VESTITI


1. Indumenti

Per fare prima ci mettemmo io in una fila e lui in un’altra: chi arrivava prima chiedeva il rimborso.
La stazione rimbombava di passi e di strascìno di trolley. Davanti a me certi vestiti stravaganti. Molto bianco, molto nero, molto bianco e nero, e al solito una signora piantata allo sportello a protestare, che bloccava la fila per un tempo interminabile. Lui, nell’altra fila, aveva in testa una specie di bombetta, o forse era un cappello d’altro tipo ma di taglia un po’ piccola per lui.
Arrivati da poco e già marcata una distanza: da una fila ad un’altra, ed erano parallele. Per superarla d’un balzo, la distanza, m’invento di spalancarmi la giacca verso di lui, da lontano e teatrale, per fargli vedere i fiori.
I fiori sulla camicia. Quando un mese prima, in occasione di quell’altro appuntamento, gli chiesi: che mi metto, per questo evento importante? può darsi un vestito a fiori?, lui mi rispose pronto (perché lui così faceva): i fiori andranno benissimo. Poi fece freddo vabbè, dove andavo girando con un vestito primaverile? I fiori quindi li lasciai a casa, e partii con un maglionaccio e un giaccottone imbottito. Così vestita ci fotografò Fabio poi, a me e a sua moglie il giorno dopo, giusto al mercato del pesce, e in effetti sembravamo due pescatori d’altura, quelli del mare del nord – poco o nulla di leggiadro avevamo entrambe.
Quindi i fiori che quel giorno non poté vedermi addosso, ecco che lì li avevo: su una camicia di organza, sotto due giacche ma vabbè, potevo aprirgli la giacca (le giacche) davanti agli occhi, e gli dissi col movimento delle labbra, spavalda ma neanche tanto: guarda, I FIORI!
Sorrise, non so come. E su quel non so come ci ho riflettuto, dopo. Senza cavarne nulla, veramente.
Posso mettere in fila un certo numero di indumenti, se provo a ricordarmi. Una camicia caramello chiaro, con dei nastri sottili. Un vestito verde ramarro. Una giacca di pelle molto grande. Un insieme tutto nero, un po’ stinto, completamente privo di orpelli, del quale lui mi disse: i capelli me li aspettavo, ma il nero proprio no. E naturalmente, tre o quattro vestiti a fiori. E forse un paio di occhiali da sole, comprati al solo scopo di sostituirne un altro paio, che giudicavo poco adatti, a farmi riconoscere da lui.
A farmi riconoscere voglio dire, così come mi conosceva.
Ma poi, mi conosceva?
Certe volte mi viene un dubbio: di aver sbagliato vestito, ogni volta. Tipo quando, al solo scopo di litigare, mi presentai con una maglia a grandi strisce bianche e celesti, e sopra un gilet usato, marroncino con un piccolo motivo scozzese amaranto, e per giunta dallo scollo della maglia, spuntava forse una canottiera millerighe, multicolore, ed ero assai più bionda del previsto. Fu come presentarsi con una specie di corazza, una specie di Jeanne d’Arc con lo spadone – poi mangiammo velocemente per avere tutto il tempo di litigare, e se proprio non litigammo io alzai parecchio la voce, e alla fine rimanemmo solo noi nella trattoria, che tutti quanti se n’erano già andati ce ne accorgemmo alla fine.
Poi mi ricordo di due paia di pantaloni marroni, un paio per ciascuno, e quello fu un bel vedere ma durò poco. Avrei dovuto…

 

