Velati, nascosti. Malati?

(ragionamenti ante fb)

 

 

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Fra velatura e nascondimento sta veramente l’abisso che separa due grosse specie di abitanti della rete. Coloro che parlano in rete nascondendosi non sono molto dissimili da coloro parlano in rete velandosi, tranne che per una caratteristica sostanziale: l’attitudine al rischio. Chi profitta della rete per parlare nascosto, spesso è così oppresso dalla necessità di mantenersi inconoscibile da rinunciare ben presto a ogni tentazione genuinamente creativa, finendo con l'elaborare quasi esclusivamente materiali altrui, o altrove esposti e in qualche modo validati. Una più libera condizione creativa pare invece appannaggio dei velati, ovvero di coloro nei quali riconosciamo ancora, quantunque in forma vaga, corpi vivi di uomini e donne, fisici e respiranti, emotivi, patenti.
Il nascosto non soffre né paga: ogni suo atto in rete, per il suo essere facile e gratuito (i due "diritti" più spesso invocati e rivendicati dai nascosti), non modifica sostanzialmente le condizioni del suo stare al mondo, e soprattutto: non le mette in discussione.
Facilità di accesso e gratuità come scudo e barriera protettiva, dunque, invece che come brodo di coltura di più libere forme di espressione - questa la mia ipotesi. Solo il modello di cultura dominante (basato sull’asse dialettico massa/emergente) può far pensare a un paradosso. Ma se ci sottraiamo al cono d’ombra di questo (potente) modello, e riconsideriamo più attentamente la questione, non possiamo non riconoscere che libertà non è sinonimo, e nemmeno corollario, di gratuità.
Contrariamente al nascosto, il velato paga. Chi paga non deve nulla a nessuno, neppure a un entità astratta come (per dire) la democrazia della rete. E il velato paga nella misura in cui, mantenendosi inidentificabile (non inconoscibile quindi, ma solo incodificabile), non consente che la sua persona venga sottoposta a catalogazione - e senza catalogazione, senza registrazione, non c’è alcuna possibilità di partecipare al concorso. Il velato paga quindi in termini di non-partecipazione al gioco: non accederà a vincite, né potrà mai aspirare a collocarsi su qualsivoglia podio, o accedere ai privilegi di un qualsivoglia ruolo riconosciuto – il velato paga in termini di lucro cessante, se così si può dire, e non di esborso. Ma perché il velato è incodificabile, e il nascosto no?
E' che nella maggior parte dei casi, il nascosto ha già un numero di codice in tasca, è già classificato altrove - probabilmente da sempre. Non uscendosene mai dall’altro gioco, quello della piazza fisica, egli può farlo valere in qualsiasi momento, sottraendosi allo scenario (dice proprio così: scenario) della piazza virtuale, per ridiscendere (o risalire, a piacere) nella piazza fisica, altrimenti detta (dai nascosti) reale. Come si mette in discussione tutto ciò?
Innanzitutto, si potrebbe provare a togliere il monopolio del fisico alla piazza reale. O a togliere il monopolio del reale alla piazza fisica, se vogliamo. Partendo dalla nostra considerazione iniziale, per esempio, che riconosce attraverso i veli del velato (quantunque incodificabile) i contorni di quel corpo fisico, e dunque conoscibile, che il nascosto invece ci preclude alla vista.
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Qui, e anche nei commenti, si allude a un "posto per malati".

Malati. Di quale malattia.

Io qui dentro ho guarito - tutto quello che c'era da guarire.

Oppure: non mi sono ammalata. Io non mi ammalo più.

Io senza... no: io, senza, di sicuro mi ammalerei.

Io vivo senza problemi, da quando sono qui, dove più niente mi tocca, eppure tutto mi tocca: sono sicura che STO, che occupo un posto (intanto), e non è poco.

 

Vedi Anna, che ritorna dalla strada. E si risiede qui, e si rimette a posto.

Non vorrebbe abitare un altro luogo. Pensa allora: sono dunque una persona fortunata? è dunque vero, che niente mi fa più male?

Ebbene è vero: più niente le può far male. Perché ha questo: è mappata. In una nuova cartografia, più umana.

 

C'erano mille modi, per darsi collocazione: titoli, competenze, poteri, tessuti e relazioni, opere e acquisizioni, re-spon-sa-bi-li-tà. Ma c'è un motivo, certe volte mi dico, perché in tanti si fermano ad ascoltarmi, quando parlo di blog, e il motivo è uno solo: io sono quella che per questo - per vivere nella rete - ha davvero buttato all'aria tutto quanto. Voglio dire: gli altri lo fanno in ipotesi, io l'ho fatto davvero, e questa cosa si avverte, oscuramente si sa. Mi hanno poi detto: e grazie, te lo potevi permettere! - e invece proprio no: non me lo potevo permettere, non più di quanto potessero farlo tutti. Io sono quella.... io sono quella che quando esce di casa ha la faccia grigia e lo sguardo perso, io sono... l'addict - o quella che ci ha lasciato le penne, come direbbe qualcuno. Eppure vedi? niente mi fa più male: non mi sono ammalata, bensì sono guarita.

Il blog (o quel che è) come luogo di guarigione.