Tre uomini e il bambino americano

(cioè: quattro bambini americani)




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la ruvidezza delle sue giacche e il passo stratifendente
avessimo camminato in una giungla di rami, lui
mi avrebbe divaricato una strada come si apre un’albicocca, per fame
e per furia e intrattenibile giovinezza, come ardore, lui
chissà su quali stipiti di porte alle folate di quali
atrii si dispone ad aspettare, e poi di quale
passo il provenire di che strano
tipo
di donna-così-tanto e così tanto propriamente, lui che in fondo di me
amò solo il bambino americano

occupava l’ascensore diagonalmente, si sarebbe potuto dire
come una pianta di ficus – e quel rumore, decisivo, di porte
che stavano per bloccarsi, enumerando
dal basso all’alto i piani in successione del suo sogno lussuoso
prendetemi e mangiatemi tutto, quanto sono
pazzo, e quanto poco m’importa, già malato
morente nello sguardo e in una piega grigiazzurra del labbro

aspettandomi educatamente al traguardo
dopo avermi spezzato tutt’e due le ginocchia, e avermi visto imprecare
controsole e in un incrocio di sguardi proprietari annegarmi
d’un colpo, co una mano nel buio del profondo dell’acqua
che cercavo di prendere, e saliva soltanto
quella frase da stupida, la donna che alla fine ti sei preso
per gloria

a turbinosa velocità, le ginocchia, le labbra, il ficus il bambino americano
le porte gli ascensori, l’albicocca la strada le folate, la morte disegnata
i fiori bianchi l’aria stratificata, le rocce sulle quali andavo a sbattere, e ora
più niente tutto quanto fortemente ingoiato, con quanta decisione
cacciato in gola, tenuto per certamente successo