mettiamoci una pietra sopra 6

Un lavoro di gruppo

 

 

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Seduta di fronte al mio problema. Il problema di sapere (o di cercare di capire) fino a dove scendesse originariamente (o fino a dove potrebbe arrivare a scendere, in ogni caso) la breve scala sui cui gradini sono seduta. Seduta di fronte al mio problema. Un problema pieno di cose, di oggetti - è un piccolo ripostiglio difatti - ma in questi casi nessun oggetto, nessun dettaglio particolare del mucchio, mi attrae particolarmente. Forse solo la fantasia della tovaglia colorata che avvolge un qualche cosa, sul fondo. Mi distraggo a cercare di indovinare, per un attimo, l'età della tovaglia, a partire da quella fantasia. Mi scopro a pensare, per un attimo, che "fantasia" (per indicare il disegno di una stoffa) è anch’esso un termine datato. Non meno di quanto lo sia la tovaglia, ho modo di calcolare. Ma ritorniamo immediatamente al mio problema.
La breve scala in pietra dove sono seduta parte dal livello 0 e scende fino al livello –0,93, dov'è situato il mucchio di cose che vedo ora davanti a me. Il mucchio di cose è accatastato contro un muro di fondo. Il piano –0,93 è sovrastato da una voltina ribassata, che configura il piccolo ripostiglio a pié di scala come una nicchia a terra. La forma di questo piccolo vanetto-ripostiglio, di questo ripostiglio a nicchia, sembrerebbe piuttosto regolare: all’incirca quadrata, forse leggermente trapezoidale, visto che il vanetto sembra un pochino restringersi verso il muro di fondo. Mi alzo dal gradino dove sono seduta e vado a controllare, e noto che: in realtà, le due pareti laterali del piccolo vanetto, quando stanno per raggiungere il muro di fondo, oltre che stringersi un poco, curvano impercettibilmente, entrambe, verso sinistra.

Potrebbe non voler dire niente – oppure sì. Dipende. Potrebbe darsi che in un tempo più o meno lontano, invece di quel muro di fondo, ci fosse un'apertura (è fissandomi su questa ipotesi che sono venuta a sedermi qui, a guardare e a pensare). Potrebbe darsi che quell’apertura originaria fosse leggermente spostata a sinistra, donde la leggera propensione dei muri verso sinistra. Dipende. Non posso saperlo se con un saggio (una picconata) non farò abbattere un pezzo di quel muro.
Quando abbatteranno (con una picconata) un pezzetto di quel muro di fondo, so già dove mi troverò. Mi troverò nella metà superiore di un vano voltato a botte, trasversale (perpendicolare) alla rampetta di scala dove me ne sto seduta, nonché alla voltina del ripostiglio che vedo di fronte a me – insomma a questo angusto corridoietto in discesa. Il pavimento del vano trasversale nel quale sboccherò, si trova a una quota di –2,45 rispetto alla quota della sommità della scala dove sono seduta (lo so perché ci sono stata prima, calandomi da una botola nell’atrio, fatta disserrare dal fabbro). Quindi, esattamente, il piano di quella stanza si troverà a –1,48 rispetto al pavimento del ripostiglio che vedo qui ai miei piedi. Ciò significa che, aprendo quel muro di fondo, non potrò entrare in quel vano trasversale se non dall’alto, e cioè, più esattamente, sbucherò all’interno attraverso il rinfianco della volta, e mi affaccerò in quel vano “come da una finestra alta”, e non come da una porta. Invece quello che serve a me, è sbarcare proprio sul piano del pavimento, di quella stanzetta che non vedo, ma che sta certamente oltre quel muro.

Aspetta però. Bisogna considerare il fatto che il muro di fondo non è affatto sottile. Lo so perché l'ho "suonato", con un pugno. Ma che il muro suoni pieno e sia spesso, se è un rinfianco di volta, è ovvio abbastanza, e non sarebbe sufficiente a garantirmi una discreta distanza del vano trasversale da qui. Ma ho preso delle misure, e le misure mi dicono che il vano trasversale non dovrebbe essere immediatamente lì dietro, ma un poco più lontano. Non di molto: di poco. Di quel tanto che basta per…
Dunque: se io facessi continuare verso il basso la breve rampa di scala dove sono seduta, eliminando cioè del tutto il piano –0,93 (e sperando che al di sotto di quel piano non vi sia un altro vano voltato, come è pure probabile nelle case di questa zona e di quest’epoca) e prolungando la rampa (con la stessa inclinazione che ha) fino a giù giù, potrei passare da sotto a quella voltina bassissima del ripostiglio di fronte a me come da sotto al cielo di una comoda scala, e giungere in piedi (senza abbassare mai la testa) fino al piano di pavimento del vano trasversale che mi sono proposta di raggiungere. Ma dirò di più.