2. Involucri

Tutte le giornate sono cominciate e finite con lo sguardo sullo stesso tombino.
Quando vado in una grande città, da sola o in compagnia, quello che mi piace soprattutto è guardare le persone come sono vestite, e subito mi cerco una postazione privilegiata per farlo, e un baricentro per questo tipo di visuali.
Dalla postazione prescelta, seduta ogni giorno per una decina di minuti sulla stessa panchina a fumare, ho visto corpi camminare – più spesso correre - variamente vestiti.
In un parco tutti corrono, o almeno camminano in fretta. Più o meno involucrati. Da questa postazione, l’involucro in movimento è il dato di partenza.
A un certo punto della vacanza ho comprato un libro fotografico. Si chiama: cover to un.cover, body+context+image (Giene Steenman, 010 Publishers, Rotterdam), nel quale un sacco di indumenti, alcuni vuoti o svuotati da poco: giacche appese in vetrina oppure gessi squarciati dai quali è stato appena estratto un braccio, o una gamba.
A un altro punto della vacanza ho visto un filmato, Fashions di Charles Ray (1996), nel quale per lunghi minuti non si vede che un manichino-donna che ruota su di una piccola piattaforma girevole. A ogni giro, di scatto, il manichino cambia vestito, e i vestiti sono a decine, o forse a centinaia non mi ricordo, perché il filmato è ipnotico. Il manichino è una donna con capelli scuri di media lunghezza, il braccio destro leggermente arcuato e proteso in avanti, e il sinistro che scende lungo il fianco. La corporatura è solida e segaligna, i fianchi quadrati e il sedere piatto, si direbbe “ben piantata sui piedi”, priva di morbidezze.
Poi, in un altro punto, ho cercato di fotografare due carpentieri a torso nudo su di un’impalcatura, con mazzuoli e tenaglie appesi alla cintura. Non volevo farmene accorgere perciò ho scattato un po’ in giro prima di prenderli, ma loro se ne sono accorti, e hanno sghignazzato entusiasti, guardandomi dall’alto mentre in fretta mi allontanavo. Mio padre dice: chi lavora nei cantieri è sempre estremamente contento di essere fotografato, e apre il torace (ho pensato ai pavoni). Al solito, quelli degli operai di un cantiere edile sono gli unici corpi nudi platealmente esposti in città – i corpi nudi della gente che corre invece sono disegnati, sottolineati da complicate curve alle incollature, agli scalfi, sotto le scapole, e comunque sempre annegati alla radice, dentro calzature più o meno “tecniche”.

 

3. Cerimoniali

Quando avevo io trent'anni, pregavo di diventare vecchia. Aspettavo di invecchiare con la stessa fiducia di quando da piccola andai a farmi i primi occhiali, come se andassi a prendermi un velo trasparente e prezioso che mi avrebbe resa libera e sicura per tutto il tempo a venire.

A trent'anni veramente un velo trasparente e prezioso me lo comprai. In un prestigioso negozio di tessuti del centro di milano. Perché mi sposai con addosso una canottiera di seta che costò solo ventimila lire (veramente troppo poco per una sposa), comprata a una merceria, di quelle canottiere semplici che si chiamano sottogiacca e si comprano alle mercerie, o ai negozi di calze. La gonna era un poco più di lusso, leggera, me la comprai in una boutique, ma il tutto non era proprio un vestito da sposa, e non solo perché mi costò pochissimo comprese le scarpe basse (delle ballerine traforate, piatte), quindi comprai metri e metri di un pizzo bellissimo e me lo avvoltolai intorno alle spalle come un bozzolo. Poi mi lavai i capelli e mi feci una treccia, e i capelli mi rimasero umidi, stretti nella treccia, per tutta la mattinata del matrimonio. Forse in chiesa gli occhiali non li tenevo, dopotutto non mi servivano, che dovevo guardare? anche se so che le spose mettono lenti a contatto (colorate, certe volte), ma a me le lenti a contatto hanno sempre dato fastidio.

Per sposarmi la seconda volta mi andai a comprare un completo gessato, pantaloni e giacca, di seta (ci vuole seta per sposarsi, comunque). E lo stesso andai a comprarmi una canottiera di seta alla merceria, stavolta nera. Lo stesso mi lavai i capelli da sola e non mi truccai, non ci pensai nemeno a levarmi gli occhiali, però mi misi lo smalto prima di uscire, quasi si sentiva ancora l'odore durante la cerimonia.

L'altro giorno non sapevo proprio cosa mettermi, allora alla fine mi misi quello che avevo addosso il giorno prima, cioè un paio di jeans e una canottiera. Però mi ricordai di avere uno scialle bellissimo, mandarino dorato. Anche quello si poteva avvoltolare, e come tutte le cose preziose (è solo uno scialle di cotone, ma è un cotone prezioso, sottilissimo e lucente) lo puoi avvoltolare in un modo elegante anche se lo fai di corsa e senza guardarti allo specchio, e una volta che lo hai fatto non hai bisogno più di niente, e così volevo essere io, una donna che non ha bisogno proprio di niente.

Ieri un'amica mi ha mandato una foto di sua madre. In posa e quindi bella di una bellezza elaborata, come tutte le donne nei ritratti fotografici di quell'epoca, quando chi si faceva fotografare si disponeva in modo composto, con gentilezza, in favore di fotografo. Mi sono sempre immaginata, quel modo di farsi fotografare che non sappiamo più, come un offertorio: un gesto docile ma anche consapevole, cerimoniale - ora a tanto io non ci arrivo, e a questo punto non ci arriverò mai, però nessuno m'impedisce di fare ancora dei tentativi.