tutto io. Tenermi tutto io è più difficile: niente per me, nessuna responsabilità (sempre la solita storia, la conservazione dei patrimoni).

45. Mantenere leggerezza (incastrando le cose soprappensiero, non smettere mai di incastrare, tieni la mano leggera quando incastri).

46. Molti miei amici hanno bambini piccoli. Poi c'è chi è andato in india, chi è tornato in colombia, chi sembra addolcito: una specie di improvvisa adultità. Un amico mai incontrato dal vero (dal vivo?) mi ha chiesto una foto in cui mi si veda la faccia, gli ho detto adesso me la faccio e te la mando, ho chiamato la foto "io mo'". In generale sto parlando di maschi, gli uomini se la cavano meglio in questi territori, le donne invece organizzano duelli all'arma bianca nel "commentario" di questa nave . Nel commentario - volevo dire nel parlatorio, nell'aleatorio. Mi chiedono che rumori fa la nave, io lo so (io li sento) ma non so affatto rispondere.

47. La sola cosa di cui nessuno sa parlare - beh parlano lo stesso. No insegnare, ma imparare dai bambini a essere decisi e silenziosi quando serve. Una volta che ci mettemmo a discuterne in generale, nostro figlio a un certo punto interruppe il talk show educativo: è inutile che fate testamento biologico, disse, tanto io ve la stacco la spina.

48. Vento a favore.

49. S'è rotta la radio. Non puoi immaginare le facce. "Charlie ha acceso i lampeggiatori d'emergenza. Vaffanculo il regolamento. I suoi occhi si sono posati dentro di me".

50. Miguel, venezuelano di nascita e coetaneo, diventa fan di Renny Ottolina "El Nro.1". Vado a cercare di capire chi è, vado sempre a cercare di capire, fatico a tradurre, imparo riassumo e dimentico velocemente, stabilisco improbabili relazioni basate sul nulla. Se oggi mi metto a chiacchierare con qualcuno, probabilmente inizierò col dirgli "ma tu lo sapevi che in Venezuela, negli anni Settanta, c'era un conduttore radiotelevisivo che...". Quello mi guarderà senza il minimo interesse e subito dopo mi chiederà se voglio andare al cinema a vedere "The Millionaire, quello sull'India e sulla televisione, che dicono tutti che è bellissimo".

51. Le onde sciacquano i fianchi della nave rendendoli brillanti. Anche solo a vederla da qua sopra, la schiuma sembra tiepida: lo schiaffo ripetuto, non troppo aggressivo, sembra che serva semplicemente a compattare, a tenere unito, il piccolo volume che si sposta nella massa liquida. Quello che all'inizio sembrava faticoso si dimostra, adesso, niente più che una sobria cura. Il cielo è bianco, non azzurro, come quasi sempre se stai in mezzo al mare. La piatta luminosità rende inutile (meno male) qualsiasi fotografia. Quando si scenderà, a qualsiasi cosa risponderemo che purtroppo non c'eravamo, che siamo mancati dei giorni - e il sorriso sperso, proprio di chi è appena sbarcato, segnalerà che stiamo mentendo.

52. Nelle navi grandi c'è il cinema, pure. In quelle piccole invece, tipo nei traghetti a rotta breve, c'è la televisione, che passa sempre qualche filmato tipo "le bellezze delle isole". Così invece di guardare fuori possiamo vedere dentro a una televisione le stesse cose che stanno passando fuori, e in qualche modo ci sembra più comodo - è una comodità offerta dalla compagnia di navigazione e dall'assessorato al turismo.

53. E sì, c'è sempre aria qui. Tanta aria. Dicono che abbia una grande capacità polmonare - no è solo allenamento, rispondo, o la respirazione yoga, l'unica cosa yoga che ho imparato e mi serve. Non sono molte le cose che ho imparato e che mi servono - anzi no: non sono molte le cose che ho imparato e non sono molte le cose che mi servono. Andare avanti ore con la matematica, il rapporto fra le une e le altre è sempre 1.

54. Avvistata... a vast radiant beach in a cool jeweled moon. E' lì che scenderemo? Couples naked race down by its quiet side, and we laugh like soft... che cosa devo fare di questo desiderio abbagliante, che non passa e non muove, fai presto non t'incantare dobbiamo scendere.