La mia intenzione sarebbe quella di abbassare di una quarantina di centimetri la quota di quel vano trasversale che (ormai è deciso) raggiungerò, perché un'altezza di 2,45 in chiave di volta è veramente troppo esigua perché quel vano sia abitabile, e anche perché, in quel vano, dovrò poi aprire un'altra porta per raggiungere un'altra stanza, che sta ancora oltre e che ho visto ancora prima, la quale dovrebbe avere a occhio e croce una quota di –3,00 metri rispetto allo 0 di partenza, cioè stare più in basso (rispetto al secondo vano) di ulteriori 55 centimetri. Non mi piace scavare, neanche di poco, però ho le mie ragioni per credere che sotto quel vano (il secondo vano, quello trasversale al cunicolo dove sto) non vi siano altre volte, ma direttamente la terra. Spero, la terra. Perché potrebbe anche essere roccia, la stessa roccia su cui è fondato tutto il palazzo sovrastante. Ma no, mi dico, non è possibile: alla mia sinistra so per certo (me lo sento) che c’è una grossa e profonda cisterna. Ho visto la canna del pozzo, prima – che però disgraziatamente è stata tappata sul fondo. Quella cisterna dev'essere stata riempita, probabilmente di detriti durante lavori precedenti, chissà risalenti a quando, visto che in queste case i lavori (sotterranei, cunicolari, abusivi anche dopo una certa data) non finivano mai, pur essendo strettamente limitati a quelle che fossero le necessità dei numerosi abitanti ospitati in queste case: i proprietari con i loro congiunti, la servitù, i fittuari dei piani terra. Siccome il palazzo è piuttosto grande, la sua cisterna principale doveva essere ben profonda. Molto più di due metri e quarantacinque centimetri, questo è poco ma sicuro: le fondazioni devono essere, dunque, più in basso.

Improvvisamente mi alzo, come per afferrare un foglio e una penna (che non ho): ho in testa una specie di sezione, una specie di pianta, una specie di progetto generale, una specie di suddivisione delle unità immobiliari, e forse la nuova destinazione d'uso di ogni vano, la posizione dei servizi, il modo di integrare gli impianti… Tutt'è a sapere se questa complessa costruzione (mentale, sì certo, che differenza fa?) poggi sul nulla (per esempio: una supposizione) o viceversa su qualcosa di consistente (per esempio: un’intuizione). Poi certo verranno i rilievi – ma queste cose si pensano prima: prima di misurare, prima di fare i saggi. L'ho imparato col tempo (quando ho deposto definitivamente, una decina d’anni fa, la sicumera di chi sa disegnare), che si deve pensare per tempo. E senza matita in mano. Specialmente se si tratta di attraversare, prima, una selva di cattive idee. Perché non devono passarci proprio, dalla carta, certe cattive idee.

Devo essere stata più di un'ora, seduta su questo gradino, a osservare fisso quello che anche voi potete osservare in questa foto. Il mio è un lavoro di stare fermi più di un'ora a guardare un mucchio di cassette e una tovaglia "fantasia". Finalmente ho girato lo sguardo verso la proprietaria (anzi la tenutaria, la fittuaria) del ripostiglio. Lei mi ha guardato con un mezzo sorriso ("ha finito? non ha finito?") e ha sentenziato: "l'architetta oggi sta nu poco inzustata".
"Naun, sté a p'nzé", ha detto il capocantiere. Difatti stavo pensando, sorretta e tenuta sveglia dai loro occhi silenziosi che hanno seguito il mio far niente per tutto il tempo, nella più grande attenzione.
"Basta per oggi: domani ci ripensiamo", ho detto io. E ce ne siamo usciti, più o meno soddisfatti della sessione odierna, tutti e tre.