55. Se fosse un uovo (oppure una ceramica, o un uovo di ceramica), il termine esatto sarebbe "craquelé". Votre mission, si vous l’acceptez, est de concevoir et de construire un véhicule qui protégera votre oeuf-tronaute contre les dangers de la rentrée. L’objectif est que votre oeuf-tronaute survive à l’atterrissage sans craquelure. Un oeuf craquelé est considéré comme un oeuf cassé. Si l’oeuf rebondit au-dessus de l’aire d’atterrissage ou si l’aire d’atterrissage tombe par terre, entraînant l’oeuf au sol, l’oeuf est considéré comme cassé. E com'è: senza essere caduto né atterrato, cioè da fermo, si è già rotto? "Te l'ho spiegato: anche se cade l'area di atterraggio, portandosi appresso l'uovo, l'uovo è considerato rotto - ma adesso basta giocare dobbiamo scendere".

56. Io non governo proprio niente, quest'affare se ne va per i fatti suoi, "ma non è mai così" mi dici tu, "mai niente si mette a posto per fatti suoi!" - eppure vedi, va alla deriva e va proprio dove deve, con me dentro e di traverso al mio cuore.

57. Dove sono stata? E' stato un viaggio lento, uno stupido buco di viaggio lento, una smagliatura in mezzo a un tempo così ostinatamente tessuto. C'è un solo motivo: sono una persona ostinata e ribelle. Mi fa ridere la parola "ribelle" - una parola antica, generazionale. Ciclicamente ritorna: "colui che potrebbe fare la differenza" - e avoglia che la fa la differenza, ma per poco, ed è una differenza da poco: il ribelle è sempre piuttosto giovane, il ribelle non capisce un sacco di cose, il ribelle ha una forma di ottusità che resiste a qualunque consiglio, a qualunque appello, a qualunque amore. Detto in poche parole: il ribelle fa innervosire.

58. Il suo parlare è tutto un susseguirsi di piccoli esercizi di forza, ben intarsiati, rituali, che mi impediscono di tralasciare o distrarmi: fa giochi di domande, trapunta di piccole inchieste le cose che va dicendo, coi soli occhi mi tiene vigile, come stretta in un pugno, neanche mi sono accorta di quando ha cominciato. E mi nutre, senza smettere di parlarmi. E poi mi porta al freddo, al caldo, poi al freddo di nuovo - mi tempra. Mi parla camminandomi alle spalle, mi fa varcare porte, mi illustra, manco mi guarda più, nel contempo sembra che stia sbrigando molteplici faccende, la sua casa si organizza danzando davanti ai nostri passi, disponendosi perfino nelle tende, nei tappeti, nelle carte, ai suoi comandi. A un certo punto mi volto e le dico qualcosa che non si aspetta: "tu non mi conosci per niente". La stretta si fa durissima allora, è un gioco di destrezza che all'improvviso mi domanda se voglio un altro caffé, un tè, qualcosa per riscaldarmi.

59. Io ho paura delle metafore perché... te lo dico molto semplicemente: ho la preoccupante tendenza a far diventare tutto vero. E' un gioco pericoloso, si chiama "chi te lo impedisce?", e quel che è peggio funziona sempre. Grazie a dio la maggior parte delle persone continua a ritenermi immaginifica, la verità (un po' triste) è che sono tecnicamente un'esaltata. Visto che non riesco a uscirne, cambiare metafora non è altro che una forma di profilassi.

60. "Ha molta fantasia", dicono di certi bambini. Mai nessuno che spieghi alle maestre come esistano due tipi di immaginazione, una funzionale e una finzionale. Che i bambini con un'immaginazione di tipo funzionale vanno curati, tenuti bene, magari leggermente sedati (in realtà bisognerebbe pensarli come dei piccoli malati), mentre i bambini "fantasiosi" - quelli che inventano, quelli che giocano con l'immaginazione come se si trattasse di un giocattolo lussuoso - bisognerebbe punirli da piccoli, in modo che da grandi non diventino dei delinquenti. Ai bambini della prima specie non può capitare di peggio, ovviamente, che essere confusi con quelli della seconda specie - ma in questo caso si tratta solo di un danno personale, mentre offrire la grazia del contrario ai secondi è proprio un disastro per la società.

61. Si era così disabituata a parlare con le persone che, quelle rare volte, le succedeva facilmente di scoppiare a ridere per una scemenza qualsiasi. Allora attaccavano a ridere, ma a ridere sul serio, fino alle lacrime e coi dolori di pancia, senza riuscire a fermarsi. Questa era la forma di pianto che preferiva - ma poi anche l'unica che si consentiva, o che le sembrava praticabile.

62. Dell'essere abilitati a sbarcare, della "messa in pratica", il peggio è ottenere certificazione non tanto della sanità dell'equipaggio (che chi se ne frega di come state), quanto della sua mancanza di virulenza (non siete infettivi).

63. Sir Peter Lampl, filantropo milionario, "è stato visto l'ultima volta domenica mentre usciva alle 8.30 del mattino, in golf e pantaloni senza cappotto". Senza cappotto!

64. Ma che pirati, che sabotatori: siamo noi che non siamo più capaci di mantenerci in equilibrio. Non abbiamo saputo dare normalità e "pratica" a questo modo di vivere, io ancora non mi rassegno ma mi rendo conto dell'inefficacia della goffaggine di ogni tentativo. E' vero che sembriamo delle maschere, anche se non credo che fra simili ci si possa accusare: ci siamo tutti irrigiditi, ognuno nella propria espressione caratteristica. Abbiamo sbagliato a pensare che fosse tutto semplice, essere e mantenersi "umani" e mobili (quindi sani) per iscritto: non è semplice per niente. Se qualcuno si rendesse conto dell'importanza di questa cosa ci dovrebbe dare una mano, invece di sorridere con sufficienza.

65. Perché è chiaro che è un'impasse, e anche molto dolorosa. Non era il momento di sbarcare, è evidente che non sappiamo come mettere i piedi, le caviglie fanno male tendono a cedere a ogni passo (manco fosse la prima volta che ti succede - e sto parlando delle tue vere storte, delle vere fratture ai piedi e ai polsi, tutte le storte e le fratture che hai collezionato nel tempo, una per ogni volta che sei scesa).

66. Io sono sempre la stessa persona sempre la stessa persona sempre la stessa persona, non è che una va in barca l'altra va a fare la spesa l'altra disegna l'altra si cura l'altra opina l'altra legge l'altra chatta l'altra si perde in amore l'altra traduce canzoni e l'altra parla col figlio. Sono anche la stessa persona che scrive in D.I.R.E. che fa le note in facebook e che scrive relazioni asseverative.

67. Se inizi a parlare non la finisci più, quindi comincia dalla fine. Andare stasera a parlare di ciò che ti preme, iniziando dalla fine.

68. Silenzi radicalità e derive didascaliche: a ognuno tirare le fila, provare a spingersi alle estreme conseguenze del proprio discorso, di quel discorso che sembrava infinitamente sostenibile e invece a un certo punto si è fatto proprio pesante: la tua opinione, finalmente non più "humble". Fino a rinunciare alla consolazione della cosiddetta grazia, della cosiddetta eleganza? No non credo, non ce la fai. Quindi tocca ricominciare - è per questo che chiami il tuo progetto "reazionario"? l'incapacità di sintesi (l'incapacità di rassegnarsi all'eclissi totale della grazia, di abbandonare ogni timore di fronte alla brutalità della sintesi) è reazionaria?

69. Bozza salvata automaticamente alle 19.18 (0 minuti fa). Elimina.

70. C'è qualcosa che oscuramente collega la bocca alla pianta dei piedi, ogni momento del dire scarica in un punto preciso della pianta del piede.

71. Di nuovo mi si fa notare che dedicare all'ascolto delle mie tre o quattro voci di riferimento "tutto il tempo che ho", è troppo. Che il tempo che dedico all'ascolto di queste persone, se è "tutto il tempo che ho", mi si rivolta contro in forma di valanga plumbea, e mi blocca il cammino e il respiro. Mi si propone, tutto considerato, un tempo massimo di tre o quattro ore al giorno. Un'ora cadaùna, circa - "poi te ne vai da loro: the doctor is in, come la lucy dei peanuts, tre o quattro ore al giorno", "e il resto del tempo cosa faccio?", "il resto parli tu", "ma se non faccio che parlare io!", "non è vero, è un'impressione: ti sembra di parlare, ma stai ancora ascoltando".

72. Me ne vado via canticchiando, da posti dove alla fine non mi conosce nessuno. Poco prima della presentazione del libro, che eravamo ancora in piedi, il padre dell'autore mi ha chiesto se fossi, per caso, del nord. Poi si è seduto vicino a me, e dopo un po' non ce l'ha fatta più e mi ha detto: "io sono il padre lo sa?". Io che cosa dovevo dire? Sembrava molto felice, sembrava perso in chissà quale mondo suo.

73. Ieri abbiamo ricevuto l'ordine di un libro dalla Corea del Sud, il pacchettino l'ho spedito subito non è stato difficile, né troppo costoso. Apprendo quindi che Suwon ha circa un milione di abitanti - un milione. Carla allora si è ricordata di quella volta che dallo studio telefonammo a qualcuno in Corea (in inglese? in francese?) per chiedere delucidazioni riguardo alla spedizione degli elaborati per un concorso internazionale di architettura, sarà stato vent'anni fa - non so assolutamente dove si trovino i disegni adesso, ricordo solo l'andamento di due lunghe curve incrociate, fatte a mano di slancio e ripassate poi a china con quel lungo listello di acciaio che si chiamava, in gergo, "la spada" (ma poi no, non era quello: le due curve incrociate erano per la nuova Biblioteca di Alessandria). Passo poi la mattinata a guardare su youtube tutti i video di Sungha Jung, il piccolo chitarrista (ho trovato una segnalazione su facebook): quando suona Tears in Heaven ha un misteriosissimo mezzo sorriso, sembra la Gioconda, una piccola Gioconda coreana. Qualcuno nei commenti dice: "Thank God for this gift", m'immagino dio rispondere "non era mica un regalo".

74. Musiche arabe moderne dalle station wagon. E' da tre o quattro giorni che sto tentando di rimettermi in equilibrio - è un'operazione molto lenta, nella sua lentezza si potrebbe perfino definire acrobatica, e tutte queste acrobazie per riuscire a stare finalmente dritta sui piedi, guardare in faccia l'altro, provare a stabilire alcune cose dall'alto di uno scampato pericolo. "Niente di che", continuo a dire al prossimo mio, ma in modo meno nevrotico di prima, senza accennare sorrisi che ancora non so fare. In tutto questo mio figlio non mi parla, se non attraverso piccole aperture di torace, a volte viene velocemente verso di me sbattendo le ali, come per provocarmi o aggredirmi, poi scarta se ne va da un'altra parte, a fare le cose sue.

75. Mi fido sempre meno delle persone e sorrido con vero affetto a sempre più, alla fine amerò tutti dal più profondo del mio cuore e non potrò comprare una macchina usata più da nessuno.

76. Non ho energia per scrivere, quella poca che ho mi serve tutta per perseverare nel non fumare, provare a diventare una donna tranquilla, "remota", come ti ho detto ieri, metto in relazione questo fatto di non fumare con una specie di dirittura, o discrezione, o altitudine, forse sbagliando, non ho la minima idea di che cosa posso diventare, per donna tranquilla intendendo donna che non ha bisogno di mettere in bocca niente, erica diceva al telefono mi sono convinta che io senza fumo "sarei tutta un'altra persona", ecco appunto, anch'io, non so bene che farmene di quest'altra persona, "tutt'altra" poi, e ad averla ottenuta questa donna bionica, contro quali fondali farla muovere per ottenere che cosa (scusate la confusione sono triste y solitaria: la mano lontana dal viso, vedo, scrive, ma non "segue" quello che fa, non lo ritma, non se lo spiega).

77. Di un cranio fatto di ossicini, stretto in una manata, una volta avrei scritto - di lui che trovavo disteso sul lettino al posto mio, appena risvegliato da una breve narcosi - "operato perché?", gli chiedevo, "no niente", rispondeva, "per modificare la pronuncia delle m e delle d"... di tutte queste cose sognate avrei scritto e con grande sforzo di precisione, denominando il tutto "sogno della capa ossicina, delle emme e delle di, e del perché cazzo vuol fare sempre pure lui, le stesse cose che faccio io" - mentre oggi no: oggi mi metto a risistemare (scopo riciclo) un vecchio post comprensivo di commenti, denominandolo "inconsistenza dei vestiti primaverili". Ma poi mi stanco, mi annoio: vi si parlava di vestiti, rapporti personali e modalità di scrittura - e con ciò? ce ne importa davvero ancora qualcosa, oggi, di certe "modalità di scrittura"? di certe vestizioni? di certa floricultura sulle camicie, in favore del maschio - dell'amico, del fratello, del padre - di turno? (eppure a me continuano a non interessare tanto gli argomenti, quanto i modi per occultarli)

78. "Le développement photo argentique comme très pauvre métaphore: les grains du papier ne révèlent la réalité de l’image saisie qu’après. Si on prend le temps de passer au labo, de respirer l’odeur des bains, d’y tremper la feuille impressionnée, si quelqu’un a pris temps de vous passer relai et technique. Comme un don de conjuration possible". Questo è solo un commento sotto a un post, e in particolare non dice niente di nuovo (tranne quella parola: conjuration) - e allora cosa? Di nuovo sull'irrilevanza: è rilevante una foto? è rilevante un istante rilevato? e naturalmente: non starebbe più nelle cose (che espressione bellissima: stare nelle cose!), tralasciare la posizione dell'istante sulla linea del tempo, per vivere un po' meglio con un po' più di naturalezza? natura/cultura, natura/cultura... e poi mica ho detto negare il tempo: "stare in braccio al tempo", piuttosto - oppure anche: a vivere senza specchi non è che ti disincarni, e senza calendari non è uguale?

79. Portarti a vedere, no, vederti, vederti e portarti a vedere, "potresti per favore non portarmi a vedere niente?", "no, purtroppo no".

80. Conto le cose che riconosco da sempre: una due tre quattro cinque... cinque... cinque... mi incanto su cinque elementi scivolosi, moderatamente elastici - chiamarli "costitutivi"? un attimo prima che si sciolgano reciprocamente e si ricompongano in un'altra configurazione precaria? e se dall'analisi di una fisionomia non ricavi che un àbaco mobile o tremulo, di elementi molli, malleabili, che puoi "fissare" solo provocando un incidente (che sia una foto una caricatura o un ricordo, sempre di incidente si tratta), come fai a definirli "tratti essenziali"? essenza di cosa? essenza di morbidezza? e non è forse vero, che quanto più sei arrendevole nella carne, tanto più risulti "espressivo"?

81. Anch'io me lo sono riletto quel racconto, dopo averti raccontato come andarono veramente le cose. Resta il più misterioso dei racconti che ho scritto, ed è un racconto riuscito, perché io stessa non saprei farne nessuna mappa: è quello che è, non poteva essere diversamente, ma non so proprio perché si tiene. Ed è anche un racconto triste, ma non malinconico: di una tristezza fredda, come un dato di fatto sul quale non c'è tanto da lamentarsi o recriminare. Il fatto è che lui mi ama moltissimo perfino dall'interno di quel racconto, ma io non potevo amarlo: su di lui non proiettavo niente, né padri né figli né fratelli, né dovevo convincerlo, trascinarlo o guadagnarmelo, dunque? potevo solo lasciarmi amare. E non ero, e non sono abituata.

82. Ti parlo appoggiata al palo di un segnale stradale... no, a un albero, col piede tirato su e appoggiato all'albero, che non scivola perché fa attrito sulla corteccia, come si mettono in tanti (beh tanti: come si mettono i maschi, le femmine non si appoggiano mai a niente), oggi che non c'è sole ma la luce è molto forte e molto bianca... a una luce così forte e così bianca, i pensieri tardano a organizzarsi uno schema difensivo. Così finisce che chiacchiero pure io, io che ti dico sempre che non mi piace più tanto chiacchierare, perché le cose che devo dire non escono non vogliono più uscire, qualcosa riesco a dirtela - nella luce, strizzando molto gli occhi...

83. La testa ancora piena di panorami di violenta bellezza, tutti i panorami del mio passato, che in questo presente di lampadine a flusso regolabile, pieno di riposanti penombre, cerco di raccontarti con parole qualsiasi (che si allenano, a essere qualsiasi), così da poterti avvincere divertire con un semplice apri/chiudi, ma non sono le parole è la testa il problema, capiente di panorami perché ogni piccolo fatto vecchio, non riesco a staccarlo dal suo sfondo mozzafiato - e soprattutto l'abbagliamento, come di una pellicola presa di luce.

84. La luce degli esterni, bianca e non regolabile, che appiattisce indurisce o addolcisce "scriteriatamente", la luce senza il criterio.

85. Scesa di corsa per trascrivere un sogno, "sogno dei sette lupacchiotti sfiammati sotto il piano del tavolo". Con tutte le preoccupazioni che ho, ecco la mia preoccupazione principale! - e per giunta, penso: in questi anni devo aver trascritto nel blog, cioè in pubblico e con molta attenzione, non meno di venti "sogni tradotti e riappariglio finale", così come li chiamavo. "Dovrei metterli tutti insieme e ripubblicarli", penso - nel senso di ri-postarli. A questo punto una persona normale si ricoverava - resta il fatto che una persona "di rete" (non sto parlando di voi, ma dei malati veri, quelli del cronicario) potrebbe trovare molto comprensibile tutto questo. Comprensibile, sensato e abbagliante, terribilmente triste, un triste odore appunto di cronicario.

86. "Ma la mia è già una dimensione di sogno, quindi se mi rapiscono a discorso, chi perde? chi vince?"
Con questa precisa frase, alla quale non riesco ad attribuire nessun senso, finiva il sogno di stanotte, con me che gridavo questa frase alla volta di chi - poi sono scesa dal letto, me la sono appuntata e sono andata a fare colazione: erano le sei, stavo sognando di un paese semiabbandonato e polveroso di sole, abitato da delinquenti o comunque da malintenzionati, e con una strada che a un certo punto si ammatassava in strettissimi tornanti, e la serie di tornanti era introdotta da una pericolosa discesa, a brecciolina e senza paracarro, in cima alla quale a un certo punto tiravo il freno a mano e scendevo dalla macchina bestemmiando la sorte - allora mi chiedevano di calmarmi e di rimanere, a pranzo a cena e pure forse a dormire, lasciando la macchina inchiodata là in cima (che tanto tenevano, i freni), ed era tutto un parlare un chiacchierare suadente non la finivano più, cercavano di convincermi erano proprio appiccicosi. Alla fine, esasperata, gridavo la frase di sopra.

87. Il tipo che ti dicevo si chiamava marcel landreau, e costruiva cattedrali di ciottoli, sabbia-e-cemento e altre porcherie, nel suo giardino a mantes-la-jolie, un po' a nord di parigi. Ho visitato il suo, e anche altri giardini anarchici e kitsch, e nessuno di questi capomastri-anarchitetti teneva vergogna (e quando mai qualcuno tiene vergogna: solo noi, tanto per insistere col noi, insistiamo con la vergogna).

88. Titubanza e furore producono letteratura da giardino: piante grosse e pungenti, piccole sedie scomode, viottoli che tendono a cancellarsi, stancante come una giungla - mi piacerebbe invece una terrazza in cemento armato, e un sentimento furibondo giocato lì, all'aria e in piena luce, come un libero esercizio.

89. Adesso davvero non mi riconosco più in nessuna categoria: né in un genere (e che sono donna io?), né in una generazione (e che sono una cinquantenne io?), né in un mestiere (e che sono un'architetta? un'editora? una consulente? un'artista? una scrittora?), né in un ruolo familiare (e che sono una moglie? una mamma? una sorella? una figlia? una foglia? sì, una foglia, mi riconosco in questo, "io in quanto foglia", credo sia arrivato il momento di andarmi a tagliare tutti i capelli e ricominciare a sperare nel futuro)

90. Piano piano, se nessuno mi disturba e nessuno mi spaventa: oggi con Francesca abbiamo guardato il ragno piccolissimo, in bilico sulla più sottile ragnatela mai vista, tesa nella frasca di roselline gialle che mamma si è portata da campagna, fra un rametto fiorito e una punta di foglia a venti centimetri più in basso, la punta della foglia leggerente tirata all'insù, agganciata dal cavo principale della tela invisibile, così sottile anch'esso da non essere neanche un filo, ma una presunzione di filo - "non respirare se no se ne va tutto all'aria", le ho detto a Francesca, confidando peraltro nella robustezza dell'invisibile tirante, argenteo - niente provavo a dare un spiegazione materiale alla parola "tensioni".

91. Il modo "di raccontarlo veramente, di farci una storia epocale e universale" naturalmente c'è, e se ci pensi è sempre il solito: il racconto delle cose che succedono, più che essere continuamente reso, se ne deve andare in giro per l'aria come un giro di basso - mi ha fatto sempre ridere l'espressione "giro" di basso, più che a una ricorrenza mi fa appunto pensare a qualcosa che se ne va in giro, a volte sulle nostre teste a volte rasoterra, come un aereo che ci sorvola continuamente o come una biglia rumorosa che non la finisce più di rotolare sul pavimento da un lato all'altro della stanza.

92. Odio certe belle voci di maniera quando iniziano a pensare di dover dar voce a persone pensate umili, o incapaci, o con qualche difetto di pronuncia, comunque completamente ignare e sostanzialmente disinteressate a questo favore.

93. Nella cartella spam una certa kellie vanoosten, maltradotta o proprio così di natura, mi chiede se ci sono problemi con la potenzialità